21 marzo 2019

Recensione, IO TI HO TROVATO di Lisa Jewell

Torno a parlare della Jewell, anche se dopo il bellissimo Ellie all'Improvviso ero pronta a un romanzo non altrettanto bello. Certi miracoli sono difficili da ripetere. Sarà dura per l'autrice conviverci ;)

P.S. Sono stata particolarmente severa con il voto... vabbe', si vede che quando l'ho dato ero in modalità signorina Rottermeier.

Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell

| Neri Pozza, 2017 | pag. 349 |

Alice Lake vive in un piccolo cottage sulle coste orientali dello Yorkshire. Madre single di tre figli, per mantenere se stessa e la sua famiglia compone collage con ritagli di vecchie carte geografiche, che provvede poi a vendere in rete. Una sera, sulla spiaggia, Alice scorge la sagoma di un uomo: seduto sulla sabbia umida, le braccia allacciate intorno alle ginocchia, l'uomo indossa solo jeans e camicia e sembra indifferente al vento che solleva spruzzi gelidi. Non è abbastanza malconcio per essere un vagabondo né abbastanza strano per essere un paziente del centro di salute mentale del paese. Ma ha un'aria talmente sperduta, uno sguardo cosi confuso e triste che Alice decide di avvicinarlo e di prestargli soccorso. L'uomo le rivela di non sapere nulla di sé, del perché si trova lì e di come ci è arrivato. Tra gli sguardi increduli dei tre figli, Alice porta a casa lo sconosciuto e lo sistema nella piccola dépendance che di solito affitta, ma in quel momento è vuota. Una decisione avventata e di certo rischiosa, dato che quell'uomo in evidente stato confusionale e senza alcuna memoria del suo passato potrebbe essere chiunque. Quella stessa sera, a Londra, Lily Monrose telefona alla polizia per denunciare la scomparsa di suo marito, Carl Monrose. Quando non lo ha visto tornare dal lavoro ha avuto la sensazione che un ghiacciolo le scivolasse lungo la schiena. Lei e Carl sono rientrati dal viaggio di nozze solo dieci giorni prima e lui si precipitava a casa tutte le sere appena finiva di lavorare, prima di svanire nel nulla lasciando dietro di sé una scia di inquietanti interrogativi, tra cui una falsa identità. La soluzione di questi misteri sembra condurre a un evento accaduto ventitré anni prima, quando due adolescenti, Gray e Kirsty, in vacanza con i loro genitori in un pittoresco villaggio di mare, incontrarono un giovane un po' singolare. Un giovane che aveva occhi solo per Kirsty.
Voto:

Quando ti colpisce un battere peggio del Yersinia pestis mentre combatti la malattia ti serve un libro salvagente, un libro che abbia quindi altissime probabilità di gradimento.
Ho optato per Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell perfettamente conscia del fatto che l'autrice non potesse aver scritto un altro gioiello come Ellie all'Improvviso (qui la recensione), ma nemmeno una colossale schifezza.
E avevo ragione. Io Ti Ho Trovato è un buon titolo d'intrattenimento, in effetti una volta sfogliata l'ultima pagina non vi alzerete per fare una standing ovation all'autrice, ma non vorrete nemmeno lanciare il libro dalla finestra.

La storia gioca su due piani temporali e tre narrazioni differenti. Da una parte abbiamo una donna che si offre di aiutare un uomo che ha perso la memoria, dall'altra una moglie disperata per l'improvvisa scomparsa del marito mai rientrato a casa dal lavoro. Parallelamente assistiamo a una serie di eventi avvenuti circa vent'anni prima, durante un'estate che si porterà via tutto: amore, famiglia, affetti, innocenza.
Ma se Ellie all'Improvviso gode di quella prevedibilità tipica dei romanzi in cui non sono importanti i "chi", ma i "perché", in Io Ti Ho Trovato l'autrice costruisce il plot su una struttura decisamente più gialla, peccato che dopo un centinaio di pagine ci sia ben poco da scoprire. Tutto non è stato detto, ma tutto sembra già scritto. E se in Ellie, la conferma delle proprie ipotesi getta il lettore in uno stato di terribile angoscia, questa volta a prevalere sono i "be', uffa, lo sapevo già". 

