22 luglio 2019

Recensione, A Bocca Chiusa di Stefano Bonazzi

Lettori buongiorno, finalmente ecco qui la recensione di A Bocca Chiusa, su Instagram vi ho ammorbato per due settimane con questo libro e sì, non sarò contenta finché non l'avrete letto tutti (tutti i lettori di storie malate ovviamente), perché dobbiamo parlare!!!
Intanto buona review ;)

A Bocca Chiusa di Stefano Bonazzi

| Fernandel, | pag. 252 |

L'afa d'agosto è insopportabile, soprattutto quando hai dieci anni e sei costretto a startene chiuso in casa con il nonno, una belva in gabbia la cui violenza trova sfogo su di te. E se non puoi frequentare gli altri bambini, anche tu diventi un animale solitario, destinato a crescere somigliando ogni giorno di più al tuo aguzzino. Così finisci per accogliere il seme del male. Lo covi per anni, lo senti germogliare, finché non spunta il desiderio di vendetta. Ma se la persona che ti ha allevato, trattandoti come una bestia, ora è morta, devi scegliere qualcun altro su cui sfogare la tua rabbia... "A bocca chiusa" di Stefano Bonazzi racconta la genesi di un assassino. Un viaggio allucinato tra i deliri del protagonista che, partendo da un'infanzia di violenze e privazioni, attraversa una cruda diseducazione sentimentale e sfocia in un finale tragico e spiazzante.
Voto:

Che strana a volte che è la letteratura. E che strani che siamo anche noi lettori. Quando un paio di mesi fa ho letto L'Inverno di Giona di Filippo Tapparelli mi aspettavo la storia che invece ho trovato qui, nel romanzo di Stefano Bonazzi, A Bocca Chiusa. E per ironia della sorte il primo, vincitore del Premio Calvino nel 2018, pubblicato da una casa editrice di spicco come la Mondadori, acclamato e applaudito dalla critica, non mi ha fatto gridare al capolavoro, anzi. Da un punto di vista narrativo l'ho trovato sbilanciato, la parte onirica fagocita quella più concreta consegnandoci una storia di cui non ho capito nulla per tre quarti e che alla lunga mi ha addirittura annoiata.
Ma non divaghiamo...
A Bocca Chiusa l'ho divorato, consumato, fatto in qualche modo "mio" e nonostante abbia diversi punti in comune con L'Inverno di Giona (ma è stato scritto prima, quindi Bonazzi non si è nemmeno vagamente ispirato a Tapparelli!) mi è piaciuto molto di più. L'ho trovato diretto, tangibile, doloroso, scomodo. Una favola nerissima e crudele che vuole essere una spietata e lucida riflessione sulla genesi del male.

L'autore racconta una storia terribile, quella di un bambino a cui viene negata l'infanzia in tutti i modi possibili. Il protagonista - di cui non ci verrà rivelato il nome - si ritrova a passare l'estate nel piccolo appartamento del nonno in attesa che la madre lo vada a prendere per riportarlo al "sicuro".
Sono pomeriggi caldi, silenziosi e infiniti, da trascorrere con un vecchio taciturno, violento e indecifrabile. L'unica compagnia che ha sono gli omini Lego con cui può giocare senza uscire dal tappeto rosso, perché in casa ci sono delle regole, il nonno non sta bene e non è concesso disobbedire. Mai.
Inevitabile il desiderio di ribellione; incontrarsi coi coetanei, giocare al pallone, scappare da quella prigione di calura e cemento, tornare a respirare, smetterla di contare i giorni che lo separano dall'inizio della scuola.
Ma un desiderio realizzato è un insubordinazione, e come tale va punita.
Improvvisamente lo spazio occupato dal tappeto rosso sembra immenso a paragone del balcone su cui viene rinchiuso senza acqua, senza cibo, sempre e solo coi suoi mattoncini, ma è difficile costruire edifici e inventare storie quando il sole ti picchia sulla testa, il respiro sembra abbandonarti da un momento all'altro e le parole del nonno ti rimbombano nel cervello. "se racconti tutto a tua madre, ti sgozzo!"

A Bocca Chiusa è la storia malata e perversa di chi con il male ci ha vissuto. È una richiesta d'aiuto soffocata e masticata da una realtà che non sempre ci viene mostrata per quello che è. È rabbia, incomprensione, negazione e alienazione. È tutto quello che non sembra e che non vorremmo che fosse.

Io non posso fare altro che consigliarvelo. Tra queste pagine mi sono commossa e arrabbiata tantissimo, ho anche stretto i denti, perché c'è una delle scene più atroci che mi sia mai capitato di leggere, eppure sono qui a dirvi "leggetelo"; a volte spostare il proprio asse, guardare le cose da un punto di vista differente... non è affatto male.

Nota: il romanzo era uscito nel 2014 per Newton Compton. 

