16 settembre 2019

Recensione, THE CHAIN di Adrian McKinty

Da grandi aspettative derivano grandi delusioni.
Capita, siamo lettori maturi e vaccinati e quindi sappiamo affrontare momenti come questo con dignità. Però cazzarola Adrian, questo non me lo dovevi fare!

THE CHAIN di Adrian McKinty

| Longanesi, 2019 | pag. 353 | € 19,50 |

"Mi chiamo Rachel Klein e fino a pochi minuti fa ero una madre qualunque, una donna qualunque. Ma adesso sono una vittima. Una criminale. Una rapitrice. È bastato un attimo: una telefonata, un numero occultato, poche parole. Abbiamo rapito tua figlia Kylie. Segui le istruzioni. E non spezzare la Catena, oppure tua figlia morirà. La voce di questa donna che non conosco mi dice che Kylie è sulla sua macchina, legata e imbavagliata, e per riaverla non sarà sufficiente pagare un riscatto. Non è così che funziona la Catena. Devo anche trovare un altro bambino da rapire. Come ha fatto lei, la donna con cui sto parlando: una madre disperata, come me. Ha rapito Kylie per salvare suo figlio. E se io non obbedisco agli ordini, suo figlio morirà. Ho solo ventiquattro ore di tempo per fare l'impensabile. Per fare a qualcun altro ciò che è stato fatto a me: togliermi il bene più prezioso, farmi precipitare in un abisso di angoscia, un labirinto di terrore da cui uscirò soltanto compiendo qualcosa di efferato. Io non sono così, non ho mai fatto niente di male nella mia vita. Ma non ho scelta. Se voglio salvare Kylie, devo perdere me stessa...".
Voto:

No, no, nooo, nooooo e ancora NO!
Non importa da quale prospettiva guardi questo libro, perché non ce n'è una che funzioni. Salvo giusto l'idea, geniale, tutto il resto per me è fuffa, mi meraviglio solo che l'autore abbia all'attivo una ventina di titoli, perché questo ha l'inaspettato e amaro sapore dell'inesperienza.
The Chain è un'esclation di situazioni al limite dell'inverosimile, ma soprattutto di comportamenti tanto assurdi quanto improbabili e c'è così tanta carne al fuoco tra queste pagine che gli incendi in Amazzonia sono niente a confronto. Rapimenti, droghe, disabilità, cancro, social media, senso etico e morale, sopravvivenza, criminalità... 
Tutto inizia con il rapimento della tredicenne Kylie e una telefonata a sua madre, Rachel, che per riaverla indietro dovrà pagare un riscatto di venticinquemila dollari e sequestrare a sua volta un bambino: è entrata in un anello della Catena e solo non spezzandola nessuno si farà del male.
Fin qui tutto ok, anzi le premesse per una storia ansiogena ci sono tutte, eppure sin dal principio c'è la sensazione che qualcosa non vada per il verso giusto; poliziotti uccisi e depistati con grande faciloneria, soldi trovati come se crescessero sull'albero della cuccagna, un'arsenale di armi da far invidia a Rambo, il tutto condito da una psicologia pressoché inesistente che ti porta a non provare un minimo di empatia per nessuno.
Però ci ho voluto credere. Per le prime cento pagine non ho messo a tacere quel fastidioso prurito che mi viene quando i sensi si allertano, ma la verità è una sola: per apprezzare the Chain avrei dovuto disattivare ogni connessione logica, spegnere i neuroni e prendere per buone le parole di McKinty.
Solo che non ce l'ho fatta.
Lo stile velocissimo, incalzante, quasi telegrafico (qui siamo ben oltre il dono della sintesi), non mi ha impedito di notare la brillante incoerenza dei personaggi, i modi rocamboleschi con cui uscivano da situazioni pericolosissime e di storcere il naso di fronte alla malattia di Rachel. Sì, perché Rachel ha il cancro. L'autore ha spinto il tasto "vinco facile" per commuovere il lettore e ha miseramente fallito. Non si banalizza così una malattia. Non si usa come pretesto per impietosire. Soprattutto quando Rachel, sotto chemio, ha più energie di un atleta dopato.
Superficialità è la parola chiave di the Chain. Potremmo definire questo libro una colossale americanata, ma onestamente storie con così poca credibilità rasentano il comico. Certo, è un romanzo che si legge molto in fretta, ma è sufficiente? Per me no. Non c'è suspense, non c'è mistero, non c'è dramma. E come se non bastasse il nome del fatidico colpevole è così lampante che se l'autore l'avesse rivelato senza fare tanto il vago avrebbe fatto più bella figura. Invece i suoi tentativi di depistaggio si riducono a Rachel che quando vede una ragazza con una catenina al collo pensa faccia parte della Catena. Emh... il nesso? Perché indossa una catenina... catenina... catena... no vabbe' #mariaioesco.

