14 giugno 2018

Recensione, LASCIA DIRE ALLE OMBRE di Jess Kidd

E' il caso di dirlo "romanzi bellissimi, e dove trovarli". Sapevo che il romanzo di Jess Kidd mi sarebbe piaciuto, me lo diceva una vocina dentro, ma non avevo idea del motivo. Anzi, mi aspettavo un romanzo completamente diverso che è riuscito a stupirmi tantissimo!

Lascia Dire Alle Ombre di Jess Kidd

| Bompiani, 2018 | pag. 400 | € 19,00 |

Quando Mahony, cresciuto in orfanotrofio a Dublino, torna a Molderring, quattro strade e un pub sulla costa occidentale dell'Irlanda, porta con sé solo una foto sbiadita di Orla, la madre che non ha mai conosciuto, e l'ostinato desiderio di dissipare la cortina di bugie che avvolge il villaggio. Nessuno, vivo o morto, vuole raccontare cosa è successo più di vent'anni prima alla ragazzina che l'ha dato alla luce e poi abbandonato, eppure Mahony è certo che sono in molti a conoscere la verità. Un prete che assomiglia a una donnola, l'arcigna infermiera del villaggio, una banda di alcolisti sentenziosi, una caustica attrice imparruccata al di là del tramonto decisa ad aiutare Mahony infilando tra le pieghe dell'annuale messinscena un'indagine in piena regola: sono solo alcuni dei personaggi che animano una storia nera e grottesca, sovrannaturale ma più che mai umana.
Voto:

Wow, che libro! Era da tanto, tantissimo tempo che non mi capitava tra le mani un romanzo così evocativo e scritto talmente bene da volerlo centellinare per non perdermi quei momenti di raro piacere in cui potevo crogiolarmi nella sua lettura.
Dopo quattrocento pagine che forse sono volate anche troppo in fretta adesso vorrei solo ricominciarlo.
Mi manca Mahony, il giovane uomo dai lunghi capelli, i pantaloni a zampa e il cipiglio da orfano che lascia Dublino e fa ritorno a Muldering, il paese natio, per scoprire le sue origini. Tormentato da un passato che ignora e dal mistero che avvolge la scomparsa della madre, Mahony vorrebbe solo che qualcuno rispondesse alle sue domande, ma il paese è piccolo, omertoso, bigotto e parlare di Orla sembra un vero e proprio tabù.
A prenderlo sotto la sua ala malandata e decadente è la signora Cauley; occhio malandrino, un numero imprecisato di anni a pesarle sulle fragili ossa e un aspetto regale nonostante la parrucca sbilenca. Sarà lei, una sorta di "Miss Marple cazzuta" a sfruttare la recita annuale per interrogare (senza troppi sotterfugi) i vari paesani e scoprire cosa successe quel fatidico giorno del 1950.
A distanza di ventisei anni i ricordi tornano a galla, le bugie scorrono a fiumi e i morti si sollevano dalle lastre di pietra per sentire cosa i vivi hanno da dire...
"E' una verità universalmente ignota il fatto che, quando i morti fanno di tutto per ricordare qualcosa, i vivi, facciano ancora di più per dimenticarlo."
Onnipresenti ma mai invadenti, i fantasmi di Muldering si fanno vedere solo da Mahony, ma tacciono, non gli rivelano nulla, almeno non in modo esplicito. 
Adesso... immaginatevi un pagano bello, temerario e dagli occhi scuri a pie' libero in una cittadina bigotta sempre pronta a battersi il petto per ottenere il sacro perdono. Immaginate cosa potrà scatenare la sua presenza soprattutto quando dalla sua parte c'è quell'elemento sovrannaturale che vi renderà il tutto suggestivo e magico. Una foresta incantata. Un'invasione di rane. Un'uragano che può spazzare via le menzogne. Immaginate donne dai cuori infranti, uomini gelosi e segreti inconfessabili.
"Muldering è incastrata tra amore e paura, disprezzo e affetto, con Mahony sempre piantato in testa"
Potete avere tutta l'immaginazione del mondo, ma difficilmente sarete preparati a questo romanzo che di meraviglioso ha soprattutto la scrittura. La storia alla fine è semplice, si cerca di svelare quella verità che al lettore è parzialmente nota fin dal primo capitolo, ma è la penna di Jess Kidd a creare un incanto perpetuo. Il linguaggio è ricercato, visivo, classicheggiante, l'elemento magico si fonde perfettamente con la scelta delle parole e non mancano citazioni (sapientemente rimaneggiate) di grandi romanzi del passato.
Bello quindi. Bello tutto. Bella la costruzione che alterna le vicende di Orla negli anni Cinquanta a quelle del figlio nel 1976, ben riuscita la caratterizzazione dei personaggi e vorrei dire bello anche il finale, ma c'è qualcosa che mi è mancato. Una risposta che avrei voluto. Per Mahony, ma soprattutto per me stessa.
Nonostante l'autrice abbia dichiarato di amare gli epiloghi che lasciano dei sottintesi impliciti, quando mi affeziono a un protagonista, quando si scatena l'empatia, vorrei solo delle certezze e non nego che ancora ci penso a come sono andate le cose e a come sarebbero potuto essere assolutamente perfette.
Ma va bene lo stesso; Lascia dire alle Ombre resta un romanzo raro e prezioso, capace di soddisfare i palati più raffinati, e io resto la solita lettrice che se la lega al dito per le inezie, aggiunge un "meno" alle quattro stelline, e piange in un angolino, orfana, triste e sola, perché di romanzi così ne ha sempre bisogno e quando finiscono mancano da morire.

N.B.  Sembra che Jess Kidd abbia preso in considerazione l'idea di un libro dedicato a una giovane signora Cauley e non avete idea di quanto il suo personaggio se lo meriti. 

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5 giugno 2018

Libro VS Film - Sfida n°53, Fiori per Algernon

A volte vorrei parlare dei film che mi capita di vedere, ma poi penso che un blog di libri non sia il posto giusto. Allora penso di parlare dei film tratti dai libri, questa cosa avrebbe senso, no? Ma quello che ne viene fuori non è mai una recensione, ma continui paragoni tra due opere dalla struttura tanto diversa. E così nasce questa rubrica (che posterò random) in cui mi divertirò a mettere sul piatto della bilancia un'opera letteraria e una cinematografica e vedere da che parte penderà l'ago.
LIBRO VS SERIE TV
chi vincerà?

Oggi in sfida
Fiori per Algernon

 
Vince il libro!