Peccato, perché lo stile della Jewell è molto avvolgente, visivo, scorrevole, dalla sua penna prendono forma personaggi convincenti e poco convenzionali, da Alice, che con la sua insolita stravaganza e i suoi tre figli avuti da tre uomini diversi non si farà problemi nell'ospitare un perfetto sconosciuto, a Lily, giovane sposa ucraina, angosciata e disorientata in un Paese in cui fatica a muoversi se a stringerle la mano non c'è suo marito.
Io Ti Ho Trovato è un titolo molto femminile che racconta le varie forme dell'amore, da quello giusto a quello sbagliato, da quello che ti inganna tenendoti prigioniero a quello a cui ci aggrappiamo disperatamente credendo che sia vero.
Forse se la Jewell avesse sottinteso la verità spostando l'attenzione su altri fattori, la noia non avrebbe avuto il sopravvento. Forse non avrei alzato gli occhi al cielo quando un capitolo terminava con una folgorante rivelazione che di folgorante non aveva assolutamente nulla. E forse mi sarei affezionata ai personaggi, almeno ai protagonisti, invece ancora una volta l'ago della mia personalissima bilancia ha preferito pendere verso i "cattivi".
E lo ripeto, è un gran peccato perché l'autrice sa scrivere davvero bene, infatti mi sento comunque di consigliare il romanzo a tutte quelle lettrici che non masticano molto i thriller e che probabilmente tra queste pagine troveranno la loro giusta dose d'intrattenimento.

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17 marzo 2019

Recensione, CHI HA RUBATO ANNIE THORNE di C. J. Tudor

Ma che belli i libri che creano malessere! Quanta gioia nel ritrovare in libreria un horrror. E chi se ne frega se la Tudor si ispira/copia/omaggia King. Lo fa bene. Serve altro?

CHI HA RUBATO ANNIE THORNE? di C. J. Tudor

| Rizzoli, 2019 | pag. 350 |

Arnhill, piccolo villaggio di miniera inglese. Nel 1992 una banda di quindicenni trova l'ingresso ai cunicoli. Scendono in cinque: Hurst, la mente; Fletch, il braccio; Chris, la bussola; Marie, l'affascinante fidanzatina di Hurst; e Joe Thorne. Si imbattono in un ossario di bambini, sepolti laggiù da chissà quanto tempo. Ma non sono soli. Annie, la sorellina di otto anni di Joe, li ha seguiti fin lì. E quando un'altra presenza si manifesta, vomitando milioni di scarafaggi dai teschi, dalle ossa e dai crepacci del terreno, tutto precipita. Nella confusione della fuga, qualcuno sferra un colpo mortale alla testa di Annie. Nonostante gli altri lo abbiano abbandonato chiudendosi la botola alle spalle, Joe riesce a tornare a casa. Due giorni dopo, torna anche Annie. Nessuno sa dove sia stata. Oggi, venticinque anni dopo quel giorno e infrangendo la promessa che aveva fatto a se stesso, Joe ha deciso di rimettere piede a Arnhill. A convincerlo a intraprendere il viaggio è stata un'email anonima: "So cos'è successo a tua sorella", gli hanno scritto. Sta succedendo di nuovo.
Voto:


"A volte hai solo una scelta,
ed è quella sbagliata."

Avevo amato L'Uomo di Gesso (qui la recensione) non tanto per la parte thriller della storia, ma proprio per lo stile narrativo, per la grande capacità dell'autrice di tracciare, lungo le pagine, una scia di malessere quasi contagiosa. E ho amato Chi Ha Rubato Annie Thorne? per lo stesso identico motivo.
C. J. Tudor torna a omaggiare Stephen King e in un panorama di pubblicazioni in cui il genere horror sembra non esistere quasi più, io sono grata a questo libro. È vero, leggendo la trama basterà fare 1+1 e sarà subito chiaro quale romanzo possa aver ispirato l'autrice, ma sapete una cosa? Chi se ne frega.