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15 luglio 2019

Recensione, ANNE FRANK - diario di Ari Folman e David Polonsky

Era da una vita che non davo cinque stelle a un romanzo, ma a distanza di giorni (emh, settimane...) dall'aver terminato la lettura di Anne Frank, sento che quest'opera se li merita tutti.
Anne Frank è un libro emozionante, vero, divertente, surreale, onirico e crudele. È una delle cose più belle che mi siano mai capitate tra le mani e se nel giro di dieci giorni l'ho riletto due volte (e sto programmando la terza) un motivo ci sarà.

 Anne Frank - diario di Ari Folman e David Polonsky

| Einaudi 2017 | pag. 149 |

Settant'anni fa usciva il "Diario" di Anne Frank. Il mondo scopriva il volto intimo dello sterminio nazista attraverso gli occhi di una ragazzina "qualunque". E oggi, grazie allo sceneggiatore e regista Ari Folman e all'illustratore David Polonsky, le parole di Anne si trasformano in un graphic novel capace di conservarne la forza e di enfatizzarne la straordinaria qualità letteraria. Basandosi sull'unica edizione definitiva del Diario, autorizzata dall'Anne Frank Fonds fondata da Otto Frank, Folman e Polonsky ci consegnano, per mezzo di una prospettiva inedita, la voce di un'adolescente allegra e irriverente, che come ogni sua coetanea - di ieri, di oggi, di sempre - desidera soltanto scoprire un mondo che invece è costretta a sbirciare di nascosto.
Voto:

A determinati libri, o a determinate storie, ci si arriva solo da una strada ben precisa. Io so di averci messo molto tempo, ma di sicuro ne è valsa la pena, perché ho vissuto Anne Frank con grandissima partecipazione grazie al bellissimo evento di Mare di Libri presentato da Matteo Corradini, il curatore del Diario in edizione Bur.
Poi, come al solito, ho fatto le cose un po' al contrario, perché invece di buttarmi sull'opera originale (che avevo letto alle scuole elementari in forma probabilmente ridotta) sono corsa a comprare (prima di prendere il treno che mi riportava da Rimini a Bologna!) il romanzo grafico. Mi sono pentita di questa scelta? Assolutamente no! L'opera di Ari Folman è meravigliosa e le immagini di David Polonsky sono la sintesi perfetta dei pensieri e delle parole di una ragazza che ha cercato di sfuggire alla guerra vivendo segregata in ottanta metri quadri insieme ad altre sette persone per venticinque interminabili mesi.
Ho scoperto con grande dispiacere che spesso ai bambini/ragazzi viene raccontata una Anne Frank diversa, la sua storia, dal tragico epilogo, l'ha resa quasi una martire, il simbolo dell'orrore nazista, ma in realtà Anne era solo un'adolescente come tante e forse come tale andrebbe ricordata. Adorava il padre - l'uomo più buono del mondo - non sopportava la madre - ma si può risolvere tutto pregando? - aveva un rapporto non-rapporto con la sorella - troppo diversa da lei - e sicuramente le andavano stretti anche gli altri inquilini. Apparentemente forse non era l'adolescente più amabile del mondo(#siamotutteunpoanne), ma provate a immaginare una ragazza benestante, abituata alla libertà, ai corteggiatori, a prendere la vita con leggerezza, costretta a sparire dal mondo da un giorno all'altro.
Improvvisamente non c'erano più orizzonti sconfinati, ideali da inseguire e pensieri felici a cui aggrapparsi, ma solo la terribile paura di essere scoperti.
La cosa veramente incredibile di quest'opera però è che va oltre il racconto di guerra e segregazione, non solo stringe il cuore e commuove, ma riesce addirittura a divertire. La signora Van Daan è forse il personaggio più caricaturale, sempre avvolta nella sua costosa pelliccia e costantemente attaccata al suo preziosissimo vaso da notte, ma tutti gli inquilini hanno tratti e sfumature capaci di definirli con una veridicità mista a ironia sorprendenti. Anne era divertente, aveva una fervida immaginazione e Polonsky cattura questo suo lato fresco e inaspettato regalandoci sorrisi invece che lacrime.

Man mano che le pagine scorrono le parti del diario si fanno sempre più importanti e fotografano una ragazza matura e consapevole con un'incrollabile fiducia nel genere umano e la speranza sempre accesa nel cuore. Bellissimo il momento in cui si innamora di Peter, il figlio dei Van Daan; quel ragazzino con cui all'inizio non voleva spartire niente diventa improvvisamente il centro dei suoi pensieri, un motivo in più per credere che qualcosa di bello la vita lo riservi sempre.
Disarmanti invece gli incubi e i pensieri su cosa sta succedendo "fuori", la mente di Anne evoca immagini terribili e non c'è notte capace di regalarle un po' di pace.
L'epilogo credo sia noto a tutti, forse non la dinamica precisa, ma questa storia purtroppo non ha un lieto fine. Si pensa che un dipendente della fabbrica, forse insospettito da alcuni rumori, possa aver chiamato la polizia: le ricompense per chi denunciava degli ebrei erano cospicue e lì ce n'erano ben otto in un colpo solo. Se esiste il karma, se prima o poi tutto torna, in qualsiasi aldilà sia, quella persona non se la sta passando bene.

