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17 gennaio 2023

Non Lasciarmi Sola di Nancy Tucker

 

| Piemme 09/2022 | pag. 346 |

"Era bastato così poco, pensai. Così poco per sentirmi così potente." Una mattina di primavera, un solo, velocissimo attimo. Chrissie sa fare un sacco di cose: per esempio, sa come rubare qualche caramella dal negozietto all'angolo senza farsi scoprire, sa come nascondersi giocando a nascondino senza farsi trovare, e sa qual è il muro migliore per fare le verticali. Ma adesso ha un segreto. E avere un segreto le fa sentire un piacevole solletico alla pancia, come quando ha bevuto troppa Coca. A casa, con la sua famiglia, dove il cibo scarseggia e ancor più scarseggia l'amore, non si sente mai così. Quindici anni dopo, Julia cerca di essere una brava madre per la sua bambina di cinque anni. Ha sempre paura di non esserlo, in verità; ha paura di non avere soldi per comprarle da mangiare, o per le scarpe nuove, e si preoccupa senza sosta di quello che le altre mamme pensano di lei. Ma soprattutto ha paura che qualcuno possa portargliela via, la sua Molly. E quando cominciano le telefonate, cui Julia è troppo terrorizzata per rispondere, è chiaro che qualcuno ha scoperto quello che ha fatto quand'era bambina, e che la tormenta ancora oggi. Rendendola la peggiore delle madri possibili. Perché forse è arrivato il momento di affrontare la verità, e chiedersi: può essere possibile la redenzione per qualcuno che ha rubato la vita di un altro?
Voto:

Non mi aspettavo di chiudere l'anno con una lettura capace di scuotermi le viscere e di farmi provare tanto malessere. E invece è successo.


Questa è la storia di Chrissie che ha otto anni ed è un'assassina.
Ma è anche la storia di Chrissie che di anni ne ha 25 anni, ed è una madre.

❓ La prima domanda che ci si pone è: può un'infanticida ricoprire questo ruolo?
Una domanda dalla risposta quasi scontata, per una protagonista che di certo non vuole farsi amare. Le parole con cui si presenta sono queste. "Oggi ho ucciso un bambino. Gli ho tenuto le mani intorno alla gola, ho sentito il suo sangue pomparmi forte contro i pollici. Lui si è dimenato e ha scalciato e un ginocchio mi ha preso in pancia, una fitta atroce. Ho ringhiato. Ho stretto. Il sudore rendeva la pelle scivolosa, ma non ho mollato, ho stretto e stretto fino a farmi sbiancare le unghie. E stato più facile del previsto."

❓ Però poi arriva la seconda domanda. Quali sono i danni collaterali di una famiglia disfunzionale?
E così conosciamo una bambina le cui uniche certezze sono un frigo vuoto e una casa senza elettricità fatta di lenzuola sporche e vestiti non lavati. Chrissie cresce senza una guida, è un animale selvatico, ruba le caramelle, scrocca le merende dalle amiche, beve i fondi delle bibite che trova nella spazzatura.
Ed è cattiva, fatta di vetro, capace di ferire gli altri essendo semplicemente se stessa.
Non le scorre sangue nelle vene, ma un liquido nero di odio-voglia-bisogno.

Prepotente, autoritaria, mastica l'inferno e lo sputa senza provare un minimo di pietà, anzi. Uccidere Steven l'ha fatta sentire quasi Dio. E mentre la polizia indaga lei si sente al sicuro come non mai, perché il suo segreto è il suo potere.

Nancy Tucker mette in scena una tragedia, un dramma psicologico senza pari, e lo fa con una padronanza di linguaggio incredibile, uno stile irto di spine che si conficcheranno una a una nel cuore di un lettore impreparato.
Perché l'avrete capito, questo non è un libro per tutti, io mi sono trovata in bilico tra mille contrastanti emozioni. Ho voluto un po' bene a Chrissie. L'ho odiata tantissimo. Ho detestato i suoi genitori e tutti gli abitanti del paese che le hanno girato le spalle. Ma li ho anche capiti. Per Chrissie le persone erano miniere e lei estraeva l'impossibile. Prendeva tutto. Anche quello che non le apparteneva.

Davvero un esordio destabilizzante. La voce di Chrissie la sentirete per molto molto tempo rimbombarvi nella testa. Indimenticabile.

The First Day of Spring tradotto in Non Lasciarmi Sola (??🤨) ha un paio di post in giro per il web, ma ne meriterebbe mille di più. Però possiamo rimediare… no?!