Anche questa volta il libro è strutturato su due piani temporali, passato e presente si alternano e se all'inizio conosciamo Joe Thorne, un uomo con una voragine nel petto e una lunga lista di bugie pronte per essere snocciolate, poco alla volta scopriamo il perché del suo ritorno ad Arnhill, il paese natale, un luogo ostile, ripiegato su se stesso, in cui i visitatori sono guardati con diffidenza e sospetto. A Joe non verrà riservato nessun trattamento di favore, perché dopo venticinque anni non è più considerato uno del posto; ufficialmente è tornato per ricoprire il posto di professore all'interno della scuola, ufficiosamente vuole saldare antichi debiti, svelare segreti, sollevare tappeti. Perché una notte di tanti anni prima è successo qualcosa di terribile... e forse sta per ricapitare.
"Vorrei poter dire alla mia sorellina che le volevo bene. Che la amavo con tutto il cuore. Era la mia migliore amica, la persona con cui potevo essere davvero me stesso, l'unica capace di farmi ridere fino alle lacrime.
Ma non posso. Perché a otto anni mia sorella è scomparsa. All'epoca pensai che fosse la cosa più terribile che potesse mai accadere al mondo.
Solo che poi tornò."
Ci sono miracoli e miracoli. Alcuni arrivano dall'alto, altri invece salgono dal basso.
Joe sa bene a quale categoria appartenere. Dopo quella notte nella Fossa, all'interno della vecchia miniera, niente è più stato come prima. Sua sorella è scomparsa per poi tornare dopo quarantotto ore... solo che non era più la sua Annie. È stato l'inizio della fine. I ricordi belli hanno iniziato a svanire, come se non fossero mai esistiti, e la vita ha cominciato a riempirsi di incubi e rimpianti. Il tempo non ha curato nessuna ferita e il dolore si è diffuso come un morbo.

Sono diverse le cose che ho amato in questo libro a partire proprio da Joe, una voce narrante di grandissimo effetto, non il solito protagonista bravo e buono, ma un uomo fatto di lividi e ossa rotte. Ex bambino nerd, sempre attaccato a tv e videogiochi, da adolescente è stato scelto da Hurst per far parte della sua banda di giovani debosciati e per sentirsi parte di un gruppo, per non essere più uno sfigato, si è ritrovato a fare le peggio cose. Poi è cresciuto, è diventato adulto, ha accumulato debiti di gioco, è diventato un insegnante, ma anche in questo caso sono stati più i demeriti dei meriti. Joe è un antieroe in tutto e per tutto. Cinico, inaffidabile, rancoroso. Ma a conquistarmi è stata la sua tagliente ironia che sfoggia come meccanismo di difesa e che lo fa apparire come un grandissimo stronzo menefreghista. Invece una coscienza ce l'ha. O non sarebbe tornato ad Arnhill.
"La vita non è gentile. Con nessuno.
Accumula macigni su macigni, ce li carica sulle spalle. Dilania le cose a cui teniamo e riempie le nostre anime di rimpianti."
Stilisticamente l'ho adorato. La Tudor è una calamita, anche quando non racconta niente di stravolgente riesce a tenerti incollato alle pagine. Arnhill è un po' la Derry di It. Tanti segreti, poche verità. Atmosfere cupe, incubi che prendono forma. Non c'è scampo tra queste pagine. E come per L'Uomo di Gesso ho apprezzato che il genere del libro e la storia in sé, fossero un pretesto per raccontare anche altro. L'adolescenza, la crescita, il bullismo, l'emarginazione. Sono tutti temi cari alla Tudor e anche se talvolta ne abusa sa come gestirli e li mette a servizio dello sviluppo dei suoi personaggi.
Ecco, se proprio devo muovere una critica, forse c'è uno sfoggio eccessivo di "botta e risposta", però i dialoghi al fulmicotone sono i miei preferiti quindi la assolvo da tutti i suoi peccati, confido che la sua anima possa diventare ancora più nera, e resto in trepidante attesa del suo prossimo romanzo.

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12 marzo 2019

Recensione, IL VANGELO DEL COYOTE di Gianluca Morozzi

Lettori buongiorno! Oggi si parla di nuovo di Morozzi, perché a distanza di un paio di mesi dalla lettura di Radiomorte (qui la recensione) ho sentito il bisogno di tornare nel malsano mondo dell'autore bolognese. E tra pazzi, squilibrati e sociopatici... io ci sto sempre una meraviglia 8)

Il Vangelo del Coyote di Gianluca Morozzi

| disegnato da Giuseppe Camuncoli e Michele Petrucci |
| Oscar Ink, 2017 | pag. 128 | € 17,00 |

Due ragazzine annoiate trovano in un film l'ispirazione per un passatempo crudele e perverso. Un professore nasconde in cantina un orrendo segreto. Due storie parallele che convergono fino a collidere in un climax di agghiacciante follia.
Voto:

Ciliegine sulla torta ne abbiamo?
Rifaccio.
Scheletri nell'armadio ne teniamo?
Ecco, così siamo giù più in linea con il mood di Morozzi 8)
Ma era buona anche la prima, perché se siete fan dell'autore questo fumetto è una perfetta ciliegina sulla torta. Una torta sicuramente avvelenata, ma vabbe', non stiamo a guarda' il capello!
Se per alcuni Il Vangelo del Coyote si è rivelato un libro troppo pulp e truculento, per me è stato semplicemente Morozzi. Politicamente scorretto. Socialmente disturbato. Meravigliosamente citazionista.
Sono due le storie che viaggiano parallele, una disegnata da Giuseppe Camuncoli che vede Skoda e Liù, due amiche molto particolari, replicare con grande lucidità e sadismo quanto visto in un film horror; l'altra ad opera di Michele Petrucci che ha saputo rendere con un tratto nervoso e spigoloso le ossessioni di un professore che custodisce in cantina un atroce segreto.
La narrazione, fluida e visionaria, trasporta il lettore in un mulinello di terrore in cui poco si vede, ma fin troppo si immagina. E ricordiamocelo, l'orrore più grande sta proprio in quello che possiamo solo intuire senza che ci venga mostrato.
Geniale in finale che vede il convergersi delle due narrazioni e sull'epilogo che dire... potete immaginarvelo, in fondo quando mai Morozzi si è elevato a paladino della pace? Quando mai ci ha regalato happy end?
Un fumetto veloce da leggere, ma difficile da dimenticare. Il Vangelo del Coyote sedimenta, corrode, infetta. A me è piaciuto. Però, se ancora non conoscete l'autore bolognese, il mio consiglio è quello di partire da un suo romanzo e di lasciare che questa chicca diventi per voi, come per me, la ciliegina sulla torta.


Nota:
Esiste in commercio un'edizione Guanda del 2007, ma in bianco e nero.
Personalmente consiglio assolutamente quella a colori.

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7 marzo 2019

Recensione, SENTI LA SUA PAURA di Peter Swanson

Lettori, il lavoro mi sta uccidendo, e insomma, per una lettrice di thriller come me potrebbe essere quasi una bella cosa, invece no, fa schifo.
Vi lascio la recensione di uno degli ultimi noir che sono approdati nella mia libreria; Swanson è sempre un bravo narratore ma stavolta i brividi sono stati pochi e il divertimento non costante.

Senti la Sua Paura di Peter Swanson

| Einaudi 2018 | pag. 350 |

Kate ha solo venticinque anni, ma da quando è rimasta vittima della follia di un ex fidanzato la sua vita si è congelata. Ha mollato l'università, si è barricata in casa per sfuggire alle crisi di panico. Per questo accoglie la proposta di un cugino che non ha mai incontrato come l'occasione per ricominciare. Corbin vive a Boston ma deve trasferirsi a Londra e le chiede di scambiare gli appartamenti. A destinazione, Kate trova una tremenda sorpresa: la sua vicina di pianerottolo è stata barbaramente uccisa. E suo cugino Corbin intratteneva con lei un rapporto complesso. Giorno dopo giorno, chiusa in una sontuosa scatola piena di porte e finestre, Kate deve affrontare una paura ancora più devastante degli spettri che popolano la sua testa. Questa volta potrebbe non uscirne viva. Con il tocco dei maestri del noir, Swanson firma una storia capace di indagare le ossessioni del nostro presente, esplorando la natura della ferocia nelle sue incarnazioni più subdole.
Voto:

"Tutti gli assassini sono i migliori amici di qualcuno"
Agatha Christie

Quando un autore scrive un gran bel libro dopo ha vita dura.
Quelli Che Meritano di Essere Uccisi (qui la recensione) è il fiore all'occhiello di Peter Swanson e ogni suo romanzo postumo (e non) finirà sempre sotto la mia personalissima lente d'ingrandimento e sarà oggetto di paragone.
Senti la Sua Paura ha retto al confronto? No. Ma se da una parte era quasi ovvio, dall'altra si è confermata una discreta lettura d'intrattenimento in cui l'autore omaggia, per l'ennesima volta, il maestro indiscusso del brivido: Alfred Hitchcock.

Tutto inizia con uno scambio di appartamenti.
Kate ha da poco risalito la china, dopo essere stata quasi uccisa dal fidanzato e aver passato mesi in terapia per superare lo shock, decide finalmente di dare una svolta alla sua vita e accetta la proposta del cugino Corben. A lui serve un alloggio a Londra per un impegno di lavoro, e lei si potrà trasferire a Boston per sei mesi dove frequenterà un corso di graphic design.
Ad attenderla c'è un bellissimo appartamento, un dirimpettaio con il vizio di guardare nelle case altrui e una vicina scomparsa che verrà poi dichiarata morta. Ciao America, avrei preferito non conoscerti.