[spoiler sulla sinossi, non sul finale]
Quando esci da una lettura provata, devastata, commossa, stravolta, insomma, non del tutto intera per essere chiari, se di quel romanzo esiste il film allora tu lo vuoi vedere. E subito anche.
Così, dopo una rapidissima ricerca, trovo su youtube la versione completa de I Due Mondi di Charlie, anno 1968, un oscar al protagonista Cliff Robertson e tanti complimenti dalla critica. Ovviamente clicco play. E Ovviamente non mi è piaciuto quanto il libro. Ma era prevedibile.
Non voglio dire la cosa più ovvia del mondo, ovvero che il libro è sempre migliore del film 1) perché non lo penso 2) perché non è vero. Però se un libro è bello, forte e intenso, un film difficilmente lo supera. Male che vada può gareggiare per un pareggio.
La cosa però che mi è dispiaciuta è che nella pellicola di Ralph Nelson c'è solo la superficie della storia di Charlie, non si è grattato il fondo, non si sono sviscerate le cause e gli effetti. Per questo - e lo dico a gran voce - urge un remake!
La trama è pressoché questa. Charlie ha trentadue anni ed è un ritardato mentale. Un giorno gli viene proposto un intervento che potrebbe raddoppiare, se non triplicare, il suo QI e lui accetta senza pensarci due volte, perché nonostante i vari limiti che lo contraddistinguono ha tanta fame di conoscenza.
Il romanzo, narrato in forma diaristica, ci porta nella mente e nel cuore di Charlie, ci mostra la sua grande ingenuità, la sua disarmante umiltà, la sua totale incapacità di conservare i ricordi per come sono esattamente. Ma soprattutto ci mostra come la madre abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. Charlie non è stato amato perché stupido. Ed è stato abbandonato in un istituto per questo stesso motivo.
Nel film la sua infanzia non ci viene né mostrata né raccontata. Charlie è solo, non ha parenti, non si sa che fine abbiano fatto e per arginare il problema l'hanno messo a vivere nella soffitta di una vecchietta curiosa e pettegola.
Il resto poi è fedele alla storia di Daniel Keyes. Charlie si sottopone all'operazione o e poco alla volta il suo QI cresce in modo esponenziale, si innamora di quella che era la sua maestra alla scuola serale, studia, legge, compie ricerche e diventa un uomo completamente diverso, sicuro di sé, forse troppo...
Però la cosa bellissima e toccante del libro era leggere i capitoli del "primo" Charlie, scoprirlo senza armi, senza corazze, vederlo felice e circondato da gente che gli vuole bene. Il "secondo" Charlie invece si guarda indietro e scopre una realtà ben diversa. Si rivede preso in giro e umiliato da quelli che credeva i suoi migliori amici. Si rende conto che la madre ha smesso di amarlo nel momento in cui è nata la sorella, una bambina del tutto normale su cui la donna ha riversato un affetto incondizionato. E prende coscienza di una triste verità: da stupido era molto più felice.
Tante sfumature nel film si perdono. Il Charlie troppo colto, quasi saccente, non ci viene praticamente mai mostrato, la storia d'amore con Alice è molto diversa, e manca totalmente quella con Fay, la sua dirimpettaia, per non parlare di passaggi duri e cupi che rendono la lettura romanzo un'esperienza di forte impatto emotivo.
Sicuramente il film di Ralph Nelson è un'ottimo film, fuori moda anche per l'epoca, ma divenuto nel tempo un cult diffuso tuttora nelle scuole, ma visto che qui c'è una bilancia e che i due prodotti vanno pesati, l'ago non può non pendere che dalla parte del libro. Un libro bellissimo il cui fulcro è racchiuso in una frase di Charlie che poteva anche essere stupido, ma aveva un cuore enorme. "L'intelligenza è uno dei più grandi doni umani. Ma la ricerca della conoscenza esclude anche troppo spesso la ricerca dell'amore."

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31 maggio 2018

Presentazione Rimini Graffiti di Nicola Arcangeli


Io e Nicola ci siamo conosciuti due anni fa per la presentazione di Solo il Vento lo Ascoltava (qui spiego la genesi dell'incontro) e in seguito non abbiamo perso occasione per chiacchierare di libri e film; essendo entrambi cresciuti a pane, horror e marmellata è molto facile trovare argomenti per una (in)sana conversazione 8)
Nicola è poi bravo a raccontare ma anche a raccontarsi, cosa che non è da tutti. Andare a una sua presentazione è un piacere, perché ti rendi conto che il tempo che gli stai dedicando non è tempo perso. Insomma, uno scrittore deve saper scrivere, mica parlare. In quanti sono bravissimi a imprimere il loro mondo sulla carta, ma faticano a spiccicare due parole in croce? Tanti. Ed è legittimo. Un autore non deve essere necessariamente un oratore, ma se lo è... be', ha senza dubbio un valore aggiunto.
E lo è anche una presentazione: un valore aggiunto al libro. E' come una bella prefazione capace di indurti una serie di input che altrimenti non avresti. Deve fungere da catalizzatore, deve farti venire l'acquolina, deve stimolare la tua fame letteraria. E attenzione, una presentazione non è fatta per dire "questo libro è bello, compratelo!", perché tutto è soggettivo, ma per creare intorno a romanzo un interesse.
A proposito di soggettività alla presentazione dell'ultimo libro di Nicola abbiamo fatto un gioco. Alt. Facciamo un passo indietro. Nicola Arcangeli ha scritto un altro libro - yes! - e martedì 22 l'ho presentato con lui alla Biblioteca di Ozzano dell'Emilia (BO) (qui le prove). Abbiamo sfidato il maltempo (questo maggio sembra tanto ottobre...) e il 22% di share del Grande Fratello. Siamo gente coraggiosa noi. Comunque dicevo... abbiamo fatto un gioco, quello che ultimamente si trova ovunque on line. Cosa sentite ascoltando questo audio? Lauren o Yanny?


Oppure, di che colore vedete questo vestito? Oro o blu?


Incredibilmente le risposte non saranno mai le stesse per tutti.
Un libro è la stessa cosa. Non riscontrerà mai i medesimi consensi e le percezioni potranno essere diverse da persona a persona.
A qualcuno Rimini Graffiti sembrerà un giallo, per molti sarà un noir, per la maggior parte probabilmente un romanzo di formazione. Ma cerchiamo di non costringere un libro in un singolo genere. Non è detto che si possa fare. Non soffermiamoci alle apparenze, non crediamo che solo perché dopo poche pagine c'è un cadavere debba esserci anche un'indagine e un colpevole dietro le sbarre. Ricordo benissimo la prima volta che feci questo errore, ero una ragazzina e il mio professore di Mass Media ci fece vedere Blow-Up di Michelangelo Antonioni. Che scema a pensare che l'omicidio nel parco avrebbe avuto una risoluzione. Ma non è sempre facile guardare oltre, dipende anche dal tipo di lettore che sei, dal numero e dal genere di romanzi che ti hanno formato. Se sei cresciuto con Heidi e le caprette ti facevano ciao difficilmente Rimini Graffiti potrà fare al caso tuo, ma in caso contrario dacci un'occhiata. Potresti restarne sorpreso.
Della trama si è detto poco durante la presentazione, il romanzo conta circa duecentotrenta pagine e cadere nello spoiler era un pericolo troppo grosso, tra l'altro è quel genere di storia che potresti finire in due pomeriggi, quindi perché togliere il piacere della lettura? Una spettatrice però mi ha fatto notare, a posteriori, che sarebbe stata curiosa di sapere qualcosa di più, e così provo a rimediare ora, restando il più possibile abbottonata.
Rimini Graffiti si snoda su due piani temporali e la cosa interessante è vedere come negli anni si sia perso il disincanto e come i protagonisti siano diventati, col tempo, più soli, malinconici, vittime di un destino che non è stato affatto clemente.
Tutto ha inizio nel 1963 quando Leonard Beck lascia l'assolata e caotica California per andare a vivere nel paese d'origine di sua madre, Rimini. Le cose all'inizio non sono facili, ma l'adolescenza è quell'età che ti spalanca mille porte e Leo si fa subito degli amici. Il legame più forte è sicuramente quello con Antonio un coetaneo particolarmente estroverso e impulsivo con un genitore alquanto "scomodo". E poi c'è Roberta, la ragazza perfetta, la fidanzata che ogni genitore vorrebbe per il proprio figlio, la prima persona che ha teso una mano a Leo e non l'ha fatto sentire in terra straniera. L'adolescenza però è anche l'età del tutto e del niente, del bianco e del nero... degli errori. Puoi razionalizzare il tuo cuore a quattordici anni? Puoi mettere a tacere l'istinto? Difficile. Praticamente impossibile. Soprattutto quando nel tuo gruppo c'è la classica ragazza che ti manda in corto circuito gli ormoni. E non si chiama Roberta.
Leonard non è il classico protagonista con gli attributi, lui si lascia vivere, lascia che gli eventi facciamo il loro corso. E di questo alla presentazione abbiamo parlato. Nicola ha detto "non posso amare troppo i miei personaggi, altrimenti non potrei ucciderli". Tranquilli, era una battuta (forse 😐), però è vero. Con Leonard non si crea una vera e propria empatia, perché se da ragazzo riesci a giustificarlo - l'età è un alibi molto potente - da adulto lo guardi e pensi "io non vorrei mai essere così". Il sessantenne che troviamo nelle prime pagine è un uomo che ha perso tutto e non ha fatto praticamente niente per evitare che accadesse. Ma il passato a volte torna a bussare e questa volta è lo squillo di un telefono a riaprire una vecchia ferita. Antonio è morto e il suo corpo è stato rinvenuto a Rimini, nel canale di carico e scarico delle acque del Kursaal...


