10 maggio 2019

Recensione, THE KINGDOM di Jess Rothenberg

Capita di finire un libro e di volersi togliere subito un sassolino dalla scarpa. Io ne ho un sacchetto pieno. La delusione per essermi fidata a occhi chiusi della Rothenber è stata cocente. Bene Silvia, così impari.

The Kingdom di Jess Rothenberg

| DeA Planeta, 2019 | pag. 350 |

Voli virtuali negli universi dei propri libri preferiti. Nuotate in compagnia delle sirene. Safari tra elefanti a strisce e purosangue dalle ali di farfalla. Questo e molto altro diventa possibile quando si varcano i cancelli del Regno, il parco a tema più straordinario di tutti i tempi. Ma l’attrazione principale sono loro: le sette principesse androidi create per intrattenere i visitatori. Sempre bellissime, sempre sorridenti, sempre pronte a trasformare i sogni in realtà. Ana, una delle predilette dal pubblico, ama la vita nel Regno. La felicità delle famiglie che accoglie ogni mattina all’ingresso è la sua felicità. Tutto cambia, però, quando Ana incontra Owen. Owen, il ragazzo dagli occhi color cioccolato che lavora nello zoo del parco, è il primo umano che non la tratta come una macchina, il primo che le fa provare un’emozione non contemplata dagli ingegneri che hanno programmato i suoi circuiti: l’amore. E quando Owen sparisce nel nulla, lasciandosi dietro solo un braccialetto carbonizzato, la favola si trasforma in incubo. Accusata di omicidio, Ana si ritrova a combattere per la sua stessa vita, e scopre che nello scintillante Regno che ha sempre chiamato casa niente è come sembra… Echi di Westworld e Il racconto dell’ancella risuonano in questo romanzo folgorante, che ha il ritmo mozzafiato di un thriller ed è al contempo una struggente storia d’amore e una toccante riflessione su che cosa, in fondo, ci rende umani.
Voto:

Spesso i miei ricordi di viaggio sono associati alla lettura di un libro e non dimenticherò mai le ore passate in macchina con il naso tra le pagine di Storia Catastrofica di Te e di Me a ridere e a piangere. Era l'estate del 2012, il panorama fuori dai finestrini cambiava senza che me ne accorgessi, un attimo era giorno quello dopo faceva buio. E io ero sempre là. Con il naso tra le pagine, insieme a Brie, morta di crepacuore dopo che il suo fidanzato l'aveva lasciata.
Ma questa è un'altra storia e se volete saperne un po' di più qui c'è la recensione.
Veniamo a the Kingdom.
Quando ho visto le anteprime di questo libro non ho subito capito, sarà che ultimamente leggo sempre meno romanzi di questo genere, sarà che sono rincoglionita di mio, ma poi la lampadina si è accesa e il romanzo in 3, 2, 1 click, è finito nel carrello di Amazon. È bastato che associassi il nome dell'autrice all'estate del 2012.

Il libro è quindi arrivato, l'ho iniziato e finito in due giorni.
E adesso sono triste.
Sono triste perché non mi è piaciuto quanto Storia Catastrofica. E non ci va nemmeno vicino, sono proprio due mondi lontanissimi e non so se potrò mai perdonare all'autrice la delusione di non avermi fatto emozionare e soffrire come sette anni fa.
Ed è un peccato perché la trama aveva un certo potenziale.
Siamo bellissime. Siamo gentili. Siamo colorate come l'arcobaleno, create per celebrare l'armonia tra le nazioni e per riflettere la diversità del mondo in cui viviamo. Ci piace cantare, sorridere e donare. Non alziamo mai la voce. Il nostro scopo è compiacere. Non diciamo mai di no, a meno che non chiediate di dirlo. La vostra felicità è la nostra felicità. Ogni vostro desiderio è un ordine per noi.
Siamo intorno al 2050 e Ana, la nostra protagonista dal pessimo nome (in inglese di sicuro suona meglio che in italiano) vive all'interno del Regno, un immenso parco giochi a tema in cui veste i panni di una delle sette fantasiste. Deve accogliere i visitatori, sorridere, trasmettere gioia e scattare foto con grandi e piccini. Non è difficile, anche perché Ana è un ibrido, ed è programmata per realizzare i sogni altrui e dire sempre di sì.
Questo è il passato. Il presente la vede invece sotto processo. Ana ha già scontato diversi mesi in prigione ed è accusata di omicidio, ma una ragazza fatta di circuiti e ingranaggi può mentire? Può, attraverso una propria coscienza, decidere di un uccidere qualcuno?

Il romanzo, come avrete capito, tocca vari argomenti, si parla dal libero arbitrio, di anima, di rispetto, di abuso di potere, plagio e sottomissione. Tutto molto attuale, ma tutto raccontato con una velata leggerezza, con troppe cose non dette e vari sottintesi. Mi ha infastidito che l'autrice si addentri in certi territori, lanci il sasso e poi nasconda la mano. Non può. Non si fa. Lo trovo scorretto nei confronti del lettore. Dov'è la Rothenberg di Storia Catastrofica che non ha fatto un solo sconto a Brie? Dov'è il dolore, dove sono le lacrime, dov'è l'ansia di non voler finire un libro per paura di uscirne distrutta? Io non ho provato niente di tutto questo. Poteva succedere qualsiasi cosa che per me sarebbe stato uguale.
Lo stesso stile narrativo, così evocativo nel romanzo d'esordio, l'ho trovato molto più semplice e poco avvolgente e la storia d'amore - che non è alla base, ma funge comunque da cardine allo sviluppo della trama  - non mi ha minimamente fatto battere il cuore.
Insomma, The Kingdom si è rivelato essere è un libro come tanti. Né più né meno. Anzi, forse meno, perché quando un'autrice ti stravolge le viscere una volta, ti aspetti quanto meno che la seconda te le spappoli. Invece no. Nemmeno una piccola ulcera e questo Jess, non me lo dovevi fare! 