17 giugno 2019

Recensione, L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison

Se penso alla genesi di questa lettura, mi viene quasi da ridere. Un po' dovrei anche vergognarmi, perché insomma, venire a conoscenza de L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison, autrice Premio Nobel per la letteratura nel 1993, attraverso una serie tv, non è proprio motivo di vanto, anzi. E non stiamo parlando di una serie ad alto livello culturale, ma de Le Terrificanti Avventure di Sabrina, un teen horror molto giovane e easy, però mi piace che una "cosa" di un certo tipo possa generarne un'altra completamente diversa. Capite cosa intendo? Insomma, io ero lì, bella comoda a guardare la tv, a confrontare mentalmente la sceneggiatura televisiva con il fumetto di Sacasa, a fare le mie elucubrazioni mentali su fotografia, attori, colonna sonora, bla, bla, bla, e un attimo dopo mi stavo appuntando titolo e autore sullo scontrino del lavasecco. Il giorno seguente ero in libreria. Sì, perché anche le 24 ore di Amazon Prime mi sembravano troppo lunghe. Che dire. Amen.
A farmi scattare la molla è stato il fatto che nella serie questo romanzo venga definito "proibito" per i temi trattati ed è come dire a un bambino "metto la Nutella su questa mensola, ma non toccarla, capito?!". Vi pare? :|
Comunque eccomi qui, a parlarvi de L'Occhio Più Azzurro e a comunicarvi che in wish list ci sono finiti tutti i libri della Morrison. Addio. Di nuovo. Ma come sempre #povertànontitemo
E dopo la premessa più lunga del mondo vi lascio alla recensione.

L'Occhio Più Azzurro di Toni Morrison

| edizione economica Pickwick, 2018 | pag. 230 |


Voto:

Avevo la recensione pronta da diverse settimane, ma non mi convinceva per niente, ogni tanto la riaprivo, la rileggevo e mi capitava di corregge qua, sistemare là, finché un bel giorno (oggi)  non ho cancellato tutto e mi son detta "Silvia, racconta questo libro senza tante sovrastrutture, fregatene se questa volta le parole non ti sono venute al primo colpo, non sei una macchina, ma una persona".
La mia coscienza è molto saggia, ma io razionalmente so che le recensioni più facili da scrivere sono quelle di libri molto belli o molto brutti, quindi pretendevo che mi uscisse una specie di capolavoro nel momento stesso in cui mi fossi seduta alla tastiera. Vabbe', impariamo dai benefici dei fallimenti come ci insegna zia Rowling...
Tra l'altro a fine romanzo c'è una meravigliosa considerazione scritta da Franca Cavagnoli che vale più di tutte le parole che troverete qui di seguito; è perlopiù un'analisi, in quanto si sofferma anche sul finale del  romanzo e sul suo significato, ma è davvero un valore aggiunto.
Bene, adesso veniamo a noi...

L'Occhio Più Azzurro è una storia che parla di sogni, razzismo e crudeltà.
I sogni sono quelli di Pecola, una bambina di nemmeno dodici anni che la sera prega Dio affinché le doni due occhi azzurri come il cielo in modo che le persone possano finalmente vederla bella, mentre di giorno è capace di bersi tre litri di latte solo per stringere tra le mani la tazza su cui è impressa la foto di Shirley Temple, l'icona degli anni Quaranta, la bambina che tutta l'America ama.
Pecola parla poco, osserva il mondo con distacco, e aspetta il fatidico momento in cui potrà finalmente farne parte... deve solo avere pazienza...

[...] "Sedeva per ore guardandosi allo specchio, cercando di cogliere il segreto della bruttezza, quella bruttezza per cui a scuola la ignoravano o la disprezzavano, sia gli insegnanti sia i compagni. [...]Ogni notte, immancabilmente, pregava per avere gli occhi azzurri. Con fervore, pregava da un anno. Sebbene un po' scoraggiata, non era senza speranza. Perché accadesse qualcosa di tanto meraviglioso ci voleva molto, molto tempo. Così assolutamente e inesorabilmente convinta che solo un miracolo l'avrebbe confortata, non poteva conoscere la propria bellezza. Vedeva solo quel che c'era da vedere: gli occhi degli altri." [...]