Che altro dire. Questo libro è un gioiello. Mi ha turbato, divertito, commosso e straziato. Mi ha fatto riflettere. Ho pensato tantissimo, ho rivissuto la storia di Anne infinite volte e per infinite volte avrei voluto avere il potere di cambiarne le sorti. Fa male pensare che per poco non ce l'abbia fatta. Anne è morta di tifo nel marzo del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen pochi giorni prima che arrivassero gli Alleati. In quali orribili tranelli ci fa cadere il destino?

Il romanzo si chiude con l'ultima pagina del diario e per ironia della sorte le parole scritte sono di fede e speranza. È a quel punto che sono crollata sotto il peso di una storia disumana e spietata. È a quel punto che se ne sono andati i sorrisi per lasciare posto alle lacrime.
Obiettivamente credo che non possa esistere una recensione in grado di rendere giustizia a questo piccolo capolavoro. L'opera di Folman e le parole trasformate in immagini da Polonsky ci riportano una Anne che non potrete non amare per la forza e la fragilità, la sfrontatezza e il sarcasmo, il suo essere polemica e irriverente, ma anche dolce e piena di paure. Un romanzo grafico con l'eco. A pochi libri do questa definizione, ma Anne Frank, una volta sfogliata l'ultima pagina, resterà con voi per molto, moltissimo tempo.



Nota: Ari Folman è figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Aushwitz. David Polonsky è israeliano di origini russe. Immaginate quale impegno possa essere stato per loro dare voce al Diario di Anne Frank.

Nota 2: Ari Folman ha annunciato il film d'animazione Where Is Anne Frank? in cui la via di Anne sarà narrata da Kitty, il suo diario.



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1 luglio 2019

Recensione, IL SORRISO DELLO STRUZZO di Zidrou e Springer

Un po' di (in)sano horror vi manca? Bene. Ecco la storia che fa per voi.

Il Sorriso dello Struzzo di Zidrou, Springer

| Panini, 2019 | pag. 72 | € 19,00 | 

Pep alleva struzzi da anni, la sua vita procede piatta e monotona in compagnia della moglie Dora. Una sera, Pep la porta con sé in aperta campagna, e la uccide con violenza, per poi abbandonarne il corpo in un pozzo. Al ritorno a casa, Dora è viva e vegeta, e da il benvenuto a suo marito sulla soglia di casa... Un racconto cupo e forte, l'orrore entra nella routine della vita quotidiana, dalla quale sembra non esserci via di fuga.
Voto:

Pep, un allevatore di struzzi, una notte porta la moglie in aperta campagna e la uccide, buttando poi il corpo in un pozzo. Chiama l'amante, le dice "è andata!", si cambia i vestiti zuppi di sangue e ritorna a casa dove - immaginate lo shock -  la ben poco gentil consorte lo attende in cucina, con quel suo solito fastidioso sorriso stampato sulla faccia e una corona di bigodini in testa: Dora è ancora viva. Ma com'è possibile?

Allora... Ricordiamoci una cosa. Quando stringiamo tra le mani un racconto dell'orrore a tutti gli effetti nightmares come true. E l'incubo più grande di Pep è proprio quello di condividere l'eternità con una donna pedante come Dora e non sollazzarsi in totale libertà la giovane amante. Vi assicuro che a un certo punto tiferete per lui, anche se meritano un po' tutti di finire con il cranio sfondato: di brava gente qui non ce n'è.

Il Sorriso dello Struzzo è una macabra storia di desideri irraggiungibili che sfiora gli immaginifici territori di Ai Confini della Realtà e Zidrou, nel panorama di un genere fin troppo bistrattato per i miei gusti, si rivela una ventata d'aria fresca. Personaggi negativi, gretti, ignoranti, si muovono in una campagna rurale e decadente in cui gli struzzi sono la metafora perfetta per raccontare la stupidità degli uomini che si credono migliori degli animali che allevano, quando è vero l'esatto contrario.

Graficamente l'impatto è forte. La palette cromatica alterna colori caldi e freddi rimandando alle varie fasi del giorno (mattina, pomeriggio, sera, notte) e i volti dei personaggi, deformati e grotteschi, sono lo specchio delle loro frustrazioni e della pochezza che li caratterizza.
Il fumetto, breve ma intenso, con dialoghi al fulmicotone, ha solo pregi e nessun difetto. L'unico limite è dato dall'esiguo numero di pagine, l'albo ne conta una settantina circa compresa la parte finale in cui è riportata per intero Elle était souriante una canzone del 1908 che ha ispirato Zidrou durante la stesura, ma vi assicuro che allungare il brodo non sarebbe servito a niente. Se alcune storie sono dei colpi di fucile questa è una raffica di mitra.