Acquista su Amazon

2 maggio 2019

Recensione, QUELLO CHE NON TI HO MAI DETTO di Celeste NG

Lettori bentrovati e buon lunedì!
Lascio oggi qui sul blog la traccia intangibile del mio amore per questo libro bellissimo e molto, molto triste. Buona lettura <3

 Quello Che Non Ti Ho Mai Detto di Celeste NG

| Bollati Boringhieri | pag. 271 | 

È una scena che abbiamo visto spesso al cinema e nelle serie TV: la madre apre la porta della camera della figlia e la trova vuota, il letto intatto. Si teme subito il peggio. Si chiede agli amici, ai vicini, poi si chiama la polizia. La sedicenne Lydia Lee viene ritrovata morta, annegata nel lago vicino a casa: è stata uccisa? E da chi? Oppure si è trattato di un incidente? Perché è uscita di notte? Tutte domande che continuano a tenere il lettore con il fiato sospeso, come in un romanzo giallo. Ma presto altre domande si insinuano nella sua mente, molto meno esplicite ma altrettanto inquietanti. Quello che rende eccezionale questa storia, e ne spiega l’enorme successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il talento dell’esordiente Celeste Ng nel «dire» e «non dire», nello svelare senza inutile enfasi le radici profonde di una tragedia famigliare solo in apparenza ordinaria.
Voto

Ad attrarmi come una calamita tra le pagine di questo libro è stato l'incipit. "Lydia è morta. Ma questo ancora non lo sa nessuno. 3 maggio 1977, sei e mezza del mattino, nessuno sa nulla se non una semplice cosa: Lydia è in ritardo per la colazione."

Nonostante la storia inizi dalla fine e abbia come fulcro la morte di un'adolescente, Quello Che Non Ti Ho Mai Detto non è un giallo, ma un semplice (che di semplice non ha nulla) romanzo di narrativa. Bellissimo tra l'altro. Così bello che ci si chiede come possa essere un esordio. Perché a colpire non è la trama in sé ma la sua costruzione e la tecnica narrativa dell'autrice che per oltre duecento pagine lascia il lettore in bilico tra l'incertezza e la consapevolezza.
Lydia è morta. Trovata senza vita in fondo al lago davanti a casa. Omicidio? Suicidio? Non ci è dato saperlo, ma se le persone che la conoscevano avessero semplicemente detto quanto visto e sentito nei giorni precedenti la sua scomparsa, forse non ci sarebbe nessun mistero da risolvere. Ma Celeste Ng usa la famiglia Lee per parlare di silenzi. Di come le parole non dette - e qui ci si ricollega al titolo - abbiano degli effetti collaterali devastanti. Il silenzio può essere la causa di tutto. Il silenzio può anche uccidere.
L'autrice, attraverso una prosa densa e meravigliosa, ci parla di emarginazione, solitudine, sogni infranti e paura. Paura di non essere abbastanza. Paura di deludere chi ci ama. Paura di non poter più tornare indietro e di essersene accorti troppo tardi.
A livello di avvenimenti non succede molto, ma c'è la normalità, quella monotona quotidianità che per molti è un conforto e per altri una prigione, che ci viene sviscerata in ogni sua parte. Quello Che Non Ti Ho Mai Detto è un romanzo-autopsia. Pezzo per pezzo, poco alla volta, ogni membro della famiglia Lee finirà sotto il bisturi di Celeste Ng e sfogliata l'ultima pagina non ci saranno più segreti per nessuno. Forse...

Un libro davvero bello, fortemente empatico, che vi farà incazzare tantissimo, ma che poi amerete moltissimo. 
Non c'è un solo tipo di lettore a cui non lo consiglierei, ma il mio invito va soprattutto a tutte quelle persone che si portano addosso la vita come se fosse un vecchio abito cucito male. Capirete quanto sia importante rimediare a quegli strappi e pulirne le macchie. Capirete che non siete soli anche quando non vedete nessuno intorno a voi. E capirete che solo la parola può renderci davvero liberi.

Acquista su Amazon


30 aprile 2019

Recensione, Figlio Unico di Mei Fong

Lettori belli buon pomeriggio e come ogni mese buon #BBB!
La Carbonio Editore è stata la piacevolissima scoperta di Aprile e il libro che ho scelto di leggere mi è piaciuto moltissimo. Non ciancio oltre e vi lascio quindi alla recensione!

