14 giugno 2018

Recensione, LASCIA DIRE ALLE OMBRE di Jess Kidd

E' il caso di dirlo "romanzi bellissimi, e dove trovarli". Sapevo che il romanzo di Jess Kidd mi sarebbe piaciuto, me lo diceva una vocina dentro, ma non avevo idea del motivo. Anzi, mi aspettavo un romanzo completamente diverso che è riuscito a stupirmi tantissimo!

Lascia Dire Alle Ombre di Jess Kidd

| Bompiani, 2018 | pag. 400 | € 19,00 |

Quando Mahony, cresciuto in orfanotrofio a Dublino, torna a Molderring, quattro strade e un pub sulla costa occidentale dell'Irlanda, porta con sé solo una foto sbiadita di Orla, la madre che non ha mai conosciuto, e l'ostinato desiderio di dissipare la cortina di bugie che avvolge il villaggio. Nessuno, vivo o morto, vuole raccontare cosa è successo più di vent'anni prima alla ragazzina che l'ha dato alla luce e poi abbandonato, eppure Mahony è certo che sono in molti a conoscere la verità. Un prete che assomiglia a una donnola, l'arcigna infermiera del villaggio, una banda di alcolisti sentenziosi, una caustica attrice imparruccata al di là del tramonto decisa ad aiutare Mahony infilando tra le pieghe dell'annuale messinscena un'indagine in piena regola: sono solo alcuni dei personaggi che animano una storia nera e grottesca, sovrannaturale ma più che mai umana.
Voto:

Wow, che libro! Era da tanto, tantissimo tempo che non mi capitava tra le mani un romanzo così evocativo e scritto talmente bene da volerlo centellinare per non perdermi quei momenti di raro piacere in cui potevo crogiolarmi nella sua lettura.
Dopo quattrocento pagine che forse sono volate anche troppo in fretta adesso vorrei solo ricominciarlo.
Mi manca Mahony, il giovane uomo dai lunghi capelli, i pantaloni a zampa e il cipiglio da orfano che lascia Dublino e fa ritorno a Muldering, il paese natio, per scoprire le sue origini. Tormentato da un passato che ignora e dal mistero che avvolge la scomparsa della madre, Mahony vorrebbe solo che qualcuno rispondesse alle sue domande, ma il paese è piccolo, omertoso, bigotto e parlare di Orla sembra un vero e proprio tabù.
A prenderlo sotto la sua ala malandata e decadente è la signora Cauley; occhio malandrino, un numero imprecisato di anni a pesarle sulle fragili ossa e un aspetto regale nonostante la parrucca sbilenca. Sarà lei, una sorta di "Miss Marple cazzuta" a sfruttare la recita annuale per interrogare (senza troppi sotterfugi) i vari paesani e scoprire cosa successe quel fatidico giorno del 1950.
A distanza di ventisei anni i ricordi tornano a galla, le bugie scorrono a fiumi e i morti si sollevano dalle lastre di pietra per sentire cosa i vivi hanno da dire...
"E' una verità universalmente ignota il fatto che, quando i morti fanno di tutto per ricordare qualcosa, i vivi, facciano ancora di più per dimenticarlo."
Onnipresenti ma mai invadenti, i fantasmi di Muldering si fanno vedere solo da Mahony, ma tacciono, non gli rivelano nulla, almeno non in modo esplicito. 
Adesso... immaginatevi un pagano bello, temerario e dagli occhi scuri a pie' libero in una cittadina bigotta sempre pronta a battersi il petto per ottenere il sacro perdono. Immaginate cosa potrà scatenare la sua presenza soprattutto quando dalla sua parte c'è quell'elemento sovrannaturale che vi renderà il tutto suggestivo e magico. Una foresta incantata. Un'invasione di rane. Un'uragano che può spazzare via le menzogne. Immaginate donne dai cuori infranti, uomini gelosi e segreti inconfessabili.
"Muldering è incastrata tra amore e paura, disprezzo e affetto, con Mahony sempre piantato in testa"
Potete avere tutta l'immaginazione del mondo, ma difficilmente sarete preparati a questo romanzo che di meraviglioso ha soprattutto la scrittura. La storia alla fine è semplice, si cerca di svelare quella verità che al lettore è parzialmente nota fin dal primo capitolo, ma è la penna di Jess Kidd a creare un incanto perpetuo. Il linguaggio è ricercato, visivo, classicheggiante, l'elemento magico si fonde perfettamente con la scelta delle parole e non mancano citazioni (sapientemente rimaneggiate) di grandi romanzi del passato.
Bello quindi. Bello tutto. Bella la costruzione che alterna le vicende di Orla negli anni Cinquanta a quelle del figlio nel 1976, ben riuscita la caratterizzazione dei personaggi e vorrei dire bello anche il finale, ma c'è qualcosa che mi è mancato. Una risposta che avrei voluto. Per Mahony, ma soprattutto per me stessa.
Nonostante l'autrice abbia dichiarato di amare gli epiloghi che lasciano dei sottintesi impliciti, quando mi affeziono a un protagonista, quando si scatena l'empatia, vorrei solo delle certezze e non nego che ancora ci penso a come sono andate le cose e a come sarebbero potuto essere assolutamente perfette.
Ma va bene lo stesso; Lascia dire alle Ombre resta un romanzo raro e prezioso, capace di soddisfare i palati più raffinati, e io resto la solita lettrice che se la lega al dito per le inezie, aggiunge un "meno" alle quattro stelline, e piange in un angolino, orfana, triste e sola, perché di romanzi così ne ha sempre bisogno e quando finiscono mancano da morire.