Quello che emerge fin dalle prime righe è un razzismo insolito, poco raccontato, ma estremamente crudele: quello che i neri provavano nei confronti della propria etnia.
Siamo abituati a leggere storie diverse su questo argomento, tanto per fare un esempio in the Help (qui la recensione), uomini e donne di colore fanno fronte comune, si sostengono a vicenda, mentre nel romanzo della Morrison spesso si odiano tra loro per poter combattere ad armi pari: non puoi sfidare un bianco, significherebbe perdere in partenza, meglio scagliarsi contro un fratello.
I genitori di Pecola sono il prodotto di un'America che nel tempo ha schiavizzato, emarginato, piegato, ridotto in cenere; la madre, abbandonati i sogni di gioventù sulla poltrona di un vecchio cinematografo, si è ritrovata con una croce da portare e una corona di spine da indossare. Marito e figli. Solo quando è a servizio dalla sua padrona bianca è felice, solo quando si trova in quella casa piena di soffici tappeti, muri puliti, stoviglie intonse e asciugamani profumati sente di essere nel posto giusto.

Toni Morrison ci porta in questa terra arida di sentimenti e povera di prospettive, una terra fatta di gente sconfitta, di sogni spezzati, di lotte mai combattute.
A raccontare i torbidi segreti e le nefande debolezze degli adulti è Claudia, un'amica di Pecola, l'unica in tutto il romanzo capace di osservare quello che la circonda con estrema chiarezza e lucidità, ma l'autrice si affida anche alla terza persona, spesso sposta il focus, allenta la tensione, in parte per darci un visione a trecentosessanta gradi, in parte per farci trovare impreparati davanti al durissimo finale. Quello che ci porterà a pensare a tutto il libro con estrema rabbia e infinito dolore.

Non è facile consigliare questo romanzo, ma è senza dubbio necessario. Sono certa che a distanza di giorni, mesi, forse anche anni, non potrete non pensare a Pecola, a come i suoi silenzi abbiano parlato per lei, ai suoi grandi occhi scuri rinnegati, alle sue piccole mani e alla forza con cui stringevano le caramelle Mary Jane, il più prezioso dei tesori.
Lo spaccato che Toni Morrison fa dell'America degli anni Quaranta è lucido, spietato, vivido, e la sua penna, con  inaspettata poesia, non vi risparmierà nulla. Scritto nel 1970, L'Occhio Più Azzurro è il romanzo d'esordio di un'autrice premio nobel per la letteratura che ad oggi non ha ancora smesso di lottare per i diritti dell'uomo: perché a fare la differenza, ricordiamocelo, non è il colore della pelle, ma la cultura.


2 maggio 2019

Recensione, QUELLO CHE NON TI HO MAI DETTO di Celeste NG

Lettori bentrovati e buon lunedì!
Lascio oggi qui sul blog la traccia intangibile del mio amore per questo libro bellissimo e molto, molto triste. Buona lettura <3

 Quello Che Non Ti Ho Mai Detto di Celeste NG

| Bollati Boringhieri | pag. 271 | 

È una scena che abbiamo visto spesso al cinema e nelle serie TV: la madre apre la porta della camera della figlia e la trova vuota, il letto intatto. Si teme subito il peggio. Si chiede agli amici, ai vicini, poi si chiama la polizia. La sedicenne Lydia Lee viene ritrovata morta, annegata nel lago vicino a casa: è stata uccisa? E da chi? Oppure si è trattato di un incidente? Perché è uscita di notte? Tutte domande che continuano a tenere il lettore con il fiato sospeso, come in un romanzo giallo. Ma presto altre domande si insinuano nella sua mente, molto meno esplicite ma altrettanto inquietanti. Quello che rende eccezionale questa storia, e ne spiega l’enorme successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è il talento dell’esordiente Celeste Ng nel «dire» e «non dire», nello svelare senza inutile enfasi le radici profonde di una tragedia famigliare solo in apparenza ordinaria.
Voto: 

Ad attrarmi come una calamita tra le pagine di questo libro è stato l'incipit. "Lydia è morta. Ma questo ancora non lo sa nessuno. 3 maggio 1977, sei e mezza del mattino, nessuno sa nulla se non una semplice cosa: Lydia è in ritardo per la colazione."