Infine, e questo sasso non posso non togliermelo dalla scarpa, pur non essendo una di quelle persone che fa le pulci alle traduzioni che presentano sbavature - perché so benissimo che dietro alla pubblicazione di un libro ci sono esseri umani, non macchine! - non ho potuto restare indifferente davanti alla traduzione errata di ski mask. Perché? Perché ski mask significa passamontagna, ma è stato tradotto con maschera da sci, quindi io, per trecentocinquanta pagine, mi sono immaginata questa banda di balordi che rapisce bambini per le vie di Boston travestiti da Alberto Tomba. Capite, perché tutto sembrava ancor più tragicamente comico ai miei occhi?

Mi dispiace tantissimo per questa occasione mancata, ma non sono riuscita davvero ad apprezzare nulla. The Chain era nato sotto forma di racconto e tale doveva restare, perché come diceva mia nonna, "Se nasci tondo non muori quadrato".
Adrian, il nostro non è un arrivederci, ma un addio.


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5 settembre 2019

Recensione, SADIE di Courtney Summers

Buongiorno cari lettori, oggi torno con una recensione che per molti non sarà una novità. Su instagram (@silvia_inunclick) vi tengo infatti sempre aggiornati e questa estate ho condiviso con voi tutti i miei pensieri pre, durante e post parto lettura, ma una traccia indelebile qui sul blog non potevo non lasciarla! 8)

SADIE di Courtney Summers

| Rizzoli, 2019 |

Quando il popolare conduttore radiofonico West McCray riceve una telefonata da una donna che lo implora di cercare Sadie Hunter, diciannove anni, scomparsa da alcuni mesi, l'uomo non è davvero convinto che quella sarà una storia da raccontare: è tristemente consapevole che di ragazze scomparse ce ne siano molte, troppe, ogni giorno. Ma quando viene a sapere che Sadie si è allontanata da casa dopo il brutale omicidio irrisolto della sorella Mattie, tredici anni, parte alla volta di Cold Creek, Colorado, per cercare di saperne di più.
Sadie non ha idea che la sua storia stia per diventare il soggetto di un podcast di successo seguito da una costa all'altra degli Stati Uniti. Tutto ciò che vuole è vendetta: armata di un coltello a serramanico e del suo lacerante dolore, Sadie colleziona una serie di confusi indizi che seguono le tracce dell'uomo che è convinta abbia ucciso la sorella.
Mentre West ricostruisce il viaggio di Sadie, ritrovandosi sempre più coinvolto dalla storia della ragazza e ossessionato dal pensiero di ritrovarla, un mistero inquietante comincia a prendere forma e a svelarsi. Riuscirà West a ricomporre il puzzle della verità prima che per Sadie sia troppo tardi?
Alternando le puntate del podcast alla lucida voce di Sadie, che racconta in prima persona la sua caccia all'uomo, Courtney Summers ci regala una storia struggente che resta sulla pelle ben oltre la sua ultima pagina.
Voto:

A distanza di settimane dall'aver terminato Sadie credo finalmente di averlo metabolizzato e di poterne parlare in modo molto razionale. Non appena ho sfogliato l'ultima pagina su Instagram ho fatto delle stories in cui mi dichiaravo in qualche modo confusa, divisa tra l'importante messaggio del romanzo e dal poco coinvolgimento provato in alcune parti. Confermo tutto.
Una lettura fatta di up and down dovuti in parte alla doppia narrazione.
Da una parte c'è Sadie, una ragazza senza spirito di conservazione incapace di elaborare le cose belle, perché la vita le ha sempre sbattuto in faccia solo bugie e dolore. Mattie, la sorella minore, è la sua unica fonte di speranza, l'ama senza riserve, cerca di proteggerla da ogni tipo di delusione e quando viene uccisa tutto diventa improvvisamente buio. Per lei non esiste più niente al di fuori della vendetta; il baratro si è aperto e a Sadie non importa di finirci dentro, deve solo trascinare con sé l'assassino di Mattie... un uomo che conosce fin troppo bene...
La seconda narrazione è spostata cronologicamente in avanti. Scopriamo fin dalle prime righe che di Sadie, durante questa disperata caccia all'uomo, si sono improvvisamente perse le tracce, ed è qui che l'autrice approfitta per mettere gli accenti sui tanti fatti di cronaca che stanno devastando l'America. Solo nel 2012, secondo l'FBI, le persone scomparse sono state seicentomila e cinquecentomila erano ragazzi sotto i diciotto anni. Un dato che ha dell'incredibile. Per questo finché non c'è un corpo, del sangue, o comunque uno straccio di dna, un'indagine non si può aprire. È materialmente impossibile.
Courtney Summers da quindi la parola a un noto conduttore radiofonico che decide di  raccontare la storia di Sadie attraverso dei podcast. Un'indagine atipica, in America ce ne sono tante...
Piccolo appunto. Nella versione originale questi podcast si possono ascoltare. Sono perlopiù interviste a persone vicine a Sadie e a tutti coloro che hanno incrociato, anche per poco, il suo cammino, ma onestamente leggere un qualcosa che nasce per essere in un formato audio non mi è piaciuto. Nelle parole scritte non ci sono sfumature o emozioni, è tutto un botta e risposta, ma se un romanzo nasce con una determinata peculiarità non vedo perché non debba essere mantenuta.
Infatti le due parti risultano sbilanciate. Sadie si racconta senza filtri, la sua voce è fatta di polvere, cicatrici e lacrime. I podcast (scritti) sono freddi, impersonali. Oltretutto mi è mancato un accurato approfondimento psicologico di vari personaggi e,  pur non potendo considerare il romanzo un vero e proprio thriller 1) perché l'assassino è noto fin dal principio 2) perché manca di suspense, c'è troppa staticità.
Peccato, perché il finale è davvero potente, getta luce su un'America fatta di teste basse e occhi chiusi, racconta di come il dolore possa camminare più veloce della vita stessa e ti lascia con una sensazione di angoscia e smarrimento. Dove sono questi ragazzi che spariscono dalle loro case? Com'è possibile diventare invisibili nel XXI secolo? Come si sopravvive all'incertezza?
Un romanzo destabilizzante, forse più a livello di contenuto che di stile, ma merita comunque di essere letto.

Podcast:
Se masticate bene l'inglese i podcast potete ascoltarli a questo link:
https://us.macmillan.com/podcasts/podcast/the-girls-find-sadie/

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30 agosto 2019

Recensione, UNA PERFETTA BUGIA di Peter Swanson

Lettori buongiornissimo, bentrovati, spero che le vacanze siano andate alla grandissima e che dire... si riparte! Più carichi che mai!
Oggi nuova review! Ormai Swanson è un autore che leggo volentieri e questa nuova uscita Einaudi non me la potevo perdere. Una Perfetta Bugia non mi è dispiaciuto, diciamo che si colloca a metà strada tra Quelli Che Meritano di Essere Uccisi (ho amato la protagonista!) e Senti la Sua Paura (ho odiato la protagonista). Avrei dovuto leggerlo al mare. Come lettura da ombrellone sarebbe stata perfetta.

Una Perfetta Bugia di Peter Swanson

| Einaudi 2019 | pag. 316 |

Pochi giorni prima di laurearsi, Harry riceve una telefonata. Suo padre è morto e la polizia pensa si tratti di un incidente. A comunicarglielo è la matrigna, Alice, e Harry non può far altro che tornare a casa e cercare di capire, con l'aiuto della donna, cosa sia successo. Ma quando al suo arrivo conosce Grace, un'intrigante ragazza che sembra collegata alla sua famiglia, le certezze sul passato di suo padre iniziano a sgretolarsi mostrando un uomo molto diverso da quello che il figlio conosceva. Anche la matrigna, che lui ha sempre trovato irresistibile, pare decisa a sedurlo. Ipnotizzato da queste due donne, smarrito fra le ombre del passato e le inquietudini del presente, Harry non riesce più a orientarsi. Sa soltanto che Alice e Grace nascondono segreti pericolosi e forse mortali. E che nessuna di loro dice la verità.
Voto:

Probabilmente il colpo di fulmine che c'è stato con Quelli Che Meritano di Essere Uccisi (qui la recensione), il primo romanzo che ho letto di Swanson, non si ripeterà più e questa è una cosa che mi devo stampare a chiare lettere in testa.
Partiamo però col dire che Una Perfetta Bugia mi stava piacendo, fino a tre quarti dalla fine la lettura è proceduta spedita, non riuscivo a staccarmi dalle pagine, poi è arrivato il momento in cui l'autore ha dovuto tirare i fili della trama, svelare i retroscena di un omicidio malamente travestito da suicidio, e qualcosa non ha funzionato. Cosa? Il momento clou. Quello in cui dovresti avere il cuore in gola e l'ansia a palla. Il problema è che Swanson sa tratteggiare molto bene personaggi deviati, le situazioni che crea sono morbose oltre ogni limite, ma nel momento in cui deve dare una scossa emotiva (e ci sono delle situazioni che lo richiedono!) fa un po' cilecca. E anche se l'epilogo l'ho trovato perfetto le trenta pagine che l'hanno preceduto non sono state all'altezza.
Peccato. Si stava per beccare quattro stelle piene e ci ha rimesso mezzo voto.
Dio perdona, io no.