Figlio Unico di Mei Fong

| Carbonio Editore | pag. 265 |

Nel 1980 il Partito comunista cinese ha adottato ufficialmente la politica del figlio unico per arginare la crescita demografica e rilanciare l'economia del Paese. Ma a quale prezzo? Le leggi di pianificazione familiare hanno causato aborti, sterilizzazioni forzate, abbandoni, infanticidi. E non solo: hanno prodotto una moltitudine di secondogeniti ignorati dallo Stato, un fiorente mercato nero delle adozioni e una serie di drammatici effetti collaterali che ancora oggi continuano a funestare la società cinese, come il notevole invecchiamento della popolazione e un'inquietante disparità di genere, conseguenza degli aborti selettivi. In un lungo viaggio attraverso la Cina, la giornalista Premio Pulitzer Mei Fong analizza le ripercussioni della politica del figlio unico nella società contemporanea, intrecciando le storie private della gente intervistata con il racconto delle sue vicende personali sullo sfondo di eventi epocali, quali il devastante terremoto del Sichuan e le grandiose Olimpiadi del 2008. Il suo reportage ci mostra un Paese ferito, vittima di una legge crudele destinata ad avere un impatto drammatico anche sul resto del mondo nei decenni a venire.
La Cina, nota per il suo autoritarismo pragmatico, negli anni ottanta adottò una politica atta al controllo demografico per sopperire all'incremento di quasi 30 milioni di persone verificatosi durante il governo di Mao Tse-Tung. La cosa "divertente" è che sociologi ed economisti furono tagliati fuori dai processi decisionali e la soluzione al problema fu affidata a un gruppo di scienziati missilistici i quali si dimostrarono pessimi conoscitori del comportamento umano. Strano eh?!
A distanza di quasi mezzo secolo si può tranquillamente affermare che quello del figlio unico fu un esperimento sociale fallimentare sotto tutti i punti di vista. Oggi in Cina il numero dei pensionati sta superando quello dei lavoratori e se prima si facevano anche sei figli è raro arrivare a due. Il Paese è tragicamente diviso tra modernità e tradizione e per molti è impossibile dimenticare quanto subito. D'altronde, come si fanno a seppellire decenni in cui, per essere considerato una persona, non bastava venire al mondo?
Mei Fong, giornalista cilo-malese, ha sentito il bisogno di scavare, di sapere, di capire, e questo libro si è rivelato molto più intimo di quanto mi aspettassi.
Figlio Unico non è un insieme di dati e informazioni, ma di vite che si incrociano e amalgamano tra agghiaccianti verità e dolori indicibili. E, ironia della sorte, mentre Mei Fong incontra e intervista famiglie che sono state vittime dello Stato, parallelamente c'è la sua di storia, quella di una donna che vorrebbe diventare madre ma la natura sembra impedirglielo. La Cina è una terra ostile per Mei Fong e per quanto forte sia il suo richiamo, c'è qualcosa che le impedisce di mettere radici.

Devo dire che a livello umano e psicologico è stato un viaggio duro. Ma è stato un viaggio fatto di voci che nessuno voleva ascoltare e, nel mio piccolo, desideravo affrontarlo.
E così ho conosciuto i secondogeniti, gli hei haizi, anche detti figli in nero, esseri umani privi di qualsiasi diritto, impossibilitati a studiare, lavorare, curarsi, sposarsi. Molti hei haizi non vivono semplicemente nell'ombra ma sono stati comprati, venduti, rubati appena nati; privati di un'identità si sono visti negare anche un futuro. O, al contrario, hanno perso il contatto con il loro passato. Oggi però esiste il test del DNA; un'arma a doppio taglio, potenzialmente devastante, per ritrovare il loro ago biologico in un pagliaio con miliardi di pagliuzze. Quanti bambini adottati all'estero vorranno sapere, un giorno, da quali braccia sono stati strappati?Mi ha colpito molto l'episodio dell'ottomamma, una donna che è riuscita ad avere otto figli, ma quando è stata scoperta incinta l'hanno costretta ad abortire tra grida e lacrime.
Le interruzioni di gravidanza erano ovviamente all'ordine del giorno, così come le sterilizzazioni e le sanzioni imposte alle famiglie che trasgredivano alle regole. Una multa poteva essere pari a dieci volte il reddito annuale del reo. Gli addetti alla pianificazione familiari erano senza scrupoli, non c'era pietà, ma solo ordine e rigore in funzione di un unico obiettivo da perseguire.
Tra queste pagine, come avrete capito,  c'è l'orrore vero. Quello dell'uomo perpetrato a un altro uomo. E ci sono le parole bellissime e toccanti di una giornalista che racconta uno spaccato di Storia come se fosse una favola terribile, ma necessaria, da tramandare ai bambini affinché sappiano e non dimentichino.
Nel 2013 la politica del figlio unico viene abolita, lo Stato esce finalmente dalle camere da letto dei suoi abitanti, non si insinua più nell'utero delle donne, ma forse è troppo tardi. Forse guardare avanti non è possibile quando alle spalle ci sono cicatrici così profonde e forse solo il tempo aiuterà un Paese tanto grande ma con orizzonti tanto limitati.

Mei Fong è una giornalista sino-malese naturalizzata americana, membro del think tank New America. Trasferitasi negli Stati Uniti con una borsa di studio alla Columbia University, ha iniziato a collaborare con il Wall Street Journal nel 2001, vincendo numerosi premi giornalistici, tra cui l'Amnesty International Human Rights Press Award. Vive a Washington. Ha vinto nel 2007 il Premio Pulitzer nella categoria International Reporting.
Acquista su Amazon


Il Book Bloggers Blabbering

19 aprile 2019

Recensione, LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE di Stuart Turton

Ormai di questo libro ve ne ho parlato fino alla nausea su Instragram.
Con Leda (Le Pagine di Leda) abbiamo aperto anche un affollatissimo gruppo di lettura (strano che non ci sia scappato il morto!) che si chiuderà il 28 del mese e io oggi sono qui a sparare l'ultima cartuccia.
Siori e siore, ecco a voi la recensioni de Le Sette Notti di Evelina di Castello Duro. Ah no, Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle. Sorry! Ma se non dico una ca**ata... non sono io.
Adesso torno seria... buona lettura 8)

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle di Stuart Turton

| Neri Pozza, 03/2019 | pag. 526 |

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell'alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento - la morte del giovane Thomas Hardcastle - ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d'artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell'attimo in cui esplodono nell'aria i preannunciati fuochi d'artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell'acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L'invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell'acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l'assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House...
Voto