Con questa breve sinossi credo di aver gettato la prima esca facendovi capire parte del cerchio narrativo. Del Kursaal abbiamo parlato molto durante la presentazione, ed  è uno di quegli argomenti che dovrebbero rendervi molto, molto curiosi. Il termine tedesco significa letteralmente "sala di cura" e l'edificio, una meravigliosa costruzione in stile libery, rappresentava il cuore pulsante e mondano delle vacanze riminesi di fine Ottocento e primi Novecento. Qui si potevano fare bagni termali, assistere a spettacoli teatrali, giocare d'azzardo. Col tempo il Kursaal si è adattato alle esigenze della clientela più abbiente, ma nel dopoguerra è stato abbattuto e il motivo, pratico? (oscurava la vista mare), ideologico? (era un simbolo elitario da abbattere), economico? (restaurarlo era troppo costoso) non è mai stato del tutto chiaro. Insomma il Kursaal è tuttora il luogo perfetto per ricamarci attorno una storia piena di misteri e atrocità e Nicola l'ha usato come teatro di quelle vicende che faranno da cardine all'intero romanzo.
Siccome a me non piace tradire il patto con il lettore vi dico anche un'altra cosa. Ma potreste intuirla da soli leggendo la sinossi. La casa editrice paragona le atmosfere di Rimini Graffiti a quelle di Stand by Me e It e lo fa sostanzialmente per due motivi. Il romanzo è una chiara metafora di cosa comporta il diventare grandi, è un addio all'adolescenza, è un ultimo saluto carico di malinconia a un passato che potrà essere solo ricordato. E poi si parla del Male. Quello che assume forme diverse. Quello che la maggior parte delle volte ci coglie impreparati e porta nomi come guerra, tradimento, odio. Quello che spesso nemmeno la ragione può spiegare.
Bene, non mi sono sbottonata troppo credo... se Nicola non mi manda un messaggio entro dieci minuti sono salva... a proposito, se per caso siete di Ravenna e dintorni vi comunico che venerdì 15, ore 18,00, l'autore sarà alla libreria Liberamente per un'altra presentazione. Fateci un salto mi raccomando ;)
E noi Nicola ci vediamo tra due anni, con il tuo prossimo romanzo 8)

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29 maggio 2018

Recensione, IL PITTORE DEI KHMER ROSSI di Vann Nath

Lettori buongiorno, oggi recensione per il Book Bloggers Blabbering e anche questo mese il titolo non ve lo consiglio, di più. Il Pittore dei Khmer Rossi non è un libro che è stato scritto pensando alle vendite o al possibile successo editoriale, ma per denunciare quello che per anni si è tentato di nascondere. Sicuramente dovrebbe essere un testo da far leggere a scuola, ma non dico altro e vi lascio al post. Poi mi raccomando, correte sul sito di Add Editore e innamoratevi di ogni loro pubblicazione.

 Il Pittore dei Khmer Rossi di Vann Nath

| Add Editore, 03/2018 | pag. 155 |

Vann Nath, uno dei sette sopravvissuti delle quattordicimila persone torturate e uccise nella prigione S-21 Tuoi Sleng in Cambogia, racconta la propria storia e quella del perverso regime di Pol Pot. Vann Nath era un pittore e il potere dell'immagine gli salvò la vita: è stata ritrovata la lista di prigionieri su cui campeggiava la scritta «distruggere» e dove il suo nome era stato sottolineato in rosso e affiancato dalle parole «tenere e usare». Da quel giorno il regime gli chiese di dipingere ritratti di Pol Pot e questo gli permise di giungere vivo alla fine della dittatura. Vann Nath lavorò all'apertura del Museo del genocidio e ripercorse coraggiosamente gli orrori del regime, dipingendo ciò che ricordava degli arresti, delle torture, degli omicidi. Paradossalmente, nello sterminio che costò la vita a un terzo della popolazione cambogiana, i Khmer rossi risparmiarono proprio colui che con la sua arte poteva riprodurre in immagini le loro atrocità. Vann Nath ha testimoniato al Tribunale speciale per i Khmer rossi, e i suoi dipinti sono stati usati come prove, contribuendo alla condanna all'ergastolo di Duch, il feroce direttore della prigione, per tortura, stupro, omicidio e crimini contro l'umanità. Prefazione di Lawrence Osborne.
L'olocausto cambogiano ha visto morire quasi due milioni di esseri umani sotto la dittatura di Pol Plot e ad oggi è considerato uno dei più grandi crimini perpetrati contro l'umanità
Purtroppo tutto quello che succede al di fuori dei confini europei spesso ci è ignoto o comunque tendiamo a dimenticarlo, ma non ci dovrebbero essere miglia o chilometri in grado di misurare la pietà e il cordoglio.
Solo a distanza di circa trent'anni il Tribunale Straordinario della Corte Cambogiana ha decretato le prime condanne. In molti non hanno pagato per le loro colpe, lo stesso Pol Plot è morto prima del processo, ma ci sono persone che non vogliono e non possono accantonare in un angolo della memoria le notti passate a pregare per la salvezza dei loro cari.
"Oggi il sangue si è seccato, ma le cicatrici rimangono."
In questo toccante memoir ripercorriamo la vita di Vann Nath, il pittore dei Khmer Rossi, l'uomo salvato dalla sua arte.
Fatto prigioniero agli inizi del 1978 con l'accusa infondata di aver violato il codice morale, messo ai ceppi, torturato, sottoposto all'elettroshock, denudato e affamato, per un anno esatto Vann Nath ha piegato la testa ed è rimasto in silenzio nel disperato tentativo di sopravvivere.
"Se mi avessero portato fuori per uccidermi mi sarei spaventato una volta sola, ma in questo modo la mia paura non conosceva tregua."
Il mantra rivoluzionario recitava "è meglio uccidere per errore che tenere per errore", era solo questione di tempo quindi, un tempo che sembrava non voler passare mai, scandito dalle grida, dal fetore, dalla sete e dal terrore. Intere giornate su pavimenti freddi e luridi, insetti come unica fonte di sostentamento, sudice bende sugli occhi per coprire una verità fin troppo ovvia. 
Per Vann Nath le cose cambiano quando il carceriere Duch lo sceglie per riprodurre su tela delle foto di Pol Plot. Il regime doveva glorificare il loro leader e quale modo migliore di farlo se non usando i propri prigionieri? 
Attraverso una scrittura veloce, lucida e veritiera - perché le parole di Vann Nath hanno occhi e orecchie - prende forma una pagina di Storia sadica e crudele, l'unica testimonianza scritta che a posteriori ha gettato la luce su quello che le tenebre e il tempo non hanno potuto cancellare: l'ignobile crudeltà dei Khmer Rossi è ancora oggi uno squarcio nel cuore di ogni singolo cambogiano e lo sarà per molto tempo ancora.
Si tratta senza dubbio di un testo-denuncia, ma è anche la storia incredibile di un uomo  che insieme ad altri sei è sopravvissuto là dove quindici milioni di anime hanno trovato invece la morte. Se non fosse stato un pittore non ce l'avrebbe fatta. Oggi i suoi oli hanno restituito al mondo una testimonianza - potente e attendibile - degli orrori che si consumavano all'interno della prigione di sicurezza di Phnom Penh e sono stati usati come prova tangibile al processo contro i Khmer Rossi. Vann Nath ha fermato il tempo con le sue drammatiche rappresentazioni di cui nel libro troverete foto e didascalie. Ogni quadro non ha bisogno di essere spiegato, a parlare sono gli occhi impauriti degli ostaggi, le costole sporgenti dai corpi malnutriti, le armi rudimentali usate per torturare.