Senti la Sua Paura è una storia dalle tinte misteriose che a fasi alterne strizza l'occhio a La Finestra sul Cortile e ad American Psycho, un romanzo che non ci stupirà con effetti speciali e non ci regalerà particolari colpi di scena, ma ci penseranno alcuni personaggi dalla personalità deviata a regalarci un po' di gioie. Perché un lettore di noir non se ne fa niente dei buoni. Un lettore di noir vuole, esige e pretende i cattivi. Cattivi con la "C" maiuscola tra l'altro.
Peccato che Swanson punti troppo spesso l'obiettivo su Kate, una protagonista brava sola ad attirare sfighe e disgrazie senza però dispensare ansie e paure. Non c'è niente da fare, l'autore con le vittime non ci sa fare. Lui è geniale là dove racconta il male, le sue origini, il suo perverso sviluppo e Senti la Sua Paura poteva essere un'ottima storia - morbosa e disturbante - sulla vendetta e la sudditanza. Ma Kate è una disturbatrice cronica e rovina un po' tutto. Sentivo i brividi scorrere lungo la schiena solo quando il focus si spostava da lei, dalle sue paranoie, dai suoi pensieri noiosi e pedanti, a favore di personaggi che avevano davvero una storia da raccontare.
Quindi bene, ma non benissimo.
Siamo lontani dalla lucida follia di Quelli Che Meritano di Essere Uccisi (Lily, mi machi!), ma Swanson resta un autore da tenere d'occhio. Vedremo come andrà con il suo prossimo romanzo. Lo attendo al varco. Armata di coltello.

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27 febbraio 2019

Le Migliori Letture del 2018


Lettori buongiorno! Non ci posso credere, non avevo ancora pubblicato il post con le letture più belle del 2018, non che non le conosciate visto che quando amo un romanzo vi faccio due palle così ovunque, soprattutto su Instagram dove sono diventata una specie di zecca, ma insomma, dimenticarsi di pubblicare un post fa di me una pessima blogger. Mi vado a cospargere il capo di cenere e torno...
Eccomi. Ah, sempre perché sono una blogger molto professionale, alla canonica decina ho aggiunto un libro. Quindi i titoli che vi consiglio sono undici.

Come sempre trovate un breve commento e uno stralcio di recensione linkabile nel caso vogliate andare a sorbirvi tutto il pippone.

LE MIGLIORI LETTURE DEL 2018


Ellie all'IMPROVVISO
di Lisa Jewell

 
Ellie all'Improvviso è quel genere di romanzo che non solo ti tiene con il fiato sospeso, ma riesce a consumarti, a limare gli angoli già smussati del tuo cuore, a farli sanguinare. Raramente un thriller mi commuove, di solito sono altre le sensazioni che provo: sgomento, incredulità, sollievo, ma tra queste pagine ho versato lacrime su lacrime, non puoi chiudere il libro e pensare di essere sopravvissuta indenne alla storia di Ellie, perché c'è un pezzettino di lei in ognuno di noi.
>> recensione completa
Penso che sia stato il libro che su Instagram ho consigliato di più. Ed è stato quello di cui ho chiacchierato di più privatamente. Insomma un libro che fa parlare. Perché alla fine non è il solito thriller, non c'è nulla da scoprire, solo una terribile verità da accettare.
Super consigliato, soprattutto alle lettrici, perché sì, Ellie all'Improvviso è innegabilmente un romanzo molto femminile.



LE SIAMESI
di Alessandro Berselli

 
“questo libro è una piccola gioia per i lettori malati. Qui siamo oltre il noir, siamo oltre il classico romanzo cattivo. Qui siamo a un passo dall'inferno.
>> recensione completa
Una scoperta incredibile. Un romanzo davvero cattivo, qui Berselli da del filo da torcere a Morozzi. Se amate le storie malate eccovene una. Servita su un piatto di sangue e argento.



L'OCCHIO PIU' AZZURRO
di Toni Morrison

 

L'Occhio Più Azzurro è una storia che parla di sogni, razzismo e crudeltà.
Toni Morrison ci porta in una terra arida di sentimenti e povera di prospettive, una terra fatta di gente sconfitta, di sogni spezzati, di lotte mai combattute e ci racconta una storia che non vorremo mai aver sentito,  che fa un gran male ma insegna tantissimo.



