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11 giugno 2016

Recensione, DENTRO SOFFIA IL VENTO di Francesca Diotallevi

Buon pomeriggio! Pochi giorni fa mi sono ritagliata qualche ora tutta per me (Figlio in giro, Marito a lavorare *pacchiamodeon*) e mi sono dedicata alla rilettura dell'ultimo romanzo di Francesca, Dentro Soffia il Vento. Che dire... una rinnovata emozione <3
Ovviamente, per non farvi mancare proprio nulla, dovete partire dalla novella che fa da prequel, Le Grand Diable.

Dentro Soffia il Vento di Francesca Diotallevi

| Neri Pozza, 05/2016 | pag. 222 | € 16,00 |
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta sorge il borgo di Saint Rhémy. Al calare della sera, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.
Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era comparso al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

Voto:

Ho iniziato a scrivere questa recensione già cinque volte e per cinque volte l'ho cancellata.
Sei volte...
Sette...
Uffa...
Il punto è che vorrei far trasparire in modo limpido e diretto tutto quello che ho provato durante questa lettura, ma non sempre è facile, soprattutto quando ci si mette davanti alla tastiera con gli occhi ancora lucidi per il pianto.
Sì, ormai Francesca ci ha preso gusto a farmi piangere.
Nonostante avessi avuto il piacere e l'onore di leggere il suo libro quando era ancora un insieme di file che mi inviava per email uno dopo l'altro, accoccolarmi sul divano, prendere tra le mani questo piccolo ma meraviglioso tomo rilegato in carta acquarello - quella carta che ha sempre sognato potesse custodire una sua storia - è stato completamente diverso. Poterlo consumare in poche ore ha ravvivato un fuoco che non si era mai spento.
E così eccomi di nuovo a Saint Rhémy, all'inizio del Millenovecento, all'alba di una Guerra fatta di ideali spezzati e anonime tombe di fango e sabbia.
Tra le dure rocce della Val d'Aosta la gente vive grazie al sudore della fronte e al duro lavoro delle braccia. Uomini che spaccano legna, tagliano il frumento, pascolano gli animali; donne che piangono i figli morti, perché la montagna sa essere impietosa e il gelo assassino, ma nonostante tutto riescono a essere la corda che tiene unita la famiglia e a mandarla avanti.
Gli abitanti del borgo sono così, umili e alla mano, compìti e religiosi, guidati da un parroco, Don Agape, goffo e impacciato. La domenica si inginocchiano in chiesa, confessano i loro peccati, pregano a testa china, e si sentono dei perfetti cristiani anche quando cambiano strada pur di non incrociare il cammino di Fiamma, la giovane strega dai capelli color dell'inferno che vive ai margini del bosco e al cui passaggio tutti si fanno il segno della croce.
Eppure, quella stessa gente che la maledice di giorno, al calar della sera bussa al suo capanno per avere uno degli intrugli miracolosi che solo lei sa preparare, capaci di alleviare le pene del corpo e della mente.
Nel borgo l'ignoranza è un male difficile da estirpare. Tutto quello che non si conosce spaventa. Tutto quello che è diverso si evita. E Fiamma è sola più che mai, perché Raphaël, l'unico amico che abbia mai avuto, bello, solare, con una spiccata e innata capacità di amare a prima vista, aveva salutato con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore quelle montagne che l'avevano visto crescere, senza sapere che sarebbe stato un addio e non un arrivederci.
Le manca il suo amico, e manca anche a Yann che non riesce a darsi pace. Sarebbe dovuto partire con il fratello, avrebbe voluto essere per lui uno scudo e un'armatura, ma non ha potuto, e tutto per colpa di Fiamma; anni prima, quando la morte avrebbe potuto alleviare le sue pene, lei gli aveva rimesso l'anima in corpo, dannandolo per sempre, costringendolo a un'esistenza di rimpianti e solitudine.
Si scrutano da lontano Yann e Fiamma, senza rivolgersi mai la parola. Lei, con quegli occhi così profondi, in grado di scavarti dentro e di estorcerti i segreti più proibiti, lui chiuso in un guscio di astio e indifferenza, incapace addirittura di pronunciare il suo nome ad alta voce. Si sfidano, si disprezzano, ma si cercano anche, sono come due animali feriti, pronti a sfoderare i denti e ad affilare gli artigli. 
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11 settembre 2014

Chiacchiericcio con Francesca Diotallevi

 

Oggi sotto i riflettori Francesca Diotallevi una giovane autrice che con il suo romanzo d'esordio, Le Stanze Buie, sta conquistando un lettore dopo l'altro. E proprio perché Francesca è giovane e presumo stia vivendo una serie di emozioni forse mai provate che ho deciso d'improntare questo chiacchiericcio sulle prime volte.