Dopo la possente e mirata campagna pubblicitaria da parte della casa editrice avere alte aspettative nei confronti de Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle era il minimo sindacale.
Aspettative in gran parte ripagate, perché tutto quello che è stato detto si è rivelato assolutamente veritiero.
"Preparatevi a impazzire" recita la fascetta promozionale, ed è così, questo libro manderà in frantumi ogni vostra certezza, dubiterete non solo di ogni singolo personaggio, ma di tutto quello che leggerete. Stuart Turton ha smontato un puzzle in diecimila pezzi per poi ricostruirlo con indiscussa abilità ispirandosi solo in minima parte ad Agatha Christie perché - come ha lui stesso dichiarato - tutti i migliori escamotage narrativi degni di un giallo li aveva già pensati e scritti lei.
L'impostazione è quella tipica del classico romanzo all'inglese, siamo nella suggestiva campagna londinese, nell'enorme ma fatiscente tenuta degli Hardcastle e una festa con tanto di omicidio sta per avere luogo.
Dov'è l'innovazione? Nell'indagine. Nessun abile investigatore o arguta vecchietta ci accompagnerà nella risoluzione del mistero, ma un uomo di cui non sappiamo il nome che ogni giorno, per otto consecutivi, si sveglierà nel corpo di un diverso invitato e dovrà vestirne i panni per scoprire il nome dell'assassino. Solo così potrà lasciare Blackheath. Solo così tutti i pezzi troveranno la loro giusta collocazione.

Attraverso una narrazione semplice e diretta, in netta contrapposizione a una trama articolata sia nell'intreccio che nella struttura, Turton ci fa entrare in un vero e proprio labirinto di deliri e incertezze. Preparatevi, perché queste pagine richiederanno tutta la vostra attenzione e alla fine il romanzo non si rivelerà essere solo un giallo, ma un'attenta riflessione sul significato delle parole identità, perdono, vendetta, espiazione, rimorso.

Nonostante in alcune parti la lunghezza del libro si sia fatta sentire (il sesto giorno mi ha annoiata, ma il settimo e l'ottavo mi hanno fortunatamente risucchiata!) e nonostante il mio giudizio sia assolutamente positivo (non so resistere alle storie che giocano con lo spazio/tempo!), il romanzo non lo consiglierò in modo del tutto spassionato, anche se andrebbe letto solo per la sua peculiarità
Si è rivelata un'esperienza davvero unica nel suo genere, capace di coinvolgere tutta la mia parte logica e razionale, lasciando da parte però quella emozionale. Sotto molti punti di vista Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle andrebbe preso per l'incredibile rompicapo che è, ma le ultime pagine attivano una serie di meccanismi impossibili da ignorare e il libro assume spessore facendo entrare in gioco una componente spirituale, metafisica, quasi filosofica.
Peccato ci siano piccolissime sbavature che lasciano aperti alcuni interrogativi, ma nel complesso l'opera di Turton è tanto geniale quanto avvincente. Forse non amerete i personaggi strettamente funzionali alla storia, forse storcerete il naso di fronte alla mole del libro, forse lo stile poco ricercato non vi appassionerà, ma forse c'è una quarta possibilità. Forse lo amerete. In modo del tutto logico e sistematico, certo, ma chissà, magari sono questi gli amori destinati a durare più a lungo.


Trailer


Acquista su Amazon

8 aprile 2019

Recensione, SEX STORY di Philippe Brenot e Laetitia Coryn

Buongiorno lettori, oggi vi stra-stra-stra consiglio un fumetto che mi è piaciuto un sacco. Su Instagram ve l'ho spammato in tutti i modi, ho aperto un gruppo di lettura, ci siamo divertiti insieme, l'avete comprato e l'avete regalato. Non c'è stata una persona a cui non sia piaciuto e sinceramente non poteva essere altrimenti.
Siete pronti per buttarvi a capofitto nella Storia? Attenzione però, perché questa Storia... non ve l'ha raccontata mai nessuno 8)

 SEX STORY di Philippe Brenot e Laetitia Coryn

| Mondadori, 2018 | 02/2018 |


Voto:

Non dare 5 stelle è una delle mie regole. E non perché non ci siano i libri che se le meritano, ma molto semplicemente non voglio sprecarle, voglio tenerle per quei titoli a dir poco perfetti... e finalmente ne ho trovato uno.
Sex Story è un fumetto stre-pi-to-so che sa essere didattico e divertente, intelligente e arguto, rilassante e stimolante.
Philippe Brenot, psichiatra, antropologo, terapista di coppia (e molte altre cose ancora), ci racconta come il sesso e l'amore si siano sviluppati attraverso i secoli e Laetitia Coryn "fotografa" i vari step attraverso vignette esilaranti di grandissimo impatto.
Sia da un punto di vista narrativo che grafico quello che colpisce nell'immediato è il grandissimo dono della sintesi e l'arguzia con cui sono stati trattati anche gli argomenti più delicati. 
Vi dico subito che tutto quello che sui banchi di scuola non avete trovato e nei documentari non è stato detto... qui c'è. Senza filtri, senza tabù, solo con tanta consapevolezza.
Dietro alla leggerezza più assoluta si nascondono verità taciute e scomode, ma anche curiosità esilaranti, scoperte incredibili, miti e credenze popolari.
Cavalcheremo i secoli spiando le vite di personaggi illustri come Victor Hugo (tanta roba...), la Regina Vittoria (birichina...), Napoleone (un mandrillo!). Scopriremo che Cleopatra ideò il primo vibromassaggiatore inserendo delle api in un tubo di papiro, che il bidè l'hanno inventato i francesi provandone l'effettiva inutilità (???) e che la cintura di castità risale al Rinascimento e non al Medioevo come molti credono.
Assisteremo al sesso libero, al matrimonio imposto dalle classi sociali, al primo divorzio, ai motivi che hanno consentito l'annullamento di un'unione e alla prima manifestazione arcobaleno.
Ma soprattutto impareremo moltissime cose prendendole con la giusta dose di serietà, ma mai con superficialità.
Sex Story è un libro che fa bene. Al momento migra continuamente dalla libreria al comodino, non mi sono ancora stancata di riflettere su alcune parti, mi diverto a fare parallelismi tra le varie epoche (spesso ci ritroviamo a fare un passo avanti e due indietro!), a riflettere su dove andremo a finire e a scoprire nuovi titoli interessanti tra le fonti che vengono citate (quello che c'è scritto - ricordiamolo - è tutto documentato!).
Quindi "basta stronzate!" e correte in libreria a comprarlo! Lo amerete a dismisura e diventerà uno dei vostri regali salvagente preferiti. Perché insomma, diciamolo... a nessuno può non piacere Sex Story. E su questo non c'è dubbio.