Nonostante la storia inizi dalla fine e abbia come fulcro la morte di un'adolescente, Quello Che Non Ti Ho Mai Detto non è un giallo, ma un semplice (che di semplice non ha nulla) romanzo di narrativa. Bellissimo tra l'altro. Così bello che ci si chiede come possa essere un esordio. Perché a colpire non è la trama in sé ma la sua costruzione e la tecnica narrativa dell'autrice che per oltre duecento pagine lascia il lettore in bilico tra l'incertezza e la consapevolezza.
Lydia è morta. Trovata senza vita in fondo al lago davanti a casa. Omicidio? Suicidio? Non ci è dato saperlo, ma se le persone che la conoscevano avessero semplicemente detto quanto visto e sentito nei giorni precedenti la sua scomparsa, forse non ci sarebbe nessun mistero da risolvere. Ma Celeste Ng usa la famiglia Lee per parlare di silenzi. Di come le parole non dette - e qui ci si ricollega al titolo - abbiano degli effetti collaterali devastanti. Il silenzio può essere la causa di tutto. Il silenzio può anche uccidere.
L'autrice, attraverso una prosa densa e meravigliosa, ci parla di emarginazione, solitudine, sogni infranti e paura. Paura di non essere abbastanza. Paura di deludere chi ci ama. Paura di non poter più tornare indietro e di essersene accorti troppo tardi.
A livello di avvenimenti non succede molto, ma c'è la normalità, quella monotona quotidianità che per molti è un conforto e per altri una prigione, che ci viene sviscerata in ogni sua parte. Quello Che Non Ti Ho Mai Detto è un romanzo-autopsia. Pezzo per pezzo, poco alla volta, ogni membro della famiglia Lee finirà sotto il bisturi di Celeste Ng e sfogliata l'ultima pagina non ci saranno più segreti per nessuno. Forse...

Un libro davvero bello, fortemente empatico, che vi farà incazzare tantissimo, ma che poi amerete moltissimo. 
Non c'è un solo tipo di lettore a cui non lo consiglierei, ma il mio invito va soprattutto a tutte quelle persone che si portano addosso la vita come se fosse un vecchio abito cucito male. Capirete quanto sia importante rimediare a quegli strappi e pulirne le macchie. Capirete che non siete soli anche quando non vedete nessuno intorno a voi. E capirete che solo la parola può renderci davvero liberi.

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21 febbraio 2019

Recensione, BEZIMENA di Nina Bunjevac

Lettori bentrovati, oggi vi porto la recensione di un romanzo grafico straordinariamente potente che vorrei consigliare a tutti ma che so non essere per tutti.
Leggete... e traete le giuste conclusioni.

 Bezimena di Nina Bunjevac

| Rizzoli Lizard, 2018 | pag. 224 |

Benny lavora come guardiano in uno zoo. Un giorno, tra i visitatori nota una donna che gli ricorda qualcuno. La osserva dalla finestra del rettilario: è candida come neve e ha con sé un taccuino da disegno che tiene stretto fino a quando, un attimo prima di andare via, lo dimentica davanti alla vasca degli orsi polari. Per Benny la donna non l'ha lasciato lì per caso: quel taccuino è un'esca, il segnale che dà il via a un gioco di seduzione in cui lui è la vittima designata. O forse è solo il primo passo verso il buio che ha sempre cercato. Con il suo segno denso e corporeo, Nina Bunjevac ha creato una parabola moderna che illustra senza ipocrisie la brutalità della violenza sessuale. Un'opera che ritrae la spaventosa normalità di chi giustifica l'orrore delle proprie azioni.
Voto:

Credo che Bezimena sia il romanzo grafico più potente e coraggioso che abbia mai letto. E non mi viene in mente nulla che gli si possa anche solo minimamente avvicinare. Nina Bunjevac fa un lavoro quasi chirurgico nel forgiare un'opera che è un piccolo capolavoro di stile, ogni pagina è un quadro in cui ci si perde senza accorgersi del tempo che passa e per quanto conti solo 224 pagine vi assicuro che un volume del genere lo sfoglierete infinite volte.
Io, per esempio, dopo aver letto la postfazione, ho sentito il bisogno di ricominciarlo immediatamente, perché le parole finali dell'autrice sono in grado di riconsegnare la storia priva di quelle ombre che potevano aver offuscato, in parte, una prima lettura.