Il primo libro che hai letto...
Francesca: Due sono i libri della mia infanzia, Il Mago di Oz e Lo Schiaccianoci; ma parlo di quando non sapevo ancora leggere ed era qualcun altro a farlo per me. Difficile ricordare esattamente quale sia il primo che abbia letto da sola. Il primo che ricordo, comunque, e viene confermato anche dai miei genitori, è Un barattolo mostruoso, della serie Piccoli Brividi. Alle elementari ero drogata di questi libricini dalle copertine mostruose e dalle pagine verdi e li ho macinati tutti, uno dopo l’altro. Poi rielaboravo le storie per terrorizzare mia sorella quando andavamo a dormire e la luce veniva spenta…

La prima storia che hai scritto...
Francesca: Non sono nata con la penna in mano, come forse succede a tanti altri scrittori, e, benché abbia sempre letto molto, alla scrittura vera e propria (immagino che non contino i diari personali, perché in quel caso devo ammettere di essere grafomane dall’età di sette anni) mi sono avvicinata negli anni dell’università, ovvero quando finalmente ho disposto di un computer portatile tutto mio. La prima storia che scritto, e che mi ha fatto capire che scrivere era divertente assai, è stata una fanfiction tratta da un anime. Per qualche anno mi sono cimentata con questo genere, impratichendomi, prima di prendere coraggio e provare a creare qualcosa di completamente mio. È stato allora che mi sono imbattuta nell’affascinante figura di Mr. Stevens, il maggiordomo di Quel che resta del giorno e Le Stanze Buie ha iniziato a prendere forma davanti a me.

© Francesca Diotallevi
  
Il primo rifiuto...

Francesca: Pochi giorni fa la Mursia mi ha svincolato comunicandomi che, non potendo garantirmi una pubblicazione in tempi rapidi a causa della crisi in cui versa l’editoria, e avendo scelto di puntare sulla saggistica anziché sulla narrativa, sono libera di cercare un altro editore per quanto riguarda il mio secondo manoscritto. E dunque ricomincio tutto da capo, con qualche consapevolezza in più e tanti miti sfatati. Se c’è una cosa che ho capito, sull’essere scrittori, è che il primo requisito fondamentale è la pazienza. Tanta pazienza!

Il primo colloquio con una casa editrice...
Francesca: L’anno scorso, con la squisita signora dell’ufficio diritti di Mursia. Io sembravo una pazza, non facevo che ripeterle che pubblicare con loro era un sogno che si realizzava. Abbiamo preso un caffè nel bar-libreria della casa editrice, arredato con elementi d’epoca e assolutamente suggestivo, e per tutto il tempo non ho fatto altro che pensare che era tutto meraviglioso, tutto così perfetto. È un ricordo che conserverò per sempre con grande affetto.

Il primo autografo...
Francesca: La parola autografo mi mette un po’ a disagio, perché di autografi veri e propri non ne ho mai fatti. Mi sembra assurdo pensare che a qualcuno possa interessare il mio nome scribacchiato sul frontespizio del romanzo! Ho fatto tante dediche, però, perché mi sforzo sempre di trovare qualcosa di carino da dire a chi si appresta a leggere il mio libro. La prima in assoluto, comunque, l’ho scritta sul primo cartaceo che ho tenuto in mano, fresco fresco di stampa, e l’ho scritta per i miei genitori. Senza cui, logicamente, non sarei la persona che sono.


La prima intervista...
Francesca: La prima intervista che mi abbiano mai fatto è stata un’intervista alla radio, qualcosa come Radio Piemonte se non ricordo male. Avevo concordato un orario con la persona che avrebbe dovuto farmi le domande, ma non avevo tenuto conto che, proprio in quell’orario, sarei stata impegnata con i lavori di ristrutturazione a casa mia: c’erano i muratori che segavano, martellavano e scartavetravano, così quando ho ricevuto la telefonata mi sono dovuta rifugiare nella tromba delle scale per parlare! Lì, seduta su uno scalino, mi sono resa conto che rispondere in tre minuti a una decina di domande a raffica non è affatto una cosa semplice e che la sintesi è decisamente una dote che mi manca perché poi, risentendo la registrazione, mi sono accorta che avevano tagliato metà delle cose che ho detto!