"Nella mia vita ero già passato attraverso tre regimi: il Sagkum di Sihanouk, la Repubblica khmer di Lon Nol, e ora la Kampuchea Democratica dei Khmer rossi. A quanti altri sarei dovuto scampare? Oh khmer! Altri due o tre regimi come questo, e il nostro popolo si sarebbe estinto sicuramente."
Un romanzo che mi ha colpito moltissimo, la storia di un uomo semplice, figlio di contadini, che non si è mai curato della politica o delle lotte di potere. Vann Nath dipingeva cartelloni pubblicitari, mai avrebbe immaginato di dover imprimere su tela il massacro di un popolo decimato in soli quattro anni, ma è stata una sua responsabilità, un suo preciso dovere morale per rendere pubblica la realtà dei fatti. Perché la Storia non può, non deve, ripetersi. Perché per il dolore non esiste prescrizione.
E poi, come dice Vann Nath, prima o poi tutto torna... "secondo la religione buddhista le buone azioni producono buoni risultai, le cattive azioni cattivi risultati. Il contadino miete il riso, il pescatore cattura i pesci. Pol Plot e i suoi alleati mieteranno le azioni che hanno commesso. Raccoglieranno ciò che hanno seminato."

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22 maggio 2018

Pillole di Recensioni - Focus on Sinnos Editrice

Lettori buongiorno! Allora oggi facciamo un bel "focus on" sulla casa editrice Sinnos di cui mi sono innamorata grazie a Cattive Ragazze il libro vincitore del premio Andersen 2014 disegnato e scritto da Assia Petricelli e Sergio Riccardi. Non mi stancherò mai di dirvelo: leggetelo. No, perché un anno fa tutti a osannare Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli e adesso non fai in tempo a consultare un blog che trovi spammato ovunque Indomite di Pénélope Bagieu, e ci mancherebbe, sono due albi bellissimi, ma io non posso che gridare fino a farmi saltare le tonsille "gente, prima di loro c'erano le Cattive Ragazze di casa Sinnos!" non potete farvelo scappare, davvero, tra l'altro, per i più esigenti, è uscita anche l'edizione a colori. Poi dai, 11,00 euro... vi lascio il link Amazon, dateci un occhio, mi raccomando.

Altro amore nato in casa Sinnos è quello per Christophe Lèon, un autore per ragazzi che non si risparmia davvero in niente. Ho letto Spazio Aperto (qui la recensione), ma spero di recuperare tutto quello che è stato pubblicato, perché i libri schietti, veri che non mentono a nessuno, tanto meno ai giovani lettori, io li amo a prescindere.

Devo inoltre ringraziarli per avermi fatto conoscere Patrizia Rinaldi con La Figlia Maschio (qui la recensione), romanzo della casa editrice e/o ma che si sono presi a cuore perché l'autrice è un po' figlia anche loro. Infatti con Sinnos Patrizia ha pubblicato diversi titoli per ragazzi. A questo link vi parlo di Mare Giallo e di altri libri consigliatissimi, soprattutto Contro Corrente che sfoglio regolarmente e presto con piacere alle figlie dei miei amici perché adoro la storia e trovo l'edizione vintage super accattivante.

Ma adesso è tempo di aggiornarsi. Quest'anno al Bologna Children's Book Fair ho sbirciato per bene al loro stand e ho scelto due nuove letture, vediamo quali 8)

MicroMamma di  Piret Raud

| Sinnos, 2018 | pag. 160 | € 13,00 |


MicroMamma è un libro carino carino carino che parla di malattie attraverso un registro assolutamente geniale. Sanders è un bambino come tanti, ha voglia di giocare, di essere spensierato, ma qualcosa non va, la sua mamma diventa ogni giorno più piccola e lui non solo non capisce il perché, ma è anche molto spaventato all'idea che possa sparire all'improvviso. Finché un giorno non si sente dire: "la mia malattia non è infettiva. È qualcosa che sta dentro di me, e non si rimpicciolisce, ma cresce". Sanders si rende subito conto che la faccenda è più seria del previsto e che tocca a lui proteggere la mamma dalle insidie del mondo.
Un romanzo delicatissimo che non perde mai di vista il target a cui si sta rivolgendo. Micromamma è profondità e leggerezza, riflessione e allegria, amore e sacrificio. Le avventure che dovrà affrontare Sanders insieme a Zorro, un fantastico cane di cui Piret Raud ci offre anche il punto di vista, rappresenteranno un vero e proprio percorso di crescita e segneranno quel passaggio, inevitabilmente irto di ostacoli, dall'infanzia al diventare grandi.
Francesca Carabelli, l'illustratrice del libro, ha scelto di usare solo i tre colori primari per i suoi disegni, sta a noi mischiare rosso, giallo e blu, sta a noi guardare attraverso le infinite sfumature. Ed è quello che fa questo libro. Non si ferma alle apparenze, supera gli ostali, li aggira, li abbatte. E ci fa guardare oltre.
- Età di lettura: da 8 anni

Nota: di Piret Raud vi consiglio anche La Principessa e lo Scheletro, un romanzo folle e divertente che farà innamorare ogni giovane lettore, ma non devi assolutamente essere un bambino per poterlo apprezzare ❤️