Insomma, se il macabro vi solletica, se il cinismo vi contraddistingue e se l'horror è la vostra seconda casa, mettete subito Il Sorriso dello Struzzo in wish list. Vi assicuro che è tutto molto orribile. Quindi tutto molto bello 8)


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17 giugno 2019

Recensione, L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison

Se penso alla genesi di questa lettura, mi viene quasi da ridere. Un po' dovrei anche vergognarmi, perché insomma, venire a conoscenza de L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison, autrice Premio Nobel per la letteratura nel 1993, attraverso una serie tv, non è proprio motivo di vanto, anzi. E non stiamo parlando di una serie ad alto livello culturale, ma de Le Terrificanti Avventure di Sabrina, un teen horror molto giovane e easy, però mi piace che una "cosa" di un certo tipo possa generarne un'altra completamente diversaCapite cosa intendo? Insomma, io ero lì, bella comoda a guardare la tv, a confrontare mentalmente la sceneggiatura televisiva con il fumetto di Sacasa, a fare le mie elucubrazioni mentali su fotografia, attori, colonna sonora, bla, bla, bla, e un attimo dopo mi stavo appuntando titolo e autore sullo scontrino del lavasecco. Il giorno seguente ero in libreria. Sì, perché anche le 24 ore di Amazon Prime mi sembravano troppo lunghe. Che dire. Amen.
A farmi scattare la molla è stato il fatto che nella serie questo romanzo venga definito "proibito" per i temi trattati ed è come dire a un bambino "metto la Nutella su questa mensola, ma non toccarla, capito?!". Vi pare? :|
Comunque eccomi qui, a parlarvi de L'Occhio Più Azzurro e a comunicarvi che in wish list ci sono finiti tutti i libri della Morrison. Addio. Di nuovo. Ma come sempre #povertànontitemo
E dopo la premessa più lunga del mondo vi lascio alla recensione.

L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison

| edizione economica Pickwick, 2018 | pag. 230 |


Voto:

Avevo la recensione pronta da diverse settimane, ma non mi convinceva per niente, ogni tanto la riaprivo, la rileggevo e mi capitava di corregge qua, sistemare là, finché un bel giorno (oggi)  non ho cancellato tutto e mi son detta "Silvia, racconta questo libro senza tante sovrastrutture, fregatene se questa volta le parole non ti sono venute al primo colpo, non sei una macchina, ma una persona".
La mia coscienza è molto saggia, ma io razionalmente so che le recensioni più facili da scrivere sono quelle di libri molto belli o molto brutti, quindi pretendevo che mi uscisse una specie di capolavoro nel momento stesso in cui mi fossi seduta alla tastiera. Vabbe', impariamo dai benefici dei fallimenti come ci insegna zia Rowling...
Tra l'altro a fine romanzo c'è una meravigliosa considerazione scritta da Franca Cavagnoli che vale più di tutte le parole che troverete qui di seguito; è perlopiù un'analisi, in quanto si sofferma anche sul finale del  romanzo e sul suo significato, ma è davvero un valore aggiunto.
Bene, adesso veniamo a noi...

L'Occhio Più Azzurro è una storia che parla di sogni, razzismo e crudeltà.
I sogni sono quelli di Pecola, una bambina di nemmeno dodici anni che la sera prega Dio affinché le doni due occhi azzurri come il cielo in modo che le persone possano finalmente vederla bella, mentre di giorno è capace di bersi tre litri di latte solo per stringere tra le mani la tazza su cui è impressa la foto di Shirley Temple, l'icona degli anni Quaranta, la bambina che tutta l'America ama.
Pecola parla poco, osserva il mondo con distacco, e aspetta il fatidico momento in cui potrà finalmente farne parte... deve solo avere pazienza...

[...] "Sedeva per ore guardandosi allo specchio, cercando di cogliere il segreto della bruttezza, quella bruttezza per cui a scuola la ignoravano o la disprezzavano, sia gli insegnanti sia i compagni. [...]Ogni notte, immancabilmente, pregava per avere gli occhi azzurri. Con fervore, pregava da un anno. Sebbene un po' scoraggiata, non era senza speranza. Perché accadesse qualcosa di tanto meraviglioso ci voleva molto, molto tempo. Così assolutamente e inesorabilmente convinta che solo un miracolo l'avrebbe confortata, non poteva conoscere la propria bellezza. Vedeva solo quel che c'era da vedere: gli occhi degli altri." [...]

Quello che emerge fin dalle prime righe è un razzismo insolito, poco raccontato, ma estremamente crudele: quello che i neri provavano nei confronti della propria etnia.
Siamo abituati a leggere storie diverse su questo argomento, tanto per fare un esempio in the Help (qui la recensione), uomini e donne di colore fanno fronte comune, si sostengono a vicenda, mentre nel romanzo della Morrison spesso si odiano tra loro per poter combattere ad armi pari: non puoi sfidare un bianco, significherebbe perdere in partenza, meglio scagliarsi contro un fratello.
I genitori di Pecola sono il prodotto di un'America che nel tempo ha schiavizzato, emarginato, piegato, ridotto in cenere; la madre, abbandonati i sogni di gioventù sulla poltrona di un vecchio cinematografo, si è ritrovata con una croce da portare e una corona di spine da indossare. Marito e figli. Solo quando è a servizio dalla sua padrona bianca è felice, solo quando si trova in quella casa piena di soffici tappeti, muri puliti, stoviglie intonse e asciugamani profumati sente di essere nel posto giusto.