Ma veniamo al romanzo. Ancora una volta l'autore ci propone la solita, apprezzatissima (almeno da me!) struttura narrativa, quella in cui presente e passato si alternano.
Da una parte c'è la storia di Harry, un ragazzo poco più che ventenne il cui mondo cade a pezzi il giorno in cui la sua matrigna, Alice, gli comunica che il padre è morto cadendo dalla scogliera durante la sua consueta passeggiata. Dall'altra, mentre i segreti invece che svelarsi si infittiscono, è la Alice adolescente che impariamo a conoscere. Lei, sua madre e il patrigno. Un rapporto ambiguo dai risvolti prevedibili, eppure Swanson saprà mantenere alta la tensione, perché - non mi stancherò mai di dirlo - come modella lui i personaggi borderline in pochi lo sanno fare. Più in generale mi viene da dire che eccelle nella parte noir, meno in quella puramente gialla. Nei suoi libri bisogna fregarsene del "chi" e a volte anche del "perché". Io mi sono divertita nel vedere come alcuni personaggi prendessero forma. Come l'autore riuscisse a farmeli conoscere attraverso le loro folli azioni. Come alcuni risultassero ambigui, altri impermeabili ai sensi colpa, altri ancora divorati dalla bramosia.
L'uso della terza persona, che si mantiene distaccato, volutamente distaccato, anzi diciamo pure necessariamente distaccato, è una caratteristica di Swanson che - unito a uno stile asciutto - impedisce alle maschere di cadere e gli permette di mantenere un alone di indecifrabile mistero intorno ai suoi personaggi. Ma non c'è niente da fare, quelli palesemente disturbati restano comunque i migliori e si meriterebbero sempre un posto in prima fila. Com'è stato con Lily (sì, vi stresso con Quelli Che Meritano di Essere Uccisi, è la mia Bibbia che ci posso fare!), pazza in modo onesto e consapevole. Una vera star.

Comunque Una Perfetta Bugia si è rivelato un buon libro d'intrattenimento, nulla da dire, non il thriller della vita, ma mi aspetto - anzi pretendo! - che l'autore prossimamente sforni un nuovo piccolo capolavoro. Lo so. Probabilmente invecchierò nell'attesa...

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24 luglio 2019

Recensione, Anna Édes di Dezső Kosztolányi

Che bello quando si deve recensire un romanzo che ti è piaciuto. Lo si fa davvero a cuor leggero, senza patemi, senza "Oddio, ma sarò stata abbastanza diplomatica? Avrò offeso qualcuno?". Solitamente sì, ho offeso qualcuno (sempre in modo bonario, giuro!), ma oggi il mio unico pensiero è quello di rendere giustizia a un grande classico ungherese. Forse non ci riuscirò, forse non sarò all'altezza, ma in ogni caso sappiate che ve lo consiglio ;)

Anna Édes di Dezső Kosztolányi

| Anfora Edizioni, 2018 (2° ed.) | pag. 272 |

Nel tumultuoso periodo del primo dopoguerra ungherese, tra rivoluzioni e controrivoluzioni, in un tranquillo quartiere di Budapest, una famiglia borghese e benestante assume una giovane cameriera, Anna. Il quotidiano sembrerebbe procedere sereno se non fosse che lentamente la dura condizione di serva corrode l'animo docile e benevolente della ragazza, che si trova persino sedotta e abbandonata da un membro della famiglia. Per i padroni il culmine sarà inatteso e disgraziato.
Era da tanto che non leggevo un classico, l'ultimo è stato Noi di Evgenij Zamjatin nel 2017, lettura non semplice ma necessaria per un'amante come me della distopia, ma Dezső Kosztolányi mi ha ricordato che non tutti i romanzi dei primi Novecento sono stilisticamente complessi e tediosi, anzi.
Anna Édes è scorrevole, pungente, moderno e in qualche modo destabilizzante. I tempi sono un po' dilatati questo va detto, per le prime cento pagine succede poco o niente, eppure la curiosità di sapere cosa si cela dietro al mondo artefatto che racconta l'autore avrà sicuramente la meglio.