Di cosa parla Bezimena? Nina Bunjevac attraverso il mito di Artemide e Siprete - in cui un giovane viene tramutato in donna per aver sorpreso la dea fare il bagno nuda - racconta la storia di Benny, un bambino tanto voluto dai genitori quanto incompreso, un ragazzino con evidenti problemi comportamentali e precoci impulsi sessuali che si cercheranno di reprimere con metodi a dir poco ortodossi.
Benny crescerà ai margini del mondo e finirà per lavorare come custode di un giardino zoologico, ma la sua vera natura, messa a tacere da un'educazione ottusa e bigotta, troverà il modo di avere il sopravvento. I primordiali impulsi sessuali offuscheranno la ragione del ragazzo che si creerà una serie di alibi attui a giustificare le proprie terribili azioni. Perché Benny diventerà uno stupratore.

Il grande coraggio di questo fumetto sta proprio nel raccontare una storia di abusi e violenze spostandosi dalla parte del carnefice, entrando nella sua mente, ed è con estrema lucidità che l'autrice guarda attraverso il riflesso di uno specchio che non consegna a Benny la verità, ma una visione completamente distorta della realtà che lo circonda. Ed è quella la realtà che ci viene inizialmente mostrata. Una realtà fatta di donne che sono oggetto di un desiderio ricambiato e di segreti appuntamenti fissati da un destino che ha già visto e scritto tutto.

Bezimena è un romanzo che è condanna ed espiazione insieme. Nina Bunjevac, già conosciuta attraverso Fatherland, Educazione di un Terrorista, in cui ha raccontato le origini della sua famiglia attraverso un romanzo forse più storico che introspettivo, questa volta mette a nudo, indirettamente, una parte della sua vita che non vuole e non può dimenticare. Spettatrice silenziosa di quello che fu un giro di violenze e prostituzione, la Bunjevac denuncia, confessa, smonta ipocrisie e brutalità con pochissime parole e un tratto grafico che è all'apice della sua potenza narrativa, consegnando al lettore una testimonianza durissima.
Bezimena è esplicito, molto esplicito, e deve esserlo, perché la violenza non ha pudore e non c'è nulla che possa alleviarne o giustificarne il dolore.

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9 aprile 2018

Recensione, LA FIGLIA SBAGLIATA di Raffaella Romagnolo

Lettori, buon pomeriggio!
Oggi condivido con voi la recensione di un romanzo bello, intenso e scritto ad arte. Oggettivamente non ha un solo difetto. Soggettivamente mi ha coinvolto, ma non stravolto, e visto l'argomento che tratta avrei voluto uscire da questa lettura un po' più provata. Sarò la solita esigente, che vi devo dire!

La Figlia Sbagliata di Raffaella Romagnolo

| Frassinelli, 2015 | pag. 170 |

Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant'anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l'uomo con cui ha condiviso l'esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.
Voto:

Un bell'esercizio di stile questo de La Figlia Sbagliata di Raffaella Romagnolo che in meno di duecento pagine racconta le tragiche e spesso consuete dinamiche che si possono innescare all'interno di una qualsiasi famiglia.
Inizia tutto dalla fine. Una fine che prende lo stomaco per la surreale veridicità che descrive. Pietro e Ines, quarantatré anni di matrimonio alle spalle, una cucina che fa da sfondo, poche chiacchiere, la tv accesa a spezzare quel silenzio che ormai è la loro unica compagnia e poi l'infarto che arriva rapido, inaspettato, fatale. Pietro non fa in tempo a chiedere aiuto o ad alzarsi da tavola che la morte se l'è già portato via. E Ines cosa fa? Niente. Finisce di asciugare le stoviglie, commenta tra se e sé i programmi televisivi, e poi va a dormire.
Intanto passato e presente scivolano uno verso l'altro, tra i ricordi delle estati al mare, i figli da crescere e quel matrimonio che Ines si è impegnata a trasformare in un capolavoro di pace e serenità. Lei non è fatta per burrasche e tempeste, l'amore vero, per durare, deve essere ragionevole e pacato, non impetuoso e complicato.
In un panorama di orizzonti limitati i pensieri di Ines si fanno via via più sconclusionati e deliranti; il morboso legame con Vittorio, il figlio perfetto, quello messo costantemente in discussione con Riccarda, la figlia ribelle, le zavorre che nonostante tutto non l'hanno tenuta ancorata alla realtà, rendono il quadro complessivo surreale e visionario. Perché il grande tema di fondo ne La Figlia Sbagliata, è la pazzia, l'alienazione. Un tarlo del dna, un morbo contagioso, una via di fuga. Ci sono tante strade per scappare dalle responsabilità, dai dolori e dagli amori e alcune sembrano più semplici di altre. Oppure sono semplicemente strade obbligate.
Un percorso, quello di Ines, articolato, fatto di scelte sbagliate, rapporti disfunzionali, legami falliti. Pagina dopo pagina, come in un rebus, le risposte si fanno più chiare e la protagonista, una donna che non sono riuscita a non biasimare per il poco coraggio, per i vani tentativi di accontentarsi sempre e comunque e per aver rovesciato le proprie inespresse frustrazioni su un figlio che tutto voleva essere, tranne che perfetto, è la soluzione a un'enigma che si chiama vita. Siamo artefici dei nostri successi, così come delle nostre rovine. Non è sempre colpa del destino.
Raffaella Romagnolo ha scritto davvero un buon romanzo. Penetrante, schietto, vero. La Figlia Sbagliata è quel tipo di libro che lo si potrebbe anche rileggere perché ha più piani di lettura e alcune sfumature sarebbe bello poterle cogliere con una consapevolezza diversa.
Oggettivamente lo promuovo senza riserve. Soggettivamente avrei voluto esserne un po' più coinvolta. Anzi, stravolta.