Celestiale di Francesca Bonafini


| Sinnos, 2018 | pag. 108 | € 12,00 |


Una lettura breve, ma davvero "celestiale" che non posso non consigliare alle giovanissime e a chi si sente sempre young inside. Io per esempio sono quel tipo di lettrice a cui piace un sacco ricordare la propria infanzia. Lo so, è successo tanto, tanto, tanto, tanto tempo fa (😭), ma le emozioni che provi a quell'età - e il romanzo di Francesca Bonafini ne è la prova - sono tanto irripetibili quanto indelebili. Poterle in qualche modo rivivere non ha davvero prezzo.
Maddalena ha dodici anni e va pazza per le parole (celestiale al momento è la sua preferita), per il Portogallo (ascolterebbe il fado per ore) e per Fabrizio Fiorini, il ragazzo più bello del quartiere (almeno per lei). Si mettono insieme, poi si lasciano, ma si amano sempre un sacco, solo che Fabrizio non è come Maddalena, lui con le parole non ci sa proprio fare e così nascono i casini: "Mi piacciono tanto, le parole, però hanno il difetto di restarmi dentro la testa anche quando vorrei che uscissero fuori. E invece niente: le fannullone se ne rimangono lassù, stravaccate, in disordine, a farmi un gran baccano nel cervello. Cosicché io mi confondo, e rimango muto, oppure dico solo stupidaggini".
Poi c'è Ivano, un ragazzo che sembra cattivo, ma è solo "prigioniero". Fa la parte della carogna arrogante, usa le parole come se fossero un muro dietro cui nascondersi, ma sono le fragilità a renderlo scostante e prepotente.
Tre ragazzi diversi, ma non troppo, accomunati dal bisogno di affermare la propria identità, di essere se stessi a discapito dei giudizi altrui. Francesca Bonafini abbandona le tematiche più spinose e adulte e firma il suo primo romanzo per ragazzi, un romanzo capace di infondere ottimismo, speranza e buonumore. Celestiale è una storia che si legge con leggerezza, ma non è assolutamente superficiale. Tralasciando le tematiche più ovvie come la prima cotta, il rapporto con gli amici, il bisogno di sentirsi grandi e di venire accettati, Francesca ci ricorda quanto sia importante comunicare e che il mondo ci mette a disposizione tantissimi mezzi oltre la parola. E a volte, per capirsi, non c'è nemmeno bisogno di dire qualcosa. Può bastare una poesia. O magari un disegno un po' insolito... ;)
- Età di lettura: da 12 anni

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19 maggio 2018

Recap #169

Weekly Recap nasce dalla voglia di non parlare solo delle mie new entry libresche, ma anche di altre piccole curiosità settimanali. Libri che ho adocchiato, un estratto che mi ha particolarmente colpito, un film che ho visto, e così via. Un po' come fanno alcuni blog con la rubrica Clock Rewinders on a Book Binge [X - X]. Ma tutto senza regole. Un po' alla cavolo insomma. Sostituisce In My Mailbox.

E' vero che vi parlo sempre sui social di tutti i libri che recupero, leggo, scambio, compro e bla bla bla, ma è anche vero che qui sul blog sono sempre clamorosamente in ritardo :|
Quindi per chi non mi segue su Instagram o Facebook oggi mi metto comoda e faccio un bel recap, veloce, indolore e super succulento. Are you ready? 8)


Smaltiamo subito la pila con i titoli già recensiti. Per il Book Bloggers Blabbering ho letto e amato la biografia di Anthony Perkins curata da Michelangelo Capua e Addicted - serie tv e dipendenze, un libro che è un gioiellino di forma e contenuti. Cinque saggi in cui altrettanti autori sviscerano i nostri amori e le nostre follie. Assolutamente un must have.
Passando all'intrattenimento puro, La Casa del Padre è un romanzo di narrativa a tinte dark che mi è piaciuto parecchio, lo trovate recensito qui, e l'unico difetto, se così si può dire, è che ho amato molto di più la parte ambientata nel passato rispetto a quella del presente, ma spiego tutto nella review se siete curiosi ;)


Di cosa invece devo ancora parlarvi? Uff, tante cose, ma oltre all'influenza ho avuto l'allergia asmatica con la congiuntivite e sono morta e risorta un numero imprecisato di volte ad Aprile. Comunque facciamola breve. Allora... sempre bravissimo Pupi Avati, adoro il suo essere incisivo e ricercato allo stesso tempo e adoro le sue storie a tinte nerissime. Con Il Signor Diavolo l'autore/regista torna a spingere i tasti dell'horror old style e se siete fan de La Casa dalle Finestre Che Ridono, che ve lo dico a fa', dovete leggere la sua ultima opera. Personalmente, nonostante l'abbia divorato in un paio di giorni, mi ha leggermente deluso sul finale e ad oggi Il Ragazzo in Soffitta resta il mio titolo preferito. Quello che proprio mi porto nel cuore.
Meraviglioso e straziante Il Pittore dei Khmer Rossi; di questa biografia vi parlerò presto per il #BBB di Maggio, ma, sappiatelo, è una storia che dovremmo leggere tutti. Vera, commovente, ingiusta. L'olocausto cambogiano non è un tema trattato e discusso quanto quello nazista, forse perché geograficamente più lontano da noi, ma certe cose non si dovrebbero misurare in miglia o chilometri.
Altra bellissima scoperta in casa Add  è il romanzo di Emma Larkin Sulle Tracce di George Orwell. Sono molto grata al progetto del #BBB perché ho conosciuto delle case editrici indipendenti incredibili, di cui adesso voglio tutto il loro catalogo. Ho messo gli occhi su un titolo che è già nel mio carrello Amazon: la Favolosa Storia delle Verdure di Évelyne Bloch-Dano. Sono una specie di scimmia formato donna, e sono troppo curiosa riguardo all'origine di qualsiasi cosa.

  

In ambito letteratura per bambini/ragazzi ho fatto due scoperte deliziose: Micromamma di Piret Raud e Celestiale di Francesca Bonafini. Il primo libro ha un target molto giovane, ma è delizioso, affronta il tema della malattia in modo originale e coraggioso raccontando come a volti ci si trovi costretti a diventare grandi all'improvviso e di come la vita possa essere un'avventura difficile, ma anche bellissima. Il secondo parla agli adolescenti di adolescenti alle prese con amori, sogni e drammi esistenziali. E' un romanzo celestiale sotto tutti i punti di vista, perché ha la freschezza tipica dell'età che descrive e ti stampa un sorriso ebete sulla faccia.


Vi consiglio inoltre due graphic novel. Sto seguendo le uscite in edicola de La Grande Letteratura a Fumetti, per ora ho preso solo due titoli - Il Giro del Mondo in 80 Giorni e L'Isola del Tesoro, ma conto di acquistarne diversi, tra cui La Guerra dei Mondi, Madame Bovary, Viaggio al Centro della Terra, il Rosso e il Nero, La Macchina del Tempo...
€ 7,90 per un albo in grande formato, a colori e con copertina rigida mi sembra comunque un prezzo onesto. Tra l'altro ho monitorato le uscite andando in edicola ogni venerdì, per poi scoprire che ci sono pure su Amazon. Scontati °_°


Vediamo adesso cosa devo ancora leggere. The Money è, come dice il sottotitolo, la vera storia del fratello di Walt Disney e l'ho recuperato con suprema gioia allo stand Tunué durante il Bologna Children's Book Fair. Non vedo l'ora di iniziarlo e allo stesso tempo lo voglio tenere lì, buono buono, per i momenti di crisi. I romanzi grafici finiscono così in fretta che se posso li conservo per i momenti speciali.
Io Sono Dot è il primo romanzo di Lansdale che recupero e l'ho ottenuto grazie a uno scambio su Instagram, mentre Big Fish di Wallace l'ho trovato a un mercatino dell'usato a 3 euro. L'autore è a mio avviso più bravo a inventare storie che a narrarle, di suo ricordo Mr Sebastian e l'Ombra del Diavolo che non mi conquistò tanto per lo stile, ma per le vicende fantastiche e i personaggi surreali, però amo così tanto il film di Tim Burton che non potevo non avere anche il romanzo da cui è tratto.