LA LUNA NERA
di Winston Graham

 

Un altro avvincente capitolo di una saga che porta i segni di un'epoca che sta cambiando, di personaggi che si ritrovano a raccogliere quanto seminato e di sentimenti spesso in balia degli eventi, ma che sono comunque la colonna portante di una storia che non smette di emozionare.
La saga di Poldark è bellissima. I personaggi sono bellissimi. E ogni volta che inizio un romanzo (e siamo già al quinto!) mi sembra più bello del precedente.
Ahhh Ross. Ma ti amo perché sullo schermo hai la faccia di Aidan Turner o perché è bravo Graham?!



LA MORTE NON SA LEGGERE 
di Ruth Rendell

“un perfetto esempio di quel genere noir che pone gli accenti sulle nature distruttive degli esseri umani.
>> recensione completa
Il romanzo con uno degli incipit più belli e d'effetto mai letti.
Non aggiungo altro, faccio parlare "lui".
"Eunice Parchman sterminò la famiglia Coverdale perché non sapeva leggere, perché non sapeva scrivere. Non c'era movente, non ci fu premeditazione: non ottenne denaro, né sicurezza. Unico risultato del delitto fu che non solo una famiglia e un villaggio, ma l'intera nazione seppe dell'analfabetismo di Eunice Parchman. Per sé non ottenne niente, se non la rovina totale. Da sempre, nella sua mente distorta, c'era la convinzione che non sarebbe mai stata in grado di avere successo. Eppure, sebbene la sua amica e complice fosse pazza, lei non lo era. Possedeva quella terribile e realistica lucidità dell'atavica scimmia travestita da donna del ventesimo secolo."



QUELLI CHE MERITANO DI ESSERE UCCISI
di Peter Swanson

 
“Quelli Che Meritano di Essere Uccisi ha i connotati del vecchio noir e non ne tradisce lo schema tipico del genere fino all'ultima pagina. Ti lega a doppio filo e nonostante la trama si snodi come da copione, stiamo parlando di un copione degno di un film, a metà strada tra Il Delitto Perfetto di Hitchcock e L'Amore Bugiardo della Flynn.
>> recensione completa
Non un libro, ma un mantra.
Preparate carta e penna perché dopo averlo letto vi verrà voglia di uccidere un sacco di gente.



MARY E IL MOSTRO
di Lita Judje

 

“Nessun uomo sceglie il male perché è tale,
ma soltanto perché lo confonde con la felicità”

Una serie di acquarelli in bianco e nero fanno da sfondo a una narrazione in versi in cui Mary Shelley ci racconta, in oltre trecento pagine, il prezzo della libertà e dell’uguaglianza e di come dal dolore sia nato Frankenstein, il romanzo che l’ha resa immortale.
Struggente e indimenticabile.



IL RINOMATO CATALOGO WALKER & DOWN
di Davide Morosinotto 

 

Ormai Morosinotto, io e la mia partner in crime Simona, lo stalkeriamo ovunque. Bologna, Mare di Libri, Lucca Comics. Forse un giorno Davide ci denuncerà, chissà.
Comunque Il Rinomato Catalogo Walker & Down è il libro che ogni bambino e genitore dovrebbe leggere, ha il sapore del viaggio, della fuga, della scoperta, ma è soprattutto un rifugio.
Ha vinto il Premio Andersen 2017 come miglior libro oltre i 12 anni e io che ne ho BIIIIP (scusate, c'è stata un'interferenza) l'ho letteralmente adorato!



GLI ANNIENTATORI
di Gianluca Morozzi

 
“Gli Annientatori non è un thriller, non è un horror, non è un noir, eppure è tutte e tre queste cose insieme: un gioiellino imbrattato di sangue capace di stravolgere e sconvolgere.
>> recensione completa
Che gioia scoprire libri così malati, che gioia scoprire che ci sono autori che la notte non dormono ma partoriscono incubi. Grazie Morozzi.



FIORI PER ALGERNON
di Daniel Keyes

 

"Non so cosa sia peggio: non sapere chi sei ed essere felice,
o diventare quello che hai sempre voluto e sentirti solo."

Daniel Keyes scrive Fiori Per Algernon in forma di racconto nel 1956 per poi ampliarlo e trasformarlo nel 1966 in quello che è oggi un grande pilastro della narrativa del Novecento. Umanamente toccante, scientificamente ambizioso, stilisticamente impeccabile, sarà banale nel dirlo, ma questo romanzo è un vero e proprio gioiellino.