Toni Morrison ci porta in questa terra arida di sentimenti e povera di prospettive, una terra fatta di gente sconfitta, di sogni spezzati, di lotte mai combattute.
A raccontare i torbidi segreti e le nefande debolezze degli adulti è Claudia, un'amica di Pecola, l'unica in tutto il romanzo capace di osservare quello che la circonda con estrema chiarezza e lucidità, ma l'autrice si affida anche alla terza persona, spesso sposta il focus, allenta la tensione, in parte per darci un visione a trecentosessanta gradi, in parte per farci trovare impreparati davanti al durissimo finale. Quello che ci porterà a pensare a tutto il libro con estrema rabbia e infinito dolore.

Non è facile consigliare questo romanzo, ma è senza dubbio necessario. Sono certa che a distanza di giorni, mesi, forse anche anni, non potrete non pensare a Pecola, a come i suoi silenzi abbiano parlato per lei, ai suoi grandi occhi scuri rinnegati, alle sue piccole mani e alla forza con cui stringevano le caramelle Mary Jane, il più prezioso dei tesori.
Lo spaccato che Toni Morrison fa dell'America degli anni Quaranta è lucido, spietato, vivido, e la sua penna, con  inaspettata poesia, non vi risparmierà nulla. Scritto nel 1970, L'Occhio Più Azzurro è il romanzo d'esordio di un'autrice premio nobel per la letteratura che ad oggi non ha ancora smesso di lottare per i diritti dell'uomo: perché a fare la differenza, ricordiamocelo, non è il colore della pelle, ma la cultura.


13 giugno 2019

Recensione, IL CREATORE DELLE OMBRE di Kevin Guilfoile

Lettori buongiorno, finalmente partorisco questa recensione, che insieme ad altre 3.956.392 sta nelle bozze da tempo immemore. Comunque del Creatore delle Ombre vi ho già parlato così tanto su Instagram che era giusto far passare un po' di tempo. Il mio consiglio, se cercate un thriller che parli di genetica, è sempre lo stesso: Il Terzo Gemello di Ken Follett. Tutto il resto è fuffa. Ma se avete letto di meglio fatemelo sapere!

Il Creatore delle Ombre di Kevin Guilfoile

| Sperling & Kupfer, 2005 | pag. 467 |


Voto:

Questo libro è il classico esempio di come un autore possa avere un'idea geniale e poi svilupparla coi piedi.
E giuro che non ho iniziato Il Creatore delle Ombre con dei pregiudizi, anzi, ero più carica di una molla, galvanizzata come non mai, non ho nemmeno dato peso alle quasi cinquecento pagine, perché cavolo, tutti a dirmi "bellissimo!", "colpi di scena wow!", "non ti staccherai dalle pagine!" e invece le uniche volte che non mi sono staccata dalle pagine è perché mi sono addormentata con il libro aperto sulla faccia.
Come dicevo, però, la trama è strepitosa, quindi le prime sessanta pagine si divorano. Dopo vi aspetta l'oblio.

Siamo in un futuro prossimo in cui la clonazione è legale seppur  regolata da rigide normative e il dottor Davis Moore è uno dei maggiori luminari in una clinica sulla fertilità. La sua vita cambia drasticamente quando la figlia adolescente viene prima violentata, poi uccisa, e l'assassino si da alla fuga. Davis non si da pace e un pensiero folle inizia a prendere forma giorno dopo giorno. Venuto in possesso (in modo molto discutibile...) del dna del killer decide di clonarlo per poter vedere la sua faccia. La vendetta è un piatto che va servito freddo e Davis non ha più nulla da perdere... gli anni passano, il piccolo Justin cresce, e Davis lo osserva da lontano... in attesa di poter trovare l'uomo che gli ha rovinato l'esistenza.

Sembra una figata, vero?
INVECE NO! NO. NO, E ANCORA NO!
Questo romanzo è esageratamente lungo, noioso, pedante e ripetitivo. Nelle ultime cinquanta pagine succede la qualunque e io avrei voluto dire "Oh mio Dio, poveretto!" (pensando al dottor Davis), invece, per colpa di Guilfoile ho pensato "Oh mio Dio, che coglione!".
Poteva essere un romanzo geniale. Poteva essere uno smacco a tutti quei thriller buonisti che butterei volentieri fuori dalla finestra, invece fuori dalla finestra ci vola lui, perché non è riuscito a parlare di etica, di morale, di ossessione e dolore. Ci prova, ma nun gliela fa proprio.
C'è lo strazio di un padre che non diventa quello del lettore.
C'è un matrimonio che va a pezzi, ma di cui ci interessa zero.
C'è un killer che fa fuori chiunque lavori sulla clonazione, ma chi se ne frega, tanto ammazza personaggi di cui non ci importa una beata fava.
E poi c'è pure una traduzione non eccelsa, molto in stile anni Settanta, perché il caro e compianto Tullio Dobner (storico traduttore di Stephen King) non si è mai svecchiato nel tempo.