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10 novembre 2017

Recensione, LA COLPA di Lorenza Ghinelli

È tempo di rispolverare le vecchie letture e di pubblicare le recensioni.  È tempo di uscire dal letargo anche se con questo freddo... ci entrerei volentieri!

La Colpa di Lorenza Ghinelli

| Newton Compton Editori | pag. 256 |


Voto:

"Non bastano quintali di vita a murare il passato."

Indorare la pillola, filtrare gli eventi, censurare i pensieri dei personaggi per rendere una storia meno forte, ma alla portata di tutti, significa, in parte, nascondere la verità. Ed è una cosa che Lorenza Ghinelli non fa. Mai. Lorenza ti toglie le mani dagli occhi, ti impedisce di coprirti le orecchie, e poi, con le parole, ti falcia, perché se non sai tutto, ma proprio tutto, allora non puoi affrontarlo un suo romanzo, non saresti in grado di capirlo fino in fondo.
Io credo di averli capiti fin troppo bene Estefan e Martino, i protagonisti de La Colpa, due ragazzi di diciannove anni, migliori amici, con un trauma che non può finire semplicemente nel dimenticatoio. In modi diversi hanno visto morire la loro infanzia. Gliel'hanno uccisa, strappata, fatta a pezzi.
Estefan ha perso improvvisamente l'amore dei suoi genitori. Non aveva nemmeno dieci anni quando ha dovuto dire addio ai baci della buonanotte, alle coperte rimboccate e agli abbracci caldi e rassicuranti di mamma.  Estefan prova a dimenticare. Tiene occupata la mente, spedisce il cervello il luoghi in cui la realtà si spacca e si deforma, e va avanti così, tra sogno, follia e realtà.
Martino invece ha un segreto pesante quanto il mondo. Uno di quei segreti che non puoi rivelare o diventerebbe tutto ancora più vero e allora ti si spaccherebbe il cuore. Il male invece va tenuto a bada, va lasciato dormire, magari potesse cadere in coma e non svegliarsi mai più...
Vivono Estefan e Martino, vivono in un quadro che gli adulti hanno sporcato di colpe e silenzi e non ci sono giustificazioni per quello che hanno fatto, eppure Lorenza non ammonisce, non condanna, perché il destino è così, imponderabile e crudele, ma dalle proprie ceneri si può risorgere, quello che non ti uccide spesso ti fortifica.
Finalista al premio Strega nel 2012 (l'anno in cui vinse Inseparabili di Alessandro Piperno), La Colpa è una di quelle storie che sanno di polvere, di terra, di carne e di sudore. È un libro che coinvolge i cinque sensi: lo senti, lo odori, lo tocchi, lo vedi e ha il sapore amaro delle ingiustizie unito a quello pungente della speranza.
Uno dei punti sicuramente più forti del romanzo è lo stile, la Ghinelli ha una penna da cui scrosciano parole difficili da arginare. Ogni capitolo è ansia, ansia e ancora ansia. Nemmeno i thriller hanno un ritmo così sostenuto, con frasi che ti crollano addosso e personaggi che ti si annidano nelle viscere.
Forse non sarà un'autrice per tutti, forse i suoi lati oscuri, quasi morbosi, potranno disturbare le anime più candide della mia, ma io non posso fare a meno di consigliarvela. Tra le voci italiani è una di quelle con le zanne più aguzze e gli artigli più affilati, voi pertanto corazzatevi, al resto penserà lei.