La prima recensione positiva...
Francesca: La prima a recensire positivamente il mio romanzo è stata la fantastica Sabina del blog Una fragola al giorno. È stato emozionante scoprire per la prima volta il parere di un lettore neutro, estraneo quindi alla cerchia di amici e familiari che, fino a quel momento, erano stati gli unici ad avere avuto accesso alle bozze del manoscritto. I blogger che ho contattato per chiedere un parere sul romanzo si sono dimostrati tutti molto disponibili e professionali ed è solo grazie a voi se Le stanze buie è arrivato a tanti lettori!

La prima critica poco costruttiva...
Francesca: I complimenti vuoti non portano da nessuna parte e se c’è una cosa che ho sempre chiesto alle persone che si approcciavano alla lettura del romanzo,  è l’onestà. Le stanze buie è il mio primo libro e non è privo di difetti, sono la prima ad ammetterlo.  Ciononostante c’è stata una recensione, quasi completamente negativa, che mi ha dato da pensare. La lettrice lamentava l’eccessiva mielosità della storia e molte altre cose; ma, soprattutto, deplorava l’insopportabile flirt tra maggiordomo e padrona, che a detta sua non era affatto necessario ai fini della trama. Cerco sempre di trarre utili suggerimenti dalle critiche mi vengono mosse ma questa, francamente, la trovo un po’ fuori luogo perché la storia d’amore è proprio il perno su cui ruota tutta la vicenda, ed eliminandola avrei svuotato il romanzo di qualsiasi significato. Ma del resto, non si può piacere a tutti.

* * *

Sempre restando in tema di "prime volte" e visto che ogni autore si identifica nei propri personaggi (ma quando mai?!), due o tre domande proposte con un unico scopo: invogliarvi a comprare il romanzo. Pubblicità meno occulta di così, non s'è mai vista!



La prima volta che hai pulito casa (ricordo che Vittorio Fubini è un maggiordomo e più che pulire dirige i lavori domestici, ma dubito che Francesca abbia mai rivestito questo ruolo, quindi ho raddrizzato un po' il tiro!)
Francesca: E qui mi trovo costretta ad ammettere che Vittorio non sarebbe contento di me, tutt’altro! Vivo nel mio perenne marasma, detesto i lavori domestici e, per quanto l’acquisto di prodotti detergenti mi riempia di soddisfazione (mi piace leggere tutte le etichette e confrontarli tra di loro, posso passare ore al supermercato, da vera malata mentale) la messa in pratica mi deprime alquanto. Sono una procrastinatrice seriale e il mio motto è: perché pulire casa oggi quando posso farlo domani? Perciò trovo impossibile ricordare la prima volta che, volontariamente, io abbia messo mano a secchi e stracci… Anche se devo ammettere che, quando mi ci metto, vado fino in fondo al problema! Il dramma  è trovare la forza di volontà per iniziare…

La prima volta che hai pensato di uccidere qualcuno (chi non l'ha desiderato anche solo per un attimo? Sappiate che i personaggi de Le Stanze Buie non sono proprio degli stinchi di santo, non tutti...)
Francesca: Bella domanda! …Boh! Probabilmente da bambina devo averlo desiderato di qualcuno. Quando si è piccoli si può essere molto crudeli. Oggi, mediamente, lo desidero circa ogni minuto che passo a sgomitare sui mezzi pubblici: vivere a Roma ti porta a diventare una persona molto rancorosa, e, senza dubbio, un potenziale assassino!

La prima volta che hai visto un fantasma (eh sì... leggendo il romanzo di Francesca incontrerete anche loro... forse!)
Francesca: I miei primi fantasmi vivevano tutti insieme sopra a un armadio. Era l’armadio che c’era nella mia cameretta di bambina, talmente alto che non riuscivo a scorgere la cima. Lì, in quell’angusto spazio sotto il soffitto, si annidavano le creature più pericolose che un bambino possa immaginare. Mi addormentavo voltata dall’altra parte per evitare di scorgere, tra le ombre della notte, sinistri bagliori e movimenti sospetti. In genere i bambini sono spaventati da ciò che si nasconde sotto al letto. Io ero inquietata dagli spazi in cui non riuscivo ad arrivare. Qualche anno dopo (ero già ragazzina) c’è stato il pianoforte che suonava di notte, al piano terra, quando eravamo tutti a letto e la casa era sprofondata nel buio e nel silenzio. A volte mi sembrava quasi di udire lo sgabello stridere sul pavimento e immaginavo il misterioso musicista fantasma prendere posto e fissare sconsolato