Acquista su Amazon


29 marzo 2019

Recensione, NINNA NANNA di Leïla Slimani

Lettori, sono già tornata! Incredibile ma vero non appena ho finito di leggere Ninna Nanna, il romanzo vincitore del premio Goncour 2016, sono subito corsa alla tastiera perché avevo urgenza di mettere nero su bianco pensieri ed emozioni.
Non aggiungo altro. Vi lascio al mio delirante pensiero.

Ninna Nanna di Leïla Slimani 

| Rizzoli, 2017 | pag. 201 |

Quando arriva il secondo figlio, Myriam decide di riprendere a lavorare. È una scelta sofferta, ragionata, discussa a lungo con Paul, il marito, eppure imprescindibile, e appena si presenta l'occasione la neomamma la afferra con tenacia e torna alla sua professione di avvocato. Adesso però serve una tata per Mila e Adam. Sarà una selezione severa, nessuno affida di buon grado i propri figli a una sconosciuta. Poi un giorno nell'appartamento dei Masse entra Louise: luminosa, solare, dolce, e i bambini, soprattutto Mila, sembrano sceglierla prima dei genitori. È l'incastro perfetto dell'ultima tessera di un puzzle. La donna guadagna l'affetto incondizionato dei piccoli e la gratitudine di Myriam e Paul, trasforma la casa in un incanto, li vizia anticipando ogni loro necessità. Finché questo rapporto di dipendenza, come tutte le dipendenze, non si incrina, mostrandosi eccessivo, non si rivela sbagliato e infine deraglia rovinosamente. Attraverso la descrizione chirurgica, certosina, della giovane coppia e della figura intrigante e misteriosa della tata, "Ninna nanna" affonda lo sguardo nelle nostre concezioni dell'amore, dell'educazione, dei rapporti di forza che si celano dietro il denaro, parlandoci di pregiudizi culturali e di classe e del tempo in cui viviamo. E ci mette di fronte ad alcune delle più recondite paure di ogni genitore, di ogni donna e di ogni uomo.
Voto

La storia inizia dalla fine. Un bambino trovato morto, la sorella in fin di vita, la baby sitter accusata di omicidio. Fin da subito mi sono chiesta... ma le cose stanno davvero così? La verità è quella che ci viene presentata?
Leïla Slimani fa subito un passo indietro e ci racconta gli antefatti.
Miryam e Paul sono una coppia felice, ma l'arrivo del primo figlio sbilancia il loro equilibrio, il secondo nato lo spezza. Dietro ai biberon da preparare e ai pannolini da cambiare non c'è una famiglia felice, ma appesantita dalle responsabilità. La routine è fatta di occhiaia, rimpianti, malinconia, finché un giorno non arriva Louise, la tata perfetta, la donna che porterà luce e gioia nelle loro vite.
Miryam potrà finalmente appagare le sue ambizioni lavorando, Paul troverà a casa una moglie soddisfatta e tutto sarà così perfetto da renderli ciechi - "si comportano come bambini viziati, come gatti domestici" scrive l'autrice - ignari del fatto che Louise si stia poco alla volta costruendo un nido invisibile a casa loro. Lei, così minuta, discreta, abilissima nell'operare dietro le quinte, sembra avere il dono dell'invisibilità, invece c'è. Lo sanno Adam e Mila, i bambini. E ben presto lo capiranno anche Miryam e Paul.
Dietro a uno stile asciutto e a una narrazione secca e veloce, si nascondono i disagi del secolo, i lati oscuri della maternità, l'incapacità di crescere, maturare, le piccole e grandi intolleranze che ci rendono egoisti, egocentrici, razzisti.
Non c'è scampo per nessun personaggio. L'autrice li analizza in modo chirurgico, fotografa le loro azioni, registra le loro parole e lascia a noi il compito di giudicare.
Ispirato a un fatto di cronaca vera avvenuto a New York, Ninna Nanna è un titolo politicamente scorretto che affonda le unghie nel tessuto sociale, strappa quel falso velo di ipocrisia in cui ci illudiamo di trovare confortare e trasmette disagio, angoscia, terrore. C'è sempre la sensazione che qualcosa stia per esplodere e soprattutto che il colpevole non sarà solo uno.

Perché un voto così basso allora? Per il finale. Ha funzionato tutto perfettamente fino a venti pagine dalla fine, poi non so cosa sia successo.
Mi figuro una roba del genere.

"Leïla, muoviti, domani andiamo in stampa"
"Arrivo, arrivo, mi manca la parte che collega la storia alle battute iniziali...."
"Non c'è tempo, dai. Va bene così. Si capisce lo stesso."
*consegna il manoscritto*

Quindi sì. Ritrovarmi tra le mani una bomba e non averla vista esplodere ha pesato notevolmente sul mio giudizio finale. Peccato, perché fino a un certo punto mi sembrava di assistere all'autopsia - lucida e spietata - di un crimine, però poi, medico legale, polizia e testimoni... hanno dato forfait...