Quando tutti i fili si legano finalmente tra loro per me era troppo tardi. Avevo du' palle così. E una buona samaritana, sensibile al mio sconforto, mi ha raccontato il finale in modo che potessi saltare un po' di pagine e arrivare al dunque ancora in pieno possesso delle mie facoltà mentali.
Dico solo peccato. Peccato, perché l'epilogo sarebbe anche bello cattivo, molto nel mio genere, se solo me lo fossi goduta. Invece non ho capito cosa volesse dirci l'autore. Qual era il senso di tutto questo? Dov'è la morale o la non morale? Riassumo il tutto in gigantesco "boh" e corro a mettere in vendita il libro.


11 giugno 2019

Recensione, FUN HOME di Alison Bechdel

Buonasera lettori, oggi finalmente pubblico questa recensione che stava prendendo la muffa da diversi giorni (emh... settimane?!). In realtà volevo vedere se metabolizzare Fun Home sarebbe servito, ma più passa il tempo peggio è... quindi via, faccio click, e mi tolgo questo macigno sassolino dalla scarpa.

FUN HOME di Alison Bechdel

| Rizzoli Lizard, 2007 | pag. 236 |

Alison ha amato e temuto suo padre Bruce, un uomo enigmatico, distaccato, perfezionista. Gli altri membri della famiglia non sono da meno: a casa Bechdel la dedizione all'arte nelle sue varie espressioni, e il consolatorio appagamento che può offrire, hanno sostituito il calore e il nutrimento di una vera "casa". La distanza tra padre e figlia potrebbe finalmente dissolversi quando i due si confessano il segreto che li accomuna, l'omosessualità. Questo spiraglio verso una più profonda comunione, però, si richiude drasticamente: Bruce muore, forse per un tragico incidente o forse per un atto disperato. Alla figlia non resta che immergersi in un viaggio nella memoria, penoso e appassionato al tempo stesso, per ricomporre e rielaborare la propria storia e quella della sua famiglia. "Fun Home" è il diario di questo viaggio, un memoir a fumetti in cui la ricchezza dei testi dialoga con l'eloquenza del disegno. Alison Bechdel sa fondere la finezza dell'ironia, delle citazioni, dei riferimenti letterari con la brutale onestà necessaria per raccontare le tensioni sotterranee della vita familiare e i conflitti che accompagnano la presa di coscienza della propria identità sessuale. "Fun Home" è la prova della maturità di una narratrice. E un esempio della potenza espressiva del graphic novel contemporaneo.
Voto: 

Volere un libro - amatissimo da tutti - e restarne delusi.
Capita.
Spesso si sente dire "quello che piace agli altri a me fa schifo, sono un lettore strano, ho gusti diversi dalla massa", ma in realtà non è mai proprio così. Voler incasellare un lettore in una determinata categoria (o volersi incasellare!) credo sia impossibile. Siamo unici e instabili, volubili e incontentabili e non staremo mai sempre e solo dalla stessa parte di una barricata. E questo lo dico anche un po' per consolarmi, perché sfogliata l'ultima pagina mi sono chiesta ma come? Possibile che sia così tonta da non aver capito Fun Home?
In realtà l'ho capito troppo bene, proprio per questo a un certo punto mi sono stancata.
Parte benissimo, l'autrice racconta la sua infanzia in questa grande casa metà abitazione metà agenzia di pompe funebri (da qui il titolo Fun-eral Home), e nelle prime pagine ho percepito così tanta vita e così tanta morte da restarne ammaliata. Aspettavo l'emozione però. Quella tangibile, vera, che ti prende lo stomaco e ti fa battere il cuore un po' più forte. Solo che non è arrivata. E so anche il perché. Tutta colpa dell'autrice.
Alison Bechdel non ha parlato del complicato rapporto con il padre mettendosi a nudo, ma compiendo un abilissimo esercizio di stile attraverso una serie di parallelismi con celebri romanzi; ci sono virtuosismi inutili, sfoggi narrativi di cui non si sentiva il bisogno e a un certo punto più che un memoir mi sembrava di avere tra le mani l'appendice de Il Grande Gatsby di Fitzgerald e Ritratto dell'Artista da Giovane di James Joyce.
Invece io volevo semplicemente la storia di Alison che nel momento in cui si dichiara lesbica scopre che il padre è gay. Doveva essere la storia di una bambina che ha sempre vissuto vicino a un uomo che non poteva essere se stesso al cento per cento, una storia fatta di silenzi e incomprensioni: umana, dolorosa, ingiusta e coraggiosa. E se tutto questo c'è, chiedo venia, ma io non l'ho visto, i fronzoli e gli orpelli mi hanno probabilmente distratta.
Per questo Stitches di David Small (qui la recensione) mi è piaciuto tantissimo e lo consiglierò finché avrò voce, perché è un memoir semplicemente vero. Fun Home sa di fittizio invece.  E vi dirò di più, non è nemmeno tragico, comico poi... non ne parliamo, quindi anche il sottotitolo "family tragicomic" non ha un gran senso.
Insomma, più passano i giorni più le cose belle di Fun Home sfumano e resta la delusione. Anzi, resta la rabbia per un libro potenzialmente valido, ma inutilmente pretenzioso, perché se non sei cresciuta con dei reali traumi non è che devi inventarteli e vi dirò di più, Alison, come personaggio, mi è stata pure antipatica; l'ho trovata snob, saccente, menefreghista, irritante... al contrario il padre si merita una standing ovation e avrei voluto che gli fosse dedicato un background più accurato, ma Alison evidentemente è anche egocentrica e ha preferito scrivere di lui senza parlare davvero di lui...
Se cercate un manifesto della cultura #lgbt guardate altrove perché qui c'è davvero tanta approssimazione, se siete estimatori di Joyce, Proust e Fitzgerald... dateci una possibilità. Magari vi piacerà.