Veniamo alle prossime letture.
Una Dolce Carezza l'ho già iniziato ed è stu-pen-do. William Boyd ha uno stile molto visivo, ed è incredibile come riesca a catturarti dalla primissima pagina. Amo Amory Clay, amo seguire la sua storia, vederla crescere, cambiare maturare. Amo anche vederla sbagliare, ma amo soprattutto vedere una donna che segue le proprie passioni. Purtroppo l'ho messo in pausa (maledetta congiuntivite), ma non c'è un'immagine che mi si fosse formata nella mente che si sia sbiadita.
Lascia Dire Alle Ombre di Jess Kid è già sul comodino, ho bisogno di una storia grottesca e surreale e questa sembra proprio fare al caso mio.


Invece per soddisfare la voglia di thriller mi aspettano ben due libri: Solo la Verità di Karen Cleveland e Il Tatuatore di Alison Belsham. Sono sincera, mentre da quest'ultimo non so cosa aspettarmi (ma incrocio le dita), l'hype per il primo è abbastanza alto. Ok, diciamo pure altissimo. L'avevo puntato tempo fa su Goodreads e mi ero fatta coinvolgere dai tanti commenti positivi, quindi immaginate la gioia quando la DeA l'ha pubblicato.
Infine, a farmi staccare la spina da cadaveri, segreti e tradimenti, ci penserà Giuliano Pesce con il suo ironico L'Inferno è Vuoto.

    

Lettori, il recap è finito. Mi stacco finalmente dalla bombola dell'ossigeno (che è praticamente finita) e niente... credo proprio che ci vedremo presto. Ho in bozza un recap di film e giusto ieri ho fatto un nuovo ordine su Amazon dopo che mi è stato inviato un buono. Vi ricordo infatti che il blog è affiliato con lo store e se volete essere buoni e cari e acquistare cliccando da uno di questi link io riceverò una piccola commissione che non andrà a influire sulla vostra spesa. Ovviamente verrà tutto investito in cibo per la mente :)

Alla prossima!

9 maggio 2018

Recap #168

Weekly Recap nasce dalla voglia di non parlare solo delle mie new entry libresche, ma anche di altre piccole curiosità settimanali. Libri che ho adocchiato, un estratto che mi ha particolarmente colpito, un film che ho visto, e così via. Un po' come fanno alcuni blog con la rubrica Clock Rewinders on a Book Binge [X - X]. Ma tutto senza regole. Un po' alla cavolo insomma. Sostituisce In My Mailbox.

Lettori buongiorno!!! Non avete idea di quanti post debba pubblicare, ma ho avuto la peste l'influenza e sono praticamente una carcassa. Mai un virus mi aveva ridotta in questo stato... 💀 <-- è un teschio per chi non l'avesse capito.

Visto che il post delle new entry me lo trascino da tempo immemore sarò breve. 
Oggi parliamo del Libraccio. Penso sempre di essere brava, ma non è vero. Faccio abbastanza schifo. Sono debole, basta uno sconto del 65% che la mia spina dorsale diventa di gomma. Ma chi saprebbe resistere? Ho preso sei libri, cinque dei quali mi sono arrivati subito in tutto il loro splendore. Vediamoli <3


Gli Anagrammi di Varsavia sembra essere un thriller tesissimo ambientato in Polonia negli anni Quaranta e per quanto i temi dedicati alla guerra, agli ebrei e ai ghetti siano di gran lunga abusati a me piacciono sempre molto. Sono spunti di riflessioni intorno ai quali si può costruire una storia non di semplice intrattenimento.
Adesso sono un po' rintronata e mi sto prendendo una pausa per rigenerare i neuroni - sto in fase mens insana in corpore ancora più insano - ma mi ispira davvero un sacco.

Su Reflection di Kasie West invece ho avuto qualche dubbio, uno in particolare: il libro fa parte di una serie interrotta in Italia :/ . Ho deciso però di passarci sopra sapendo che comunque ha un "suo" finale e non è il classico libro che termina con il mega cliffhanger. Spero che mi abbiano consigliato bene, altrimenti la mia ira sarà funesta xD

La Perfezione Non è di Questo Mondo l'ho preso usato seguendo il consiglio di Denise e l'ho letto praticamente subito. Stava già iniziando il mio periodo nero a causa dell'allergia e avevo bisogno di un romanzo leggero e veloce, quindi sono andata a colpo sicuro, e ho fatto bene. Molto carino nella sua semplicità.

Ho poi inserito nell'ordine, all'ultimo momento, Il Cardellino di Donna Tartt. Guardate la foto. Non fa impressione? Non è un libro, ma il basamento di una colonna. Direi che non potrò portarmelo in borsa... Quando lo leggerò? Eh... bella domanda, ma non potevo non averlo, ormai è un classico della narrativa contemporanea e saperlo lì, nella mia libreria, mi rende felice :) #cosedalettori

E per finire la perla delle perle. Il Collezionista di Baci, una raccolta di locandine di film coi kiss 💋  più belli della storia del cinema. Da fan della settima arte non potevo non averlo. E poi sul Libraccio costava 5 euro. Imperdibile!


Non era invece disponibile, e quindi mi è stato consegnato dopo qualche giorno, Teoria Idraulica delle Famiglie di Elisa Casseri un romanzo casereccio e poetico confezionato come sempre ad arte dalla bravissima casa editrice Elliot. Comprerei tutto il loro catalogo solo perché è figo. Può sembrare una cosa superficiale da dire - e lo è - ma i loro contenuti solitamente sono belli quanto la confezione, quindi sono andata abbastanza sulla fiducia 8)

Bene direi che è tutto, 
ma le new entry non sono finite... 
ci vediamo al prossimo post ;)

 

23 aprile 2018

Recensione, Anthony Perkins, prigioniero della paura


Il Book Bloggers Blabbering di Aprile mi è piaciuto da impazzire. Mi ha fatto scoprire una casa editrice fantastica e un uomo pieno di ambiguità che è da sempre uno dei miei attori preferiti. 
Pronti a leggere la recensione? 