Acquista su Amazon

28 marzo 2019

Recensione, KRAMP di Maria José Ferrada

Lettori belli buongiorno e buon #BBB!
Oggi pubblico la recensione per il #bookbloggersblabbering di marzo, un romanzo breve che a distanza di giorni mi porto ancora addosso, ed è una sensazione bellissima.
Quindi 3, 2, 1, via!

KRAMP di Maria José Ferrada

| Edicola Ediciones, 03/2018 | pag. 128 |

Complice una madre distratta, che non vede bene dall'occhio sinistro, a sette anni M, invece che andare a scuola, viaggia ogni giorno per le polverose strade di un Cile di provincia, accompagnando D, il padre, nel suo lavoro di commesso viaggiatore di articoli di ferramenta. M e D lavorano in squadra. La presenza della bambina, con le sue scarpe lustre, la valigetta di plastica e un talento precoce nell'intercettare le debolezze altrui, impietosisce i clienti e fa aumentare le vendite di chiodi, martelli, seghetti e viti. D non è granché come padre, ma si rivela un eccellente datore di lavoro e in questi viaggi M inizia a costruire il proprio inventario del mondo, usando gli oggetti quotidiani come mezzo per comprendere la realtà. Fino al giorno in cui i vari elementi che le girano attorno - il passato della madre, D e il suo codice d'onore, i fantasmi di E, la fiducia nell'opera del Grande Falegname e i tempi che corrono - invece che incrociarsi e proseguire ognuno per la propria strada, la centrano in pieno. Attraverso una scrittura sensibile e precisa, sempre in bilico tra nostalgia e ironia, María José Ferrada usa la sua esperienza di autrice di libri per l'infanzia per dare alla protagonista M una voce sincera e autentica, capace di raccontare un mondo crudele e disordinato dove la memoria e l'abitudine di classificare oggetti ed esperienze sembrano le uniche strategie per sopravvivere.
Banale dirlo, ma questo libro è un gioiellino. Un breve e intenso romanzo in cui Maria José Ferrada riesce a trasportarci con poche ma ben pesate parole in una realtà distante, quella del Cile di Pinochet, per raccontarci una storia tanto comune quanto insolita, quella di un padre e di sua figlia.
M ha solo sette anni quando inizia a uscire con D, un commesso viaggiatore di articoli Kramp grazie al quale scoprirà le meraviglie e i disincanti del mondo attraverso i banconi delle ferramenta e i tavolini dei bar. Il loro è un sodalizio perfetto; M intenerisce gli ipotetici acquirenti, le vendite di D aumentano e lei riceve dei regali. È un rapporto sicuramente anticonvenzionale, ma perfettamente funzionante. E poco importa se M debba mentire alla madre e vada a scuola due giorni su cinque... gli affari sono affari.
In molti giudicherebbero riprovevole il comportamento di D, ma da un altro punto di vista lo si potrebbe definire un vero e proprio pioniere della pedagogia sistemica. M infatti cresce sveglia, arguta, forse un po' cinica, ma non amarla sarà assolutamente impossibile. Si racconta con ironia, parla della vita, riflette sulla morte, conta i soldi, pianifica il futuro, mantiene lucide le scarpe e fa anelli di fumo prima di incontrare i clienti perché porta fortuna.
Il background è muto, discreto, quasi immaginifico, sono pochi gli elementi che contestualizzano il luogo e il momento in cui si snodano le vicende, uno su tutti è lo sbarco sulla luna, un evento così straordinario che ha reso possibile qualsiasi cosa. Se l'uomo ha conquistato lo spazio allora non c'è niente che non possa fare, no? Lo pensa M, lo pensano tutti, eppure il regime che si sta imponendo è di quelli che invece di aprire gli orizzonti li chiuderà. E Maria José Ferrada, quasi a voler tutelare i suoi personaggi, non li chiamerà mai per nome, ma solo con la loro iniziale. Perché meno si dice meglio è. Ogni parola di troppo potrebbe essere pericolosa.
Quella raccontata in Kramp infatti è una storia semplice solo all'apparenza; come molti romanzi di formazione termina nel momento in cui la protagonista cresce, quando i suoi punti di riferimento cambiano e le consapevolezze si fanno strada tra i sogni e le illusioni. Ma tra queste pagine, insieme a una narrazione lirica e meravigliosa, c'è molto altro. Orrore e paura. Malinconia e verità. Amore e sofferenza. Il mondo vi apparirà come il più ridicolo e spietato dei teatri. Divertente a una prima occhiato, terribile a una seconda.
Vi invito a leggerlo tutto d'un fiato. La prosa vi saprà incantare e la voce di M sarà un'eco indimenticabile.
«Mi ricordo che durante un campeggio uscimmo a guardare le stelle e, usando la Croce del Sud come punto di riferimento, spiegai ai miei compagni che quelle che scintillavano in lontananza non erano stelle, ma bullette da mezzo pollice con cui il Grande Falegname aveva appeso tutto in cielo.
Noi inclusi.
Quel che voglio dire è che ognuno cerca di spiegarsi il meccanismo delle cose con ciò che ha sottomano. Io, a sette anni, avevo allungato la mia e avevo trovato il catalogo dei prodotti Kramp»
Acquista su Amazon


Il Book Bloggers Blabbering

21 marzo 2019

Recensione, IO TI HO TROVATO di Lisa Jewell

Torno a parlare della Jewell, anche se dopo il bellissimo Ellie all'Improvviso ero pronta a un romanzo non altrettanto bello. Certi miracoli sono difficili da ripetere. Sarà dura per l'autrice conviverci ;)

P.S. Sono stata particolarmente severa con il voto... vabbe', si vede che quando l'ho dato ero in modalità signorina Rottermeier.

Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell

| Neri Pozza, 2017 | pag. 349 |

Alice Lake vive in un piccolo cottage sulle coste orientali dello Yorkshire. Madre single di tre figli, per mantenere se stessa e la sua famiglia compone collage con ritagli di vecchie carte geografiche, che provvede poi a vendere in rete. Una sera, sulla spiaggia, Alice scorge la sagoma di un uomo: seduto sulla sabbia umida, le braccia allacciate intorno alle ginocchia, l'uomo indossa solo jeans e camicia e sembra indifferente al vento che solleva spruzzi gelidi. Non è abbastanza malconcio per essere un vagabondo né abbastanza strano per essere un paziente del centro di salute mentale del paese. Ma ha un'aria talmente sperduta, uno sguardo cosi confuso e triste che Alice decide di avvicinarlo e di prestargli soccorso. L'uomo le rivela di non sapere nulla di sé, del perché si trova lì e di come ci è arrivato. Tra gli sguardi increduli dei tre figli, Alice porta a casa lo sconosciuto e lo sistema nella piccola dépendance che di solito affitta, ma in quel momento è vuota. Una decisione avventata e di certo rischiosa, dato che quell'uomo in evidente stato confusionale e senza alcuna memoria del suo passato potrebbe essere chiunque. Quella stessa sera, a Londra, Lily Monrose telefona alla polizia per denunciare la scomparsa di suo marito, Carl Monrose. Quando non lo ha visto tornare dal lavoro ha avuto la sensazione che un ghiacciolo le scivolasse lungo la schiena. Lei e Carl sono rientrati dal viaggio di nozze solo dieci giorni prima e lui si precipitava a casa tutte le sere appena finiva di lavorare, prima di svanire nel nulla lasciando dietro di sé una scia di inquietanti interrogativi, tra cui una falsa identità. La soluzione di questi misteri sembra condurre a un evento accaduto ventitré anni prima, quando due adolescenti, Gray e Kirsty, in vacanza con i loro genitori in un pittoresco villaggio di mare, incontrarono un giovane un po' singolare. Un giovane che aveva occhi solo per Kirsty.
Voto:

Quando ti colpisce un battere peggio del Yersinia pestis mentre combatti la malattia ti serve un libro salvagente, un libro che abbia quindi altissime probabilità di gradimento.
Ho optato per Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell perfettamente conscia del fatto che l'autrice non potesse aver scritto un altro gioiello come Ellie all'Improvviso (qui la recensione), ma nemmeno una colossale schifezza.
E avevo ragione. Io Ti Ho Trovato è un buon titolo d'intrattenimento, in effetti una volta sfogliata l'ultima pagina non vi alzerete per fare una standing ovation all'autrice, ma non vorrete nemmeno lanciare il libro dalla finestra.

La storia gioca su due piani temporali e tre narrazioni differenti. Da una parte abbiamo una donna che si offre di aiutare un uomo che ha perso la memoria, dall'altra una moglie disperata per l'improvvisa scomparsa del marito mai rientrato a casa dal lavoro. Parallelamente assistiamo a una serie di eventi avvenuti circa vent'anni prima, durante un'estate che si porterà via tutto: amore, famiglia, affetti, innocenza.
Ma se Ellie all'Improvviso gode di quella prevedibilità tipica dei romanzi in cui non sono importanti i "chi", ma i "perché", in Io Ti Ho Trovato l'autrice costruisce il plot su una struttura decisamente più gialla, peccato che dopo un centinaio di pagine ci sia ben poco da scoprire. Tutto non è stato detto, ma tutto sembra già scritto. E se in Ellie, la conferma delle proprie ipotesi getta il lettore in uno stato di terribile angoscia, questa volta a prevalere sono i "be', uffa, lo sapevo già". 

Peccato, perché lo stile della Jewell è molto avvolgente, visivo, scorrevole, dalla sua penna prendono forma personaggi convincenti e poco convenzionali, da Alice, che con la sua insolita stravaganza e i suoi tre figli avuti da tre uomini diversi non si farà problemi nell'ospitare un perfetto sconosciuto, a Lily, giovane sposa ucraina, angosciata e disorientata in un Paese in cui fatica a muoversi se a stringerle la mano non c'è suo marito.
Io Ti Ho Trovato è un titolo molto femminile che racconta le varie forme dell'amore, da quello giusto a quello sbagliato, da quello che ti inganna tenendoti prigioniero a quello a cui ci aggrappiamo disperatamente credendo che sia vero.
Forse se la Jewell avesse sottinteso la verità spostando l'attenzione su altri fattori, la noia non avrebbe avuto il sopravvento. Forse non avrei alzato gli occhi al cielo quando un capitolo terminava con una folgorante rivelazione che di folgorante non aveva assolutamente nulla. E forse mi sarei affezionata ai personaggi, almeno ai protagonisti, invece ancora una volta l'ago della mia personalissima bilancia ha preferito pendere verso i "cattivi".
E lo ripeto, è un gran peccato perché l'autrice sa scrivere davvero bene, infatti mi sento comunque di consigliare il romanzo a tutte quelle lettrici che non masticano molto i thriller e che probabilmente tra queste pagine troveranno la loro giusta dose d'intrattenimento.

Acquista su Amazon


17 marzo 2019

Recensione, CHI HA RUBATO ANNIE THORNE di C. J. Tudor

Ma che belli i libri che creano malessere! Quanta gioia nel ritrovare in libreria un horrror. E chi se ne frega se la Tudor si ispira/copia/omaggia King. Lo fa bene. Serve altro?