Nota: Il romanzo grafico di Fun Home nel 2013 è diventato un musical e ha debuttato nell'Off-Broadway. Tutt'ora continua ad andare in scena con recensioni estremamente positive.

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5 giugno 2019

Recensione, NON FARE LA COSA GIUSTA di Alessandro Berselli

Che bella cosa i libri malati. Ti fanno sentire quasi meglio, poi leggi Berselli e il tuo asse si sposta all'improvviso. Le storie cattive non ti sembrano più così lontane e inverosimili, ma fin troppo vicine...

Non Fare la Cosa Giusta di Alessandro Berselli

| Perdisa Pop, 2010 | pag. 220 |

Claudio Roveri è un informatore medico scientifico. Conduce una vita di apparenze. Apparentemente è un professionista affermato, ha una famiglia felice, nessun motivo, per non sentirsi soddisfatto, in realtà le cose non vanno così bene. Roveri cova il disagio. Odia Bologna, che è diventata una città così diversa da come se la ricordava. Negri, punkabbestia e zingari ai semafori, e quella sensazione di degrado che ha ogni volta che cammina per il centro. Roveri odia, ma non fa nulla. Si rifugia nella famiglia, negli amici di sempre, nel lavoro. Fino a quando reagisce, assecondando la sua vera natura. Una sera durante un rapporto sessuale con una giovane dottoressa conosciuta per lavoro, sente suonare il cellulare, ma non risponde. A chiamare è sua figlia, in cerca di aiuto. La vita di Claudio Roveri, da quel momento in poi, cambierà una volta per sempre.
Voto:


"Non è di perdere tutto questo che ho paura,
ma di continuare ad averlo per sempre"

Berselli - autore ossessivo compulsivo della parola - ha di nuovo centrato il profondissimo pozzo nero che c'è nel mio cuore con un romanzo che è analisi e orrore allo stesso tempo.
Non Fare la Cosa Giusta racconta la storia di Claudio Roveri, il classico uomo che non avrebbe nulla di cui lamentarsi, eppure tutto gli va stretto. La famiglia, il lavoro, la città in cui abita, la gente che lo circonda. Claudio è un represso, un insoddisfatto cronico, un ipocrita e un cinico egoista figlio di puttana. Solo la figlia Erica sembra degna del suo affetto, ma il loro rapporto non è dei più idilliaci, guardarla crescere, diventare adulta, è sinonimo di disagio e sofferenza.
La narrazione segue il flusso dei suoi pensieri, una corrente instabile e delirante che lo porterà - inevitabilmente - ad assecondare la sua vera natura fregandosene di convenzioni e legalità. E più le sue azioni resteranno impunite più si sentirà forte. Le sconfitte personali troveranno conforto nella frustrazione, nel mistificare il prossimo, nell'aggredire gli innocenti. Poi un giorno non risponderà al telefono. È Erica, ha bisogno di lui, ma Claudio è impegnato in uno squallido amplesso, tutto il resto può aspettare. Solo che questa volta, non aver fatto la cosa giusta, gli costerà caro.

Il romanzo, diviso in due parti - bright side e dark side - ci parla di un male ben preciso, quello che alberga silenzioso negli esseri umani, che aspetta paziente di essere risvegliato, quel tipo di male che non vediamo, eppure c'è.
Più psicologico de Le Siamesi (qui la recensione), forse meno sadico, ma oltremodo cattivo, dallo stile tagliente e dalle continue frasi che senti il bisogno di sottolineare perché, pur non condividendole, le senti terribilmente vere, Non Fare la Cosa Giusta è un romanzo politicamente e umanamente scorretto.
Lo stesso Berselli che ho incontrato all'AEmilia Noir Festival mi ha confessato di doversi prendere delle pause durante la stesura di alcuni suoi libri, perché quello che prende forma sotto la sua penna lo terrorizza, ma portare a termine una storia è fondamentale in quanto si tratta di una vera e propria forma di esorcismo. E lo è anche per noi lettori "malati". Un esorcismo. Leggiamo la paura perché in qualche modo ci sembra di averla affrontata e quindi allontanata... peccato mi sia rimasta addosso la terribile sensazione che ci sia un pezzetto di Claudio Roveri in tanti di noi. Forse troppi...