N.B.  Sembra che Jess Kidd abbia preso in considerazione l'idea di un libro dedicato a una giovane signora Cauley e non avete idea di quanto il suo personaggio se lo meriti. 

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5 giugno 2018

Libro VS Film - Sfida n°53, Fiori per Algernon

A volte vorrei parlare dei film che mi capita di vedere, ma poi penso che un blog di libri non sia il posto giusto. Allora penso di parlare dei film tratti dai libri, questa cosa avrebbe senso, no? Ma quello che ne viene fuori non è mai una recensione, ma continui paragoni tra due opere dalla struttura tanto diversa. E così nasce questa rubrica (che posterò random) in cui mi divertirò a mettere sul piatto della bilancia un'opera letteraria e una cinematografica e vedere da che parte penderà l'ago.
LIBRO VS SERIE TV
chi vincerà?

Oggi in sfida
Fiori per Algernon

 
Vince il libro!

[spoiler sulla sinossi, non sul finale]
Quando esci da una lettura provata, devastata, commossa, stravolta, insomma, non del tutto intera per essere chiari, se di quel romanzo esiste il film allora tu lo vuoi vedere. E subito anche.
Così, dopo una rapidissima ricerca, trovo su youtube la versione completa de I Due Mondi di Charlie, anno 1968, un oscar al protagonista Cliff Robertson e tanti complimenti dalla critica. Ovviamente clicco play. E Ovviamente non mi è piaciuto quanto il libro. Ma era prevedibile.
Non voglio dire la cosa più ovvia del mondo, ovvero che il libro è sempre migliore del film 1) perché non lo penso 2) perché non è vero. Però se un libro è bello, forte e intenso, un film difficilmente lo supera. Male che vada può gareggiare per un pareggio.
La cosa però che mi è dispiaciuta è che nella pellicola di Ralph Nelson c'è solo la superficie della storia di Charlie, non si è grattato il fondo, non si sono sviscerate le cause e gli effetti. Per questo - e lo dico a gran voce - urge un remake!
La trama è pressoché questa. Charlie ha trentadue anni ed è un ritardato mentale. Un giorno gli viene proposto un intervento che potrebbe raddoppiare, se non triplicare, il suo QI e lui accetta senza pensarci due volte, perché nonostante i vari limiti che lo contraddistinguono ha tanta fame di conoscenza.
Il romanzo, narrato in forma diaristica, ci porta nella mente e nel cuore di Charlie, ci mostra la sua grande ingenuità, la sua disarmante umiltà, la sua totale incapacità di conservare i ricordi per come sono esattamente. Ma soprattutto ci mostra come la madre abbia avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione. Charlie non è stato amato perché stupido. Ed è stato abbandonato in un istituto per questo stesso motivo.
Nel film la sua infanzia non ci viene né mostrata né raccontata. Charlie è solo, non ha parenti, non si sa che fine abbiano fatto e per arginare il problema l'hanno messo a vivere nella soffitta di una vecchietta curiosa e pettegola.
Il resto poi è fedele alla storia di Daniel Keyes. Charlie si sottopone all'operazione o e poco alla volta il suo QI cresce in modo esponenziale, si innamora di quella che era la sua maestra alla scuola serale, studia, legge, compie ricerche e diventa un uomo completamente diverso, sicuro di sé, forse troppo...
Però la cosa bellissima e toccante del libro era leggere i capitoli del "primo" Charlie, scoprirlo senza armi, senza corazze, vederlo felice e circondato da gente che gli vuole bene. Il "secondo" Charlie invece si guarda indietro e scopre una realtà ben diversa. Si rivede preso in giro e umiliato da quelli che credeva i suoi migliori amici. Si rende conto che la madre ha smesso di amarlo nel momento in cui è nata la sorella, una bambina del tutto normale su cui la donna ha riversato un affetto incondizionato. E prende coscienza di una triste verità: da stupido era molto più felice.
Tante sfumature nel film si perdono. Il Charlie troppo colto, quasi saccente, non ci viene praticamente mai mostrato, la storia d'amore con Alice è molto diversa, e manca totalmente quella con Fay, la sua dirimpettaia, per non parlare di passaggi duri e cupi che rendono la lettura romanzo un'esperienza di forte impatto emotivo.
Sicuramente il film di Ralph Nelson è un'ottimo film, fuori moda anche per l'epoca, ma divenuto nel tempo un cult diffuso tuttora nelle scuole, ma visto che qui c'è una bilancia e che i due prodotti vanno pesati, l'ago non può non pendere che dalla parte del libro. Un libro bellissimo il cui fulcro è racchiuso in una frase di Charlie che poteva anche essere stupido, ma aveva un cuore enorme. "L'intelligenza è uno dei più grandi doni umani. Ma la ricerca della conoscenza esclude anche troppo spesso la ricerca dell'amore."

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