CHI HA RUBATO ANNIE THORNE? di C. J. Tudor

| Rizzoli, 2019 | pag. 350 |

Arnhill, piccolo villaggio di miniera inglese. Nel 1992 una banda di quindicenni trova l'ingresso ai cunicoli. Scendono in cinque: Hurst, la mente; Fletch, il braccio; Chris, la bussola; Marie, l'affascinante fidanzatina di Hurst; e Joe Thorne. Si imbattono in un ossario di bambini, sepolti laggiù da chissà quanto tempo. Ma non sono soli. Annie, la sorellina di otto anni di Joe, li ha seguiti fin lì. E quando un'altra presenza si manifesta, vomitando milioni di scarafaggi dai teschi, dalle ossa e dai crepacci del terreno, tutto precipita. Nella confusione della fuga, qualcuno sferra un colpo mortale alla testa di Annie. Nonostante gli altri lo abbiano abbandonato chiudendosi la botola alle spalle, Joe riesce a tornare a casa. Due giorni dopo, torna anche Annie. Nessuno sa dove sia stata. Oggi, venticinque anni dopo quel giorno e infrangendo la promessa che aveva fatto a se stesso, Joe ha deciso di rimettere piede a Arnhill. A convincerlo a intraprendere il viaggio è stata un'email anonima: "So cos'è successo a tua sorella", gli hanno scritto. Sta succedendo di nuovo.
Voto:


"A volte hai solo una scelta,
ed è quella sbagliata."

Avevo amato L'Uomo di Gesso (qui la recensione) non tanto per la parte thriller della storia, ma proprio per lo stile narrativo, per la grande capacità dell'autrice di tracciare, lungo le pagine, una scia di malessere quasi contagiosa. E ho amato Chi Ha Rubato Annie Thorne? per lo stesso identico motivo.
C. J. Tudor torna a omaggiare Stephen King e in un panorama di pubblicazioni in cui il genere horror sembra non esistere quasi più, io sono grata a questo libro. È vero, leggendo la trama basterà fare 1+1 e sarà subito chiaro quale romanzo possa aver ispirato l'autrice, ma sapete una cosa? Chi se ne frega.

Anche questa volta il libro è strutturato su due piani temporali, passato e presente si alternano e se all'inizio conosciamo Joe Thorne, un uomo con una voragine nel petto e una lunga lista di bugie pronte per essere snocciolate, poco alla volta scopriamo il perché del suo ritorno ad Arnhill, il paese natale, un luogo ostile, ripiegato su se stesso, in cui i visitatori sono guardati con diffidenza e sospetto. A Joe non verrà riservato nessun trattamento di favore, perché dopo venticinque anni non è più considerato uno del posto; ufficialmente è tornato per ricoprire il posto di professore all'interno della scuola, ufficiosamente vuole saldare antichi debiti, svelare segreti, sollevare tappeti. Perché una notte di tanti anni prima è successo qualcosa di terribile... e forse sta per ricapitare.
"Vorrei poter dire alla mia sorellina che le volevo bene. Che la amavo con tutto il cuore. Era la mia migliore amica, la persona con cui potevo essere davvero me stesso, l'unica capace di farmi ridere fino alle lacrime.
Ma non posso. Perché a otto anni mia sorella è scomparsa. All'epoca pensai che fosse la cosa più terribile che potesse mai accadere al mondo.
Solo che poi tornò."
Ci sono miracoli e miracoli. Alcuni arrivano dall'alto, altri invece salgono dal basso.
Joe sa bene a quale categoria appartenere. Dopo quella notte nella Fossa, all'interno della vecchia miniera, niente è più stato come prima. Sua sorella è scomparsa per poi tornare dopo quarantotto ore... solo che non era più la sua Annie. È stato l'inizio della fine. I ricordi belli hanno iniziato a svanire, come se non fossero mai esistiti, e la vita ha cominciato a riempirsi di incubi e rimpianti. Il tempo non ha curato nessuna ferita e il dolore si è diffuso come un morbo.

Sono diverse le cose che ho amato in questo libro a partire proprio da Joe, una voce narrante di grandissimo effetto, non il solito protagonista bravo e buono, ma un uomo fatto di lividi e ossa rotte. Ex bambino nerd, sempre attaccato a tv e videogiochi, da adolescente è stato scelto da Hurst per far parte della sua banda di giovani debosciati e per sentirsi parte di un gruppo, per non essere più uno sfigato, si è ritrovato a fare le peggio cose. Poi è cresciuto, è diventato adulto, ha accumulato debiti di gioco, è diventato un insegnante, ma anche in questo caso sono stati più i demeriti dei meriti. Joe è un antieroe in tutto e per tutto. Cinico, inaffidabile, rancoroso. Ma a conquistarmi è stata la sua tagliente ironia che sfoggia come meccanismo di difesa e che lo fa apparire come un grandissimo stronzo menefreghista. Invece una coscienza ce l'ha. O non sarebbe tornato ad Arnhill.
"La vita non è gentile. Con nessuno.
Accumula macigni su macigni, ce li carica sulle spalle. Dilania le cose a cui teniamo e riempie le nostre anime di rimpianti."
Stilisticamente l'ho adorato. La Tudor è una calamita, anche quando non racconta niente di stravolgente riesce a tenerti incollato alle pagine. Arnhill è un po' la Derry di It. Tanti segreti, poche verità. Atmosfere cupe, incubi che prendono forma. Non c'è scampo tra queste pagine. E come per L'Uomo di Gesso ho apprezzato che il genere del libro e la storia in sé, fossero un pretesto per raccontare anche altro. L'adolescenza, la crescita, il bullismo, l'emarginazione. Sono tutti temi cari alla Tudor e anche se talvolta ne abusa sa come gestirli e li mette a servizio dello sviluppo dei suoi personaggi.
Ecco, se proprio devo muovere una critica, forse c'è uno sfoggio eccessivo di "botta e risposta", però i dialoghi al fulmicotone sono i miei preferiti quindi la assolvo da tutti i suoi peccati, confido che la sua anima possa diventare ancora più nera, e resto in trepidante attesa del suo prossimo romanzo.

Acquista su Amazon

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...