» chiacchiericcio con Lorenza Ghinelli

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20 settembre 2017

Recensione, LA FIGLIA MASCHIO di Patrizia Rinaldi

Un grazie immenso a chi mi ha fatto scoprire questo romanzo e questa autrice. Una delle cose più intelligenti che abbia mai fatto è stato aprire questo piccolo spazio virtuale. Sarò anche poco social, sarò anche distratta e non sempre presente, ma prima di essere una blogger sono una lettrice e trovare romanzi belli e autrici talentuose è la sola cosa che mi sta veramente a cuore.
Detto questo, passo e chiudo.

LA FIGLIA MASCHIO di Patrizia Rinaldi

| Edizioni E/O | pag. 162 | € 16,00 |

Una vacanza in apparenza convenzionale cambia la vita di quattro persone. Al ritorno da un viaggio in Cina, Marino, un imprenditore criminale, tornerà con un bottino che per lui somiglia all'amore. Sua moglie Felicita non riuscirà più a restare nella noia e nelle menzogne, analizzerà con cinismo il suo matrimonio bianco e con la risorsa dell'autoironia sceglierà di dirsi quello che è diventata, quello che non vuole essere più. Sergio, un inetto e affascinante dipendente dell'imprenditore criminale, scoprirà di saper combattere per quello che riconosce come il suo ultimo amore di carne e mistero. Una ragazza cinese senza identità, che non è stata dichiarata al momento della nascita come circa venticinque milioni di neonate connazionali, sceglierà di non essere più vittima della politica del figlio unico e di molto altro: da martire diventerà predatrice e userà senza pudore il corpo, le culture, la determinazione e qualsiasi altra avventura per salvarsi la vita.
Voto:
 

Marino è il migliore. E non perché glielo dicano, ma perché lo sa. Spietato imprenditore, marito traditore, amico fasullo. Di buono ha ben poco, ma il suo ego e la sua stima gli dicono tutt'altro. Ama mettersi alla prova tanto quanto ama mettere gli altri in difficoltà, è sempre sul pezzo, ma pure ai migliori capita di distrarsi. Durante un viaggio in Cina incontra Na, e per la prima volta non sa tenere a bada lo sbalzo sismico che gli sconquassa le viscere. La vuole. In tutti i modi possibili, razionali e non. Questa giovane donna intrappolata nel corpo di una bambina gli manda in frantumi ogni convinzione, e ne aveva tante Marino, tutte ben salde, tutte collaudate, le migliori ovviamente.
Marino vuole Na perché lei scappa, perché non è come tutte le altre donne che gli si offrono senza ritegno; Na risveglia in lui l'istinto della caccia, la smania predatoria, l'uomo che sua moglie ha seppellito con gli anni e la noia.
La strappa così dalla sua Terra, gliene offre un'altra, e solo sfogliata l'ultima pagina si capirà di come quel viaggio ad Hangzohu abbia rappresentato un giro di boa non soltanto per loro due.
Quattro capitoli, quattro voci che attraverso diversi punti di vista portano a galla gli eventi nella loro più tragica e dura verità.
Scopriremo che Felicita non è esattamente una donna risucchiata dall'ingombrante personalità del marito, che Sergio non era un amico poi così succube e che dietro alla giovane vestita solo di lunghi capelli neri, dietro a quella bellezza terribile e al contempo magnifica, si nasconde una donna cresciuta in cattività che vuole vendicarsi del tempo che le è stato strappato.
Pochi i dialoghi, tante le immagini immortalate dalle parole dure e incisive di Patrizia Rinaldi. Ed è grazie al suo linguaggio forte, visivo e a una psicologia che sviscera i personaggi in ogni angolo e in ogni crepa, che ho amato questo libro dalla prima riga.
Ci sono storie che ti scavano dentro poco alla volta, altre che ti bucano immediatamente e La Figlia Maschio fa parte di questa seconda categoria. Bello in modo crudele. Le parole non lasciano scampo, feriscono in modo quasi sadico, e nonostante tutto, nonostante il dramma indicibile che si cela nel titolo, questo romanzo ha la forza di una poesia; è come un canto che andrebbe tramandato, una preghiera da recitare, una condanna da incidere nella pietra.
Patrizia Rinaldi mi ha stregata, non c'è dubbio. Una ricerca stilistica mai banale e un linguaggio capace di andare dritto al punto senza fronzoli o inutili giri di parole hanno reso un romanzo già forte di per sé, un'esplosione di contrasti. Non c'è mai un solo lato della medaglia. Non c'è mai una sola strada da percorrere.