L'UOMO DI GESSO
di C. J. Tudor

  
“Un romanzo davvero bello, in cui un inquietante senso di declino e morte sembra contaminare, poco alla volta, cose e persone.
>> recensione completa
Un romanzo che ha sicuramente spaccato in due l'opinione dei lettori. Da una parte chi ha amato i rimandi a opere come It o Stand By Me, dall'altra chi ha trovato nell'Uomo di Gesso un qualcosa di già visto e rivisto. Io l'ho adorato. Ho adorato l'omaggio a Stephen King (e omaggiare un autore non significa a mio avviso copiarlo), e soprattutto ho adorato le atmosfere e il tocco noir. Qui nessuno è davvero innocente. E io che ho un debole per i colpevoli ho apprezzato moltissimo ogni singola pagina.



E adesso tocca a voi!
Anche se in ritardo (ma chi se ne frega,
i libri mica hanno una scadenza!)
quali sono state le vostre letture più belle nel 2018?

26 febbraio 2019

Recensione, ACIDO SOLFORICO di Amélie Nothomb

Lettori buongiorno! Oggi finalmente torna anche qui sul piacere della lettura il Book Bloggers Blabbering, se seguite la pagina facebook saprete che la casa editrice indipendente del mese è Voland e se mi seguite su Instagram (QUI) saprete che ho letto Acido Solforico della Nothomb.
Insomma magari sapete già tutto, in caso contrario ecco la recensione 8)

Acido Solforico di Amélie Nothomb

| Voland | pag. 131 |

Un reality show dall'inequivocabile nome Concentramento, basato su regole che ricordano il momento più orribile della storia dell'umanità. Per le strade di Parigi si aggira una troupe televisiva inviata a reclutare i concorrenti, che vengono caricati su vagoni piombati e internati in un campo dove altri interpretano il ruolo di kapò. La vita di tutti si svolge sotto l'occhio vigile delle telecamere e il momento di massima audience arriva quando i telespettatori decidono l'eliminazione-esecuzione dallo show di un concorrente attraverso il televoto. Gli strali della scrittrice da sempre al centro di polemiche colpiscono questa volta, con meno leggerezza ironica e più disgusto, una società in cui la sofferenza diventa spettacolo.
Amélie Nothomb, con Acido Solforico ha osato molto, portando in scena, addirittura in televisione, la spettacolarizzazione del dolore.
"Concentramento" è un reality show il cui nome dice tutto. Persone comuni raccolte dalla strada in una sorta di vero e proprio rastrellamento vengono poi divise in due categorie, prigionieri e kapò. Tutto procede come da copione. Lavori forzati, violenza gratuita, esecuzioni in diretta. E di questa centrifuga mediatica sono colpevoli tanto gli organizzatori quanto i telespettatori che attraverso audience mai registrati prima continuano a decretare il proseguimento - e il successo - del programma.

Ma come si è arrivati a questo punto?
Amélie Nothomb non spiega, ma provoca e denuncia attraverso due personaggi che sono la rappresentazione stereotipata del bene e del male. Da una parte Pannonique, giovane, bella, piegata dal sistema ma integra nell'animo. Dall'altra Zdena, ignorante, gretta, sadica, violenta. I ruoli sono ovvi. La prigioniera e il kapò. Tra loro si instaurerà una sorta di giocoforza che vedrà Zdena cedere al fascino dell'unica ragazza capace di tenerle testa rifiutandosi addirittura di confessarle il proprio nome. Perché è quello che ci rende umani. Non i codici alfanumerici. E finché avremo un nome da custodire avremo un'identità da rivendicare.

Quella di Acido Solforico è una società priva di valori e di empatia, la televisione è lo specchio del degrado morale a cui si è andati inesorabilmente incontro nel tempo e la ricerca di un'ideale all'interno di un mondo che non ne possiede più appare del tutto vana.
Amélie Nothomb attraverso il personaggio di Pannonique dice no. Lei non ci sta. La sua è una riflessione acuta, spietata, diretta, a tratti feroce e il romanzo, per quanto breve, ha la forza di un carro armato.
Stilisticamente Acido Solforico è semplice e asciutto, ma sa dove colpire, non per niente la sua pubblicazione ha scatenato diverse polemiche tra la stampa e i giornali (coda di paglia?) ma ha subito trovato il consenso dei lettori (lungimiranti?) che forse, a questo gioco, non ci vogliono giocare.
Attenzione, non stiamo parlando di un romanzo contrario alla televisione, ma solo a un certo modo di fare televisione, e non è nemmeno un libro sulla Shoah, ma in qualche modo ci vuole portare a non dimenticare, in qualche modo lancia un monito che sarebbe bene cogliere.
Devo ammettere che mi sono portata addosso questa lettura per diversi giorni e se dovessi riassumere il mio stato d'animo con una sola parola l'unica che mi viene in mente è indignazione. Custodiamo questa emozione. È grazie a lei che troveremo la forza di ribellarci quando la nostra dignità verrà calpestata.