Siamo nel 1919, l'Ungheria sta attraversando un momento politico e sociale non semplice, il comunismo non ha retto che pochi mesi, ma in un clima di tensione che culmina con l'invasione dei romeni l'unico pensiero delle donne appartenenti alla classe borghese sembra essere solo uno: avere la domestica perfetta.
"La compagnia delle serve è comoda per le padrone quanto l'amore delle ragazze di strada per gli uomini. Nel momento in cui non servono più possono essere mandate via."
La signora Vizy infatti, mentre il marito si occupa di affari (e forse anche dell'amante, ma chi se ne frega), licenzia la sua domestica (era svogliata e troppo "allegra") e fa di tutto per portarsi in casa Anna Édes, una ragazza di diciannove anni, mite, diligente e coscienziosa che si rivelerà essere la cameriera esemplare. Di religione cattolica, pulita, discreta, abituata a mangiare poco pur lavorando instancabilmente, Anna Édes sarà l'orgoglio dell'Illustrissima e l'invidia di tutti i condomini, finché non entrerà in scena Jancsi, nipote dei Vizy, un giovane di mondo, pigro e licenzioso, più propenso a feste e corteggiamenti che al lavoro. Quando i suoi occhi cadranno sulla povera Anna l'apparente equilibrio della casa inizierà a vacillare e un tragico quanto inaspettato finale farà calare il sipario su quella che sembrava una semplice commedia invece è molto di più.

Dezső Kosztolányi, autore dalla sottilissima e acuta ironia (e non potrebbe essere diversamente visto che è il traduttore di Pirandello in ungherese) è stato capace di fotografare con grande realismo una Budapest in cui convivono mille contraddizioni, demonizzando allo stesso i suoi ricchi abitanti.
Quello che però ho maggiormente apprezzato è come sia riuscito a portare in scena il dramma esistenziale, quel tipo di malessere che si nutre di solitudine, emarginazione e infelicità. Anna è un personaggio molto chiuso e introverso, di lei sappiamo pochissimo, la conosciamo perlopiù attraverso gli occhi degli altri personaggi, ma è impossibile non accorgersi che nel momento stesso in cui mette piede in casa dei Vizy ha inizio il suo processo di depersonalizzazione; per l'Illustrissima è un semplice trofeo da sfoggiare, per Janci un corpo da mettere in orizzontale (testuali parole!), per i condomini una creatura incomprensibile. Una cosa è chiara fin da subito: Anna è triste. Avverte il peso del mondo, cerca di sostenerlo, si piega sotto di esso, finché non ce la fa più. È vero che le sue azioni non vengono spiegate, che il punto di rottura sembra sfocato, quasi impercettibile, eppure se ripenso a questa giovane donna umiliata, defraudata, sottomessa e sola (molto sola) i tratti della sua psicologia diventano improvvisamente più nitidi. Incredibile quanto questo libro sia attuale nel raccontare come le azioni di una persona spesso siano la diretta conseguenza di quelle altrui.

Anna Édes è un romanzo fatto di dicotomie e paradossi, luci e ombre, piccoli sprazzi di apparente felicità e tragici momenti di agonia, ma da colui che viene definito il Dostoevskij ungherese non potevamo aspettarci niente di meno: uno specchio in cui far riflettere lo sfarzo e la rovina, un libro sottilmente ambiguo ma di una lucidità disarmante.
Se avete un timore quasi reverenziale nei confronti dei classici dategli una possibilità. Anna Édes potrebbe sorprendervi.

Film: Anna


Anna Édes è anche un film del regista ungherese Zoltán Fábri uscito in patria nel 1958, ma purtroppo mai stato doppiato in italiano; esiste però una versione sottotitolata a cura della casa editrice Anfora con l'Accademia dell'Ungheria utilizzata esclusivamente durante gli eventi e le presentazioni.



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22 luglio 2019

Recensione, A Bocca Chiusa di Stefano Bonazzi

Lettori buongiorno, finalmente ecco qui la recensione di A Bocca Chiusa, su Instagram vi ho ammorbato per due settimane con questo libro e sì, non sarò contenta finché non l'avrete letto tutti (tutti i lettori di storie malate ovviamente), perché dobbiamo parlare!!!
Intanto buona review ;)

A Bocca Chiusa di Stefano Bonazzi

| Fernandel, | pag. 252 |

L'afa d'agosto è insopportabile, soprattutto quando hai dieci anni e sei costretto a startene chiuso in casa con il nonno, una belva in gabbia la cui violenza trova sfogo su di te. E se non puoi frequentare gli altri bambini, anche tu diventi un animale solitario, destinato a crescere somigliando ogni giorno di più al tuo aguzzino. Così finisci per accogliere il seme del male. Lo covi per anni, lo senti germogliare, finché non spunta il desiderio di vendetta. Ma se la persona che ti ha allevato, trattandoti come una bestia, ora è morta, devi scegliere qualcun altro su cui sfogare la tua rabbia... "A bocca chiusa" di Stefano Bonazzi racconta la genesi di un assassino. Un viaggio allucinato tra i deliri del protagonista che, partendo da un'infanzia di violenze e privazioni, attraversa una cruda diseducazione sentimentale e sfocia in un finale tragico e spiazzante.
Voto:

Che strana a volte che è la letteratura. E che strani che siamo anche noi lettori. Quando un paio di mesi fa ho letto L'Inverno di Giona di Filippo Tapparelli mi aspettavo la storia che invece ho trovato qui, nel romanzo di Stefano Bonazzi, A Bocca Chiusa. E per ironia della sorte il primo, vincitore del Premio Calvino nel 2018, pubblicato da una casa editrice di spicco come la Mondadori, acclamato e applaudito dalla critica, non mi ha fatto gridare al capolavoro, anzi. Da un punto di vista narrativo l'ho trovato sbilanciato, la parte onirica fagocita quella più concreta consegnandoci una storia di cui non ho capito nulla per tre quarti e che alla lunga mi ha addirittura annoiata.
Ma non divaghiamo...
A Bocca Chiusa l'ho divorato, consumato, fatto in qualche modo "mio" e nonostante abbia diversi punti in comune con L'Inverno di Giona (ma è stato scritto prima, quindi Bonazzi non si è nemmeno vagamente ispirato a Tapparelli!) mi è piaciuto molto di più. L'ho trovato diretto, tangibile, doloroso, scomodo. Una favola nerissima e crudele che vuole essere una spietata e lucida riflessione sulla genesi del male.

L'autore racconta una storia terribile, quella di un bambino a cui viene negata l'infanzia in tutti i modi possibili. Il protagonista - di cui non ci verrà rivelato il nome - si ritrova a passare l'estate nel piccolo appartamento del nonno in attesa che la madre lo vada a prendere per riportarlo al "sicuro".
Sono pomeriggi caldi, silenziosi e infiniti, da trascorrere con un vecchio taciturno, violento e indecifrabile. L'unica compagnia che ha sono gli omini Lego con cui può giocare senza uscire dal tappeto rosso, perché in casa ci sono delle regole, il nonno non sta bene e non è concesso disobbedire. Mai.
Inevitabile il desiderio di ribellione; incontrarsi coi coetanei, giocare al pallone, scappare da quella prigione di calura e cemento, tornare a respirare, smetterla di contare i giorni che lo separano dall'inizio della scuola.
Ma un desiderio realizzato è un insubordinazione, e come tale va punita.
Improvvisamente lo spazio occupato dal tappeto rosso sembra immenso a paragone del balcone su cui viene rinchiuso senza acqua, senza cibo, sempre e solo coi suoi mattoncini, ma è difficile costruire edifici e inventare storie quando il sole ti picchia sulla testa, il respiro sembra abbandonarti da un momento all'altro e le parole del nonno ti rimbombano nel cervello. "se racconti tutto a tua madre, ti sgozzo!"

A Bocca Chiusa è la storia malata e perversa di chi con il male ci ha vissuto. È una richiesta d'aiuto soffocata e masticata da una realtà che non sempre ci viene mostrata per quello che è. È rabbia, incomprensione, negazione e alienazione. È tutto quello che non sembra e che non vorremmo che fosse.

Io non posso fare altro che consigliarvelo. Tra queste pagine mi sono commossa e arrabbiata tantissimo, ho anche stretto i denti, perché c'è una delle scene più atroci che mi sia mai capitato di leggere, eppure sono qui a dirvi "leggetelo"; a volte spostare il proprio asse, guardare le cose da un punto di vista differente... non è affatto male.

Nota: il romanzo era uscito nel 2014 per Newton Compton. 

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15 luglio 2019

Recensione, ANNE FRANK - diario di Ari Folman e David Polonsky

Era da una vita che non davo cinque stelle a un romanzo, ma a distanza di giorni (emh, settimane...) dall'aver terminato la lettura di Anne Frank, sento che quest'opera se li merita tutti.
Anne Frank è un libro emozionante, vero, divertente, surreale, onirico e crudele. È una delle cose più belle che mi siano mai capitate tra le mani e se nel giro di dieci giorni l'ho riletto due volte (e sto programmando la terza) un motivo ci sarà.