 Anthony Perkins di Michelangelo Capua

| Lindau, 2015 | pag. 256 |

"Norman Bates è morto." Il 12 settembre 1992 i giornali di tutto il mondo diedero così la notizia della scomparsa di Anthony Perkins, condannando in eterno l'attore alla maschera dello psicopatico e suggellando uno dei più formidabili esempi di vampirismo artistico che il cinema ricordi. Agli occhi del pubblico Anthony Perkins era Norman Bates, era invecchiato con lui "Psyco" è del 1960, "Psycho IV" del 1990 -, ne possedeva il carattere introverso, solitario e il destino tragicamente segnato. In realtà, racconta Michelangelo Capua in questa documentata ricostruzione, Anthony Perkins è stato un attore raffinato che si è messo alla prova su più registri (ha recitato per Cukor, Litvak, Wyler, Welles, Chabrol, interpretato commedie e gialli, portato al successo a Broadway numerosi spettacoli teatrali) e un personaggio contraddittorio e forse misconosciuto perché prigioniero di un'identità ambigua e fragile, la stessa che aveva affascinato Hitchcock mentre girava uno dei capolavori più amati della storia del cinema.
Lindau è una casa editrice indipendente presente sul mercato da quasi trent'anni ed è leader nella produzione di saggistica cinematografica. Considerando che 1) possiedo tutti i film di Alfred Hitchcock, anche quelli muti 2) Psycho è uno dei miei preferiti 3) ho il funko pop di Norman Bates... potevo non leggere la biografia di Anthony Perkins? No. Ma proprio no.
E così ho preso in mano Prigioniero della Paura di Michelangelo Capua, una biografia curatissima, ricca di stralci di interviste e dichiarazioni dello stesso attore ma anche di tutte quelle persone che l'hanno conosciuto, dagli amici ai parenti, dai registi ai colleghi.
Sappiamo tutti come andò a finire. Anthony Perkins morì di AIDS il 12 Settembre 1992, aveva solo sessant'anni, mentre la moglie Berry Berenson si trovava sul volo American Airlines schiantatosi l'11 settembre contro le torri gemelle. Un destino davvero infausto per entrambi.
Quello che molti non sanno, o forse non ricordano, è che Tony venne a conoscenza della sua malattia tramite i giornali. Durante degli esami di controllo un tecnico di laboratorio si prese la libertà di fargli il test e una volta visto il risultato positivo vendette la notizia ai tabloid. Perkins negò il più a lungo possibile, non voleva essere ostracizzato, se gli avessero tolto il lavoro gli avrebbero tolto tutto, l'avrebbero seppellito prima ancora del tempo ed è così che inizia la sua biografia, dalla fine, per poi fare un lunghissimo passo indietro e cominciare dal principio, proseguendo poi in ordine cronologico.
Michelangelo Capua non tralascia nulla. Racconta la nascita di Tony, il suo rapporto coi genitori, segue passo passo carriera e vita privata ed è attraverso quanto detto e quanto fatto che emerge la psicologia di un uomo complicato e fragile, prigioniero di un ruolo che gli diete un grandissimo successo ma che non lo rese più libero. Vestire i panni di Norman Bates fu un mix micidiale di fortuna e dannazione. È come se tutto fosse iniziato e finito con Psycho. È come se gli undici film interpretati prima e i trentasette dopo non esistessero. E dire che Anthony Perkins se l'è sudato il successo. Nonostante fosse figlio di Osgood Perkins - attore teatrale e cinematografico ai tempi molto stimato e apprezzato - il suo ingresso nel mondo dello spettacolo non fu accolto con grande entusiasmo, ma con occhio critico e indagatore. Se poi ai continui paragoni con il genitore (scomparso prematuramente per arresto cardiaco poche ore dopo uno spettacolo) aggiungiamo la figura ingombrante di una madre forte e dominatrice, abituata ad esercitare sul figlio un controllo al limite dell'oppressione, capiamo che la vita di Tony è stata segnata da profonde cicatrici fin da subito.


Timido e introverso, ma ricco di una gioia inespressa, Tony è cresciuto in bilico tra due mondi inconciliabili; quello che lo porta a desiderare una famiglia e quello che lo spinge verso gli uomini. Ben nota la sua duratura relazione con Grover Dale, i flirt con Rock Hudson e il ballerino Rudolf Nureyev, le assidue frequentazione di locali gay. C'è da dire che se da una parte l'attore è schivo e riservato dall'altra risulta aperto riguardo la sua bisessualità, soprattutto dopo il matrimonio con Berry, come se questo potesse in qualche modo fargli da scudo e proteggerlo. Ma la sua unione, da cui nacquero Oz e Elvis, non è mai stata una copertura, Anthony fu davvero un marito amorevole e un ottimo padre, ma a certe cose non seppe rinunciare. Ha sempre avuto una doppia innegabile personalità, entrava e usciva da un ruolo in un attimo, e anche sul set prediligeva ruoli ambigui e tormentati. Per questo prese parte, anche in veste di regista, ai seguiti di Psycho: Norman Bates, secondo lui, aveva ancora moltissimo da raccontare.


Quella di Michelangelo Capua è un'attenta e rigorosissima biografia; avvincente come un romanzo, approfondita come un saggio, oggettiva come un articolo di giornale, in Anthony Perkins, prigioniero della paura l'autore ripercorre passo passo la vita di un uomo che spesso si è accontentato, che nel lavoro non ha mai sgomitato, che in famiglia non ha mai alzato la voce, e che il ruolo più importante, probabilmente, l'ha interpretato lontano dai riflettori. 
Ecco una delle sue ultime dichiarazioni che ne riassumono l'anima e l'identità.
Ho scelto di non rendere pubblico il mio male per non fare concorrenza alle lacrime di Casablanca. Non sono bravo a essere generoso, ma non ci vuole molto a capire che i problemi di un vecchio attore non valgono una montagna di fagioli nella follia del mondo. Sono in molti a credere che questa malattia sia una vendetta di Dio, ma io credo che sia stata mandata tra gli uomini per insegnare ad amarci e a capirci e ad avere compassione. Ho imparato di più sull'amore e sull'altruismo dalle persone incontrate in questa grande avventura nel mondo dell'Aids, che dal mondo competitivo di tagliagole in cui ho vissuto tutta la mia vita.
Per gli amanti della settima arte un testo da avere. Assolutamente.

Nota: l'edizione è integrata da fotografie in bianco e nero, dalla filmografia di Anthony Perkins e dall'elenco cronologico degli spettacoli teatrali e partecipazioni televisive che l'hanno visto protagonista.  

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17 aprile 2018

Recensione, BLACKOUT di Gianluca Morozzi

Amanti dei romanzi neri eccoci qui. Copertina nera. Storia nera. Se siete anche di umore nero, complimenti, avete fatto tombola. Buon Blackout. 8)

 BALCKOUT di Gianluca Morozzi

| Edizioni Tea, 2014 | pag. 202 |

Un torrido ferragosto a Bologna. Per un blackout tre persone si trovano chiuse in un ascensore: Claudia, studentessa omosessuale che per finanziarsi gli studi fa la cameriera in una tavola calda; Tomas, residente in quel condominio; Ferro, proprietario di una discoteca, efferato serial killer. Ferro non abita in quel condominio, ma vi ha un pied-à-terre che usa per seviziare e torturare le sue vittime. E in quella afosa giornata, Ferro stava proprio raggiungendo una sua vittima, precedentemente incatenata a una sedia. Nessuno dei tre riesce a comunicare con l'esterno, il condominio è deserto per il ferragosto e le loro grida rimbombano nel vuoto. I pochi metri che i tre devono dividersi diventano sempre più angusti, l'aria irrespirabile...
Voto:

Fare un copia e incolla della recensione de Gli Annientatori sarebbe vincere facile? Emh... forse sì, ma il Morozzi di quattordici anni fa è fondamentalmente lo stesso di adesso e questa cosa mi rende molto molto felice. Posso recuperare oltre un decennio della sua produzione sapendo di trovare roba buona... "buona" nel senso di "scritta bene", perché il Morozzi che piace a me è molto, molto cattivo.
Blackout racconta una storia claustrofobica, pulp e decisamente inquietante che parte da un'idea tanto semplice quanto efficace. Mettete tre persone in un'ascensore, bloccatela e vedete cosa succedete. Ah, piccolissimo dettaglio, uno dei tre è un serial killer.
Di Aldo Ferro, giuro, vi ricorderete a lungo. E non per le basette esagerate, gli stivali in pelle di serpente, e le camicie con intarsi country, ma per la baracca tra i boschi in cui imprigiona le sue vittime per torturarle sotto lo sguardo attento di un diabolico obiettivo che registra ogni singolo, sadico fotogramma. Marito infedele, padre severo ma giusto, Ferro è un uomo che gestisce tre locali di successo, è pieno di soldi, le donne gli strisciano ai piedi (chissà poi perché), ma non si accontenta. Lui vuole il sangue. Vuole vedere la vita abbandonare un corpo il più lentamente possibile. È il Dentista ad avergli insegnato l'arte degli snuff movies, certo, Ferro sa di non essere raffinato quanto lui, ma quando indossa la maschera da Darth Maul fa meraviglie con la pelle e le viscere del fortunato prescelto.
Ecco, immaginate di trovarvi bloccati in ascensore con lui. :|
È ferragosto, il palazzo si è svuotato a causa della calura estiva, nel vano di corsa i cellulari non prendono e le lancette del'orologio scandiscono secondi e minuti che ben presto diventano ore. Restare lucidi non è facile quando l'aria si fa irrespirabile, la sete ti brucia la gola e la paura annebbia la ragione.
Quella di Blackout è una storia lineare dalla costruzione semplice, ma funziona alla grande. Funziona così bene che Rigoberto Castaneda, il regista messicano di Reencarnación: Una historia de amor, ne ha realizzato un film omonimo. Ahimè, non so se per lo scarso successo o perché l'horror è un genere bistrattato, ma il prodotto non è mai arrivato in Italia e io adesso lo voglio vedere. Anche se fa schifo. Anche se non è fedele al romanzo. Anche se è in spagnolo. Quindi datemi un link, grazie!
Intanto io continuo a pendere dalla penna di Morozzi. Devo ancora scoprire i suoi titoli pop, vedi L'era del Porco o Colui Che gli Dei Vogliono Distruggere, ma essendo cresciuta a pane, burro e horror per ora resto nella mia confort zone, accoccolata tra storie nerissime e personaggi schizofrenici. Devo dire che mi piace molto il contrasto che si crea tra la semplicità della narrazione, tra l'altro estremamente visiva, e la complessità della psiche umana che non ci viene tanto descritta, quanto mostrata. E poi di una cosa sono felice. Dove abito non c'è l'ascensore. E nemmeno dove lavoro. Mi ritengo una donna fortunata che può dormire sonni tranquilli. Fino al prossimo "Moroz"...

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10 aprile 2018

Recensione, SEPARARSI NON E' MAI STATO COSI' FACILE, quindi (non) fatelo di Francesco Biagini

Lettori buongiorno, oggi esco dalla mia confort zone e vi parlo di un libro che mai avrei pensato di leggere, eppure le vie del Signore sono infinite... e anche le collaborazioni.
Vi lascio a una recensione molto chiacchiera, perché purtroppo questo libro mi ha fatto pensare a un sacco di persone che conosco e questa cosa non va mica bene! Peace and love gente!!!

Separarsi Non è Mai Stato Così Facile. Quindi (non) fatelo.

di Francesco Biagini
Quali confessioni ascolta un avvocato matrimonialista da una coppia che si siede nel suo studio per chiedere il divorzio? Francesco Biagini ci svela gli aneddoti, le storie di vita vissuta, i segreti e i retroscena della psicologia maschile e femminile. Pensato per chi ha già compiuto il passo della separazione, per chi lo medita da tempo e per tutti coloro che, semplicemente, amano curiosare nelle umane vicende, questo libro aiuterà chiunque a guardare con un po’ di autoironia alle dinamiche di convivenza con i propri compagni. E se alla fine si scoprisse che uomini e donne “recitano” spesso una parte determinata solo dagli eventi?

Voto:

Ho una coppia di amici che si deve separare da ormai tre anni. Forse quattro. Facciamo cinque. Poi alla fine riescono sempre a fare pace, anche se col tempo ricadono immancabilmente negli stessi errori. Adesso forse è la volta buona... finalmente si mollano.
Io e Marito, come amici, dopo aver contribuito alle loro 492.593 riconciliazioni, pensiamo che sia giusto così. Volevo regalare alla mia amica un libro che l'aiutasse a capire/superare/accettare il momento sicuramente non facile e su Amazon il più votato è questo. Così lo leggo.
Premesso che sono di parte, io do ragione a Lei perché Lei di ragione ne ha da vendere, è un dato puramente oggettivo, però ho scorto della verità nella frase sul retro copertina "E se alla fine si scoprisse che uomini e donne "recitano" spesso una parte determinata solo dagli eventi?" Ovviamente non è un concetto estendibile alla massa, non è una verità assoluta, ma in parte è proprio così. Spesso si recita un ruolo e ci si resta imprigionati dentro. Probabilmente con partner diversi non si innescherebbero le medesime dinamiche, magari altre, magari anche peggiori, ma sicuramente non le stesse. Si entra in un loop e spesso e volentieri ci si rimbecca per niente, si è infastiditi da ogni piccola cosa, che sia un atteggiamento, una frase, uno sguardo. Quando ci si dichiara guerra è la fine.
Separarsi non è mai stato così facile alla fine non glielo regalo alla mia amica. L'autore dice tante cose vere, riporta esperienze di vita vissuta,  analizza la separazione da un punto di vista più umano che giuridico, ma tra le righe, capisci che spesso sarebbe meglio fare un passo indietro. Ecco, non è quello che le consiglio, anzi, lei di passi dovrebbe farne dieci in avanti.
Però se siete su un trampolino e non sapete se buttarvi o scendere dalla scaletta, tra queste pagine potreste specchiarvi e scorgere nel vostro riflesso una qualche risposta.
A tratti poetico, a tratti concreto, in altri un po' troppo surreale (il buonismo dell'ultimo capitolo... anche no!) Separarsi non è mai stato così facile è strutturato a episodi, in base a cause e effetti.
Francesco Biagini, senza invadere mai la scena, racconta, analizza e ironizza su quelle che sono le motivazioni che portano al grande passo e "insegna" a gestire un po' di cose, dal senso di colpa al rapporto coi figli, dall'assegno di mantenimento alla casa di proprietà. Una separazione sta sempre in bilico tra praticità, soldi e sentimenti. E alla fine i primi due hanno tristemente il sopravvento sul terzo.
Vi dirò, nonostante i toni leggeri, io - che non mi sto separando - mi sono un po' rattristata. Ci vorrebbe rispetto anche per un sentimento che col tempo è sbiadito fino a scomparire, ma evidentemente non siamo così intelligenti da riuscire a sotterrare l'ascia di guerra e preferiamo fendere colpi, manco fossimo Conan il Barbaro. Ed è quello che ci dice l'autore stesso tra l'altro, anche se non proprio direttamente.
Mentre rifletto, pondero e traggo le mie personalissime conclusioni, appoggio il libro su una mensola e aspetto di regalarlo a un'altra coppia di amici. Purtroppo ne ho già in mente una. Questa però spero di salvarla.

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