27 maggio 2019

Recensione, Stitches di David Small

Lettori buongiornissimo,
Apriamo questa ennesima settimana di pioggia con la recensione di Stitches, l'ultima tappa del mio ammorbamento. Mercoledì ve ne ho parlato su Instagram*, venerdì vi ho mostrato la copia cartacea, e dopo oggi non vi romperò più... fino alla prossima volta!

* il mercoledì, nelle stories, puoi seguire i miei aggiornamenti di lettura nel #wwwwednesday .

SWITCHES ventivove punti di David Small

| Rizzoli Lizard, 2010 | pag. 333 | 

Dopo un'operazione annunciatagli come insignificante, il quattordicenne David Small scopre di non essere più in grado di parlare: gli sono state rimosse la tiroide e una delle corde vocali, e il taglio con cui i medici gli hanno squarciato la gola gli è stato suturato alla bell'e meglio, con ventinove punti che lo accompagneranno per il resto della vita. Sarà solo a cose fatte che David scoprirà di aver avuto un cancro alla gola e di essere stato ignorato dalla famiglia e dai medici, risucchiato dal vortice di rabbia, superficialità e indifferenza che dal giorno della sua nascita gli ha inghiottito la vita. In questa graphic novel, con un caleidoscopio di immagini folgoranti che viaggiano tra l'incubo e la fiaba, tra l'assurdità del reale e la salvezza della fantasia, Small ci regala il difficile racconto di un viaggio: quello di un ragazzino che prima la vita e poi la malattia hanno ridotto a un solitario silenzio, ma a cui l'arte ha finalmente ridato la voce.
Voto:

Stitches l'ho divorato nel giro di un'ora e mezza e in quel lasso di tempo è diventato uno dei memoir più belli che abbia mai letto; nonostante sia una biografia è strutturato e raccontato così bene da sembrare un film. Un film terribile tra l'altro, capace di tenere con il fiato sospeso e di sorprendere il lettore in più di un'occasione.

David Small imprime su carta la sua infanzia fino all'adolescenza, un periodo tutt'altro che facile stravolto da un evento che mise a tacere la sua già poca voglia di comunicare a voce alta. Introverso, incompreso, perso in un mondo fatto di fantasie che è fuga e rifugio al tempo stesso, a quattordici anni finisce due volte sotto i ferri per l'asportazione di una ciste ipoteticamente benigna che si rivelerà essere un tumore.
Ma Stitches non è la storia della sua malattia, tutt'altro. Stitches è una storia a trecentosessanta gradi che porta a galla i traumi e i disagi derivanti dal crescere in una famiglia disfunzionale. David vorrebbe scappare e in qualche modo ci riesce anche, immaginando storie, leggendo libri, disegnando sul pavimento, legandosi un fazzoletto giallo in testa e correndo per il quartiere alla ricerca della tana del Bianconiglio, perché un paese delle meraviglie deve pur esistere da qualche parte. Ma le vie di fuga sono solo nella sua mente e quando si fa sera, quando è a casa, deve fare i conti con cene fatte di silenzi e coperte non rimboccate.




Stitches, come tanti memoir in cui gli autori mettono a nudo il loro passato, è una sorta di esorcismo, perché i demoni si sconfiggono solo affrontandoli. E David Small lo fa, raccontandoci di un padre sempre assente perché troppo preso dal lavoro in ospedale, di una madre anaffettiva, addirittura ostile, in costante conflitto con il mondo intero, di una nonna sul viale della follia, degli amici che non aveva e degli abbracci mai ricevuti.
Forse graficamente non è il tipico fumetto capace di colpire a prima vista, ma fidatevi, Small è uno degli autori più comunicativi che mi sia mai capitato di leggere. Dietro agli occhiali lattiginosi dei suoi personaggi si nascondono emozioni tangibili e le tavole silenziose sono di un'eloquenza disarmante.


Un romanzo davvero bello fatto di rabbia, ribellione e malinconia per tutto quello che poteva essere e non è stato. Il mio consiglio è ovviamente uno solo. Leggetelo. Leggetelo se volete una storia capace di indignarvi, leggetelo se nei libri cercate la verità, leggetelo perché storie così ci rendono empatici, quindi migliori.

Nota: David Small ha potuto realizzare questo memoir senza tabù e censure perché al momento della stesura i suoi genitori erano già morti, ma con ironia e un pizzico di cinismo ha ammesso che in caso contrario, se sua madre avesse avuto occasione di leggerlo, probabilmente non gli avrebbe più rivolto la parola... quindi non sarebbe cambiato proprio niente!

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