 Anne Frank - diario di Ari Folman e David Polonsky

| Einaudi 2017 | pag. 149 |

Settant'anni fa usciva il "Diario" di Anne Frank. Il mondo scopriva il volto intimo dello sterminio nazista attraverso gli occhi di una ragazzina "qualunque". E oggi, grazie allo sceneggiatore e regista Ari Folman e all'illustratore David Polonsky, le parole di Anne si trasformano in un graphic novel capace di conservarne la forza e di enfatizzarne la straordinaria qualità letteraria. Basandosi sull'unica edizione definitiva del Diario, autorizzata dall'Anne Frank Fonds fondata da Otto Frank, Folman e Polonsky ci consegnano, per mezzo di una prospettiva inedita, la voce di un'adolescente allegra e irriverente, che come ogni sua coetanea - di ieri, di oggi, di sempre - desidera soltanto scoprire un mondo che invece è costretta a sbirciare di nascosto.
Voto:

A determinati libri, o a determinate storie, ci si arriva solo da una strada ben precisa. Io so di averci messo molto tempo, ma di sicuro ne è valsa la pena, perché ho vissuto Anne Frank con grandissima partecipazione grazie al bellissimo evento di Mare di Libri presentato da Matteo Corradini, il curatore del Diario in edizione Bur.
Poi, come al solito, ho fatto le cose un po' al contrario, perché invece di buttarmi sull'opera originale (che avevo letto alle scuole elementari in forma probabilmente ridotta) sono corsa a comprare (prima di prendere il treno che mi riportava da Rimini a Bologna!) il romanzo grafico. Mi sono pentita di questa scelta? Assolutamente no! L'opera di Ari Folman è meravigliosa e le immagini di David Polonsky sono la sintesi perfetta dei pensieri e delle parole di una ragazza che ha cercato di sfuggire alla guerra vivendo segregata in ottanta metri quadri insieme ad altre sette persone per venticinque interminabili mesi.
Ho scoperto con grande dispiacere che spesso ai bambini/ragazzi viene raccontata una Anne Frank diversa, la sua storia, dal tragico epilogo, l'ha resa quasi una martire, il simbolo dell'orrore nazista, ma in realtà Anne era solo un'adolescente come tante e forse come tale andrebbe ricordata. Adorava il padre - l'uomo più buono del mondo - non sopportava la madre - ma si può risolvere tutto pregando? - aveva un rapporto non-rapporto con la sorella - troppo diversa da lei - e sicuramente le andavano stretti anche gli altri inquilini. Apparentemente forse non era l'adolescente più amabile del mondo(#siamotutteunpoanne), ma provate a immaginare una ragazza benestante, abituata alla libertà, ai corteggiatori, a prendere la vita con leggerezza, costretta a sparire dal mondo da un giorno all'altro.
Improvvisamente non c'erano più orizzonti sconfinati, ideali da inseguire e pensieri felici a cui aggrapparsi, ma solo la terribile paura di essere scoperti.
La cosa veramente incredibile di quest'opera però è che va oltre il racconto di guerra e segregazione, non solo stringe il cuore e commuove, ma riesce addirittura a divertire. La signora Van Daan è forse il personaggio più caricaturale, sempre avvolta nella sua costosa pelliccia e costantemente attaccata al suo preziosissimo vaso da notte, ma tutti gli inquilini hanno tratti e sfumature capaci di definirli con una veridicità mista a ironia sorprendenti. Anne era divertente, aveva una fervida immaginazione e Polonsky cattura questo suo lato fresco e inaspettato regalandoci sorrisi invece che lacrime.

Man mano che le pagine scorrono le parti del diario si fanno sempre più importanti e fotografano una ragazza matura e consapevole con un'incrollabile fiducia nel genere umano e la speranza sempre accesa nel cuore. Bellissimo il momento in cui si innamora di Peter, il figlio dei Van Daan; quel ragazzino con cui all'inizio non voleva spartire niente diventa improvvisamente il centro dei suoi pensieri, un motivo in più per credere che qualcosa di bello la vita lo riservi sempre.
Disarmanti invece gli incubi e i pensieri su cosa sta succedendo "fuori", la mente di Anne evoca immagini terribili e non c'è notte capace di regalarle un po' di pace.
L'epilogo credo sia noto a tutti, forse non la dinamica precisa, ma questa storia purtroppo non ha un lieto fine. Si pensa che un dipendente della fabbrica, forse insospettito da alcuni rumori, possa aver chiamato la polizia: le ricompense per chi denunciava degli ebrei erano cospicue e lì ce n'erano ben otto in un colpo solo. Se esiste il karma, se prima o poi tutto torna, in qualsiasi aldilà sia, quella persona non se la sta passando bene.

Che altro dire. Questo libro è un gioiello. Mi ha turbato, divertito, commosso e straziato. Mi ha fatto riflettere. Ho pensato tantissimo, ho rivissuto la storia di Anne infinite volte e per infinite volte avrei voluto avere il potere di cambiarne le sorti. Fa male pensare che per poco non ce l'abbia fatta. Anne è morta di tifo nel marzo del 1945 nel campo di concentramento di Bergen-Belsen pochi giorni prima che arrivassero gli Alleati. In quali orribili tranelli ci fa cadere il destino?