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27 giugno 2017

Recensione, LE ROSE DI SHELL di Siobhan Dowd

Lettori, meglio tardi che mai... si dice così vero? Avevo questa recensione al caldo da settimane, e nonostante non mi convincesse al 100% mi sono decisa comunque a pubblicarla.
Ho letto Le Rose di Shell al momento giusto, sappiate solo che bramavo i miei 40 minuti di corriera (80 tra andata e ritorno casa/lavoro), in cui potevo catapultarmi tra le pagine del libro. La sensazione più bella del mondo, essere strappata dalla realtà e buttata in un'altra. Il romanzo è molto diverso dai tanti young adult che si vedono in giro, a mio avviso è il classico titolo che sfonda ogni barriera di target e genere ed entra prepotentemente nel cuore di un lettore.

Le Rose di Shell di Siobhan Dowd

| Uovonero, 2016 | pag. 302 | € 14,00 |

Dopo la morte di sua madre la vita di Shell Talent è diventata difficile. Suo padre ha abbandonato il lavoro e si è rifugiato nella religione e nell'alcool, lasciando a lei il compito di prendersi cura di suo fratello e di sua sorella. Quando può, Shell passa il tempo con Bridie, la sua migliore amica, e con l'affascinante e seduttivo Declan, con cui condivide sigarette e battute irriverenti. Shell è attratta dalla gentilezza di Padre Rose, un giovane prete, ma si troverà presto al centro di un grosso scandalo che scuoterà dalle fondamenta il piccolo villaggio irlandese dove vive.
Voto:

Dopo aver finito Il Mistero del London Eye la mente mi diceva di cambiare genere, di leggere altro, come di solito mi impongo di fare, ma mi è stato impossibile, il cuore gridava "Siobhan Dowd" e così, alla faccia delle regole che in fondo sono fatte per essere infrante, ho iniziato Le Rose di Shell, un romanzo che non solo ha confermato le doti di questa stupenda autrice, ma che me l'ha fatta amare sotto ogni punto di vista per la sua immensa versatilità.
Se con Il Mistero del London Eye aveva saputo trattare con grandissima ironia una malattia delicata come la sindrome di Asperger mettendo gli accenti sui punti di forza piuttosto che su quelli deboli, con Le Rose di Shell ci trasporta nell'Irlanda degli anni Ottanta, tra superstizioni, ipocrisie e magia.
Nella mente di Shell, Gesù era sceso dalla croce e se n’era andato al bar più vicino. La faccia della mamma di Shell si era accartocciata, come quella di un bambino che sta per scoppiare a piangere. Poi era morta. Gesù si era scolato il suo bicchiere di birra ed era uscito definitivamente dalla vita di Shell.
Michelle Talent, detta Shell, ha smesso di credere in Dio nel preciso istante in cui sua madre è morta. Lei, a soli quindici anni, si ritrova a vivere con un padre che, al contrario, alla Chiesa, si avvicina in un modo davvero insolito; la domenica indossa i panni del profeta, sale sul pulpito, e legge con fin troppo ardore le sacre scritture; negli altri giorni abbraccia onorevoli cause benefiche raccogliendo cospicue offerte tra i fedeli e trattenendosene una generosa parte. Shell lo odia. Odia il suo odore, un misto di wisky e sudore, odia quando la costringe, insieme ai fratelli, a recitare le decine del rosario, odia quando la mattina li manda a raccogliere i sassi nel campo dietro casa, per chissà quale motivo. Shell odia così tanto non essere amata che trova rifugio tra le braccia di Declan, un chierichetto votato alla fede solo per il vino che si scola in sagrestia. Si incontrano il giovedì, si sdraiano nudi nei campi dei Duggan e non si promettono un bel niente.
La vita di Shell si snocciola così. Tra la scuola, la spesa, i doveri di casa, i fratelli che solo lei protegge come meglio può. In un paese retrogrado e bigotto, in cui ognuno coltiva il suo piccolo orto senza smettere di sbirciare in quello altrui, l'arrivo di Padre Rose, giovane, gentile e pieno di buoni propositi, è sinonimo di luce e speranza nel cuore di una ragazzina che nonostante i pochi sogni e la tanta rassegnazione, ha mantenuto un'anima sensibile che pulsa di vita e possibilità.
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