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Il Book Bloggers Blabbering


21 febbraio 2019

Recensione, BEZIMENA di Nina Bunjevac

Lettori bentrovati, oggi vi porto la recensione di un romanzo grafico straordinariamente potente che vorrei consigliare a tutti ma che so non essere per tutti.
Leggete... e traete le giuste conclusioni.

 Bezimena di Nina Bunjevac

| Rizzoli Lizard, 2018 | pag. 224 |

Benny lavora come guardiano in uno zoo. Un giorno, tra i visitatori nota una donna che gli ricorda qualcuno. La osserva dalla finestra del rettilario: è candida come neve e ha con sé un taccuino da disegno che tiene stretto fino a quando, un attimo prima di andare via, lo dimentica davanti alla vasca degli orsi polari. Per Benny la donna non l'ha lasciato lì per caso: quel taccuino è un'esca, il segnale che dà il via a un gioco di seduzione in cui lui è la vittima designata. O forse è solo il primo passo verso il buio che ha sempre cercato. Con il suo segno denso e corporeo, Nina Bunjevac ha creato una parabola moderna che illustra senza ipocrisie la brutalità della violenza sessuale. Un'opera che ritrae la spaventosa normalità di chi giustifica l'orrore delle proprie azioni.
Voto:

Credo che Bezimena sia il romanzo grafico più potente e coraggioso che abbia mai letto. E non mi viene in mente nulla che gli si possa anche solo minimamente avvicinare. Nina Bunjevac fa un lavoro quasi chirurgico nel forgiare un'opera che è un piccolo capolavoro di stile, ogni pagina è un quadro in cui ci si perde senza accorgersi del tempo che passa e per quanto conti solo 224 pagine vi assicuro che un volume del genere lo sfoglierete infinite volte.
Io, per esempio, dopo aver letto la postfazione, ho sentito il bisogno di ricominciarlo immediatamente, perché le parole finali dell'autrice sono in grado di riconsegnare la storia priva di quelle ombre che potevano aver offuscato, in parte, una prima lettura.

Di cosa parla Bezimena? Nina Bunjevac attraverso il mito di Artemide e Siprete - in cui un giovane viene tramutato in donna per aver sorpreso la dea fare il bagno nuda - racconta la storia di Benny, un bambino tanto voluto dai genitori quanto incompreso, un ragazzino con evidenti problemi comportamentali e precoci impulsi sessuali che si cercheranno di reprimere con metodi a dir poco ortodossi.
Benny crescerà ai margini del mondo e finirà per lavorare come custode di un giardino zoologico, ma la sua vera natura, messa a tacere da un'educazione ottusa e bigotta, troverà il modo di avere il sopravvento. I primordiali impulsi sessuali offuscheranno la ragione del ragazzo che si creerà una serie di alibi attui a giustificare le proprie terribili azioni. Perché Benny diventerà uno stupratore.

Il grande coraggio di questo fumetto sta proprio nel raccontare una storia di abusi e violenze spostandosi dalla parte del carnefice, entrando nella sua mente, ed è con estrema lucidità che l'autrice guarda attraverso il riflesso di uno specchio che non consegna a Benny la verità, ma una visione completamente distorta della realtà che lo circonda. Ed è quella la realtà che ci viene inizialmente mostrata. Una realtà fatta di donne che sono oggetto di un desiderio ricambiato e di segreti appuntamenti fissati da un destino che ha già visto e scritto tutto.

Bezimena è un romanzo che è condanna ed espiazione insieme. Nina Bunjevac, già conosciuta attraverso Fatherland, Educazione di un Terrorista, in cui ha raccontato le origini della sua famiglia attraverso un romanzo forse più storico che introspettivo, questa volta mette a nudo, indirettamente, una parte della sua vita che non vuole e non può dimenticare. Spettatrice silenziosa di quello che fu un giro di violenze e prostituzione, la Bunjevac denuncia, confessa, smonta ipocrisie e brutalità con pochissime parole e un tratto grafico che è all'apice della sua potenza narrativa, consegnando al lettore una testimonianza durissima.
Bezimena è esplicito, molto esplicito, e deve esserlo, perché la violenza non ha pudore e non c'è nulla che possa alleviarne o giustificarne il dolore.

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