Il romanzo si chiude con l'ultima pagina del diario e per ironia della sorte le parole scritte sono di fede e speranza. È a quel punto che sono crollata sotto il peso di una storia disumana e spietata. È a quel punto che se ne sono andati i sorrisi per lasciare posto alle lacrime.
Obiettivamente credo che non possa esistere una recensione in grado di rendere giustizia a questo piccolo capolavoro. L'opera di Folman e le parole trasformate in immagini da Polonsky ci riportano una Anne che non potrete non amare per la forza e la fragilità, la sfrontatezza e il sarcasmo, il suo essere polemica e irriverente, ma anche dolce e piena di paure. Un romanzo grafico con l'eco. A pochi libri do questa definizione, ma Anne Frank, una volta sfogliata l'ultima pagina, resterà con voi per molto, moltissimo tempo.



Nota: Ari Folman è figlio di ebrei polacchi sopravvissuti ad Aushwitz. David Polonsky è israeliano di origini russe. Immaginate quale impegno possa essere stato per loro dare voce al Diario di Anne Frank.

Nota 2: Ari Folman ha annunciato il film d'animazione Where Is Anne Frank? in cui la via di Anne sarà narrata da Kitty, il suo diario.



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1 luglio 2019

Recensione, IL SORRISO DELLO STRUZZO di Zidrou e Springer

Un po' di (in)sano horror vi manca? Bene. Ecco la storia che fa per voi.

Il Sorriso dello Struzzo di Zidrou, Springer

| Panini, 2019 | pag. 72 | € 19,00 | 

Pep alleva struzzi da anni, la sua vita procede piatta e monotona in compagnia della moglie Dora. Una sera, Pep la porta con sé in aperta campagna, e la uccide con violenza, per poi abbandonarne il corpo in un pozzo. Al ritorno a casa, Dora è viva e vegeta, e da il benvenuto a suo marito sulla soglia di casa... Un racconto cupo e forte, l'orrore entra nella routine della vita quotidiana, dalla quale sembra non esserci via di fuga.
Voto:

Pep, un allevatore di struzzi, una notte porta la moglie in aperta campagna e la uccide, buttando poi il corpo in un pozzo. Chiama l'amante, le dice "è andata!", si cambia i vestiti zuppi di sangue e ritorna a casa dove - immaginate lo shock -  la ben poco gentil consorte lo attende in cucina, con quel suo solito fastidioso sorriso stampato sulla faccia e una corona di bigodini in testa: Dora è ancora viva. Ma com'è possibile?

Allora... Ricordiamoci una cosa. Quando stringiamo tra le mani un racconto dell'orrore a tutti gli effetti nightmares come true. E l'incubo più grande di Pep è proprio quello di condividere l'eternità con una donna pedante come Dora e non sollazzarsi in totale libertà la giovane amante. Vi assicuro che a un certo punto tiferete per lui, anche se meritano un po' tutti di finire con il cranio sfondato: di brava gente qui non ce n'è.

Il Sorriso dello Struzzo è una macabra storia di desideri irraggiungibili che sfiora gli immaginifici territori di Ai Confini della Realtà e Zidrou, nel panorama di un genere fin troppo bistrattato per i miei gusti, si rivela una ventata d'aria fresca. Personaggi negativi, gretti, ignoranti, si muovono in una campagna rurale e decadente in cui gli struzzi sono la metafora perfetta per raccontare la stupidità degli uomini che si credono migliori degli animali che allevano, quando è vero l'esatto contrario.

Graficamente l'impatto è forte. La palette cromatica alterna colori caldi e freddi rimandando alle varie fasi del giorno (mattina, pomeriggio, sera, notte) e i volti dei personaggi, deformati e grotteschi, sono lo specchio delle loro frustrazioni e della pochezza che li caratterizza.
Il fumetto, breve ma intenso, con dialoghi al fulmicotone, ha solo pregi e nessun difetto. L'unico limite è dato dall'esiguo numero di pagine, l'albo ne conta una settantina circa compresa la parte finale in cui è riportata per intero Elle était souriante una canzone del 1908 che ha ispirato Zidrou durante la stesura, ma vi assicuro che allungare il brodo non sarebbe servito a niente. Se alcune storie sono dei colpi di fucile questa è una raffica di mitra.

Insomma, se il macabro vi solletica, se il cinismo vi contraddistingue e se l'horror è la vostra seconda casa, mettete subito Il Sorriso dello Struzzo in wish list. Vi assicuro che è tutto molto orribile. Quindi tutto molto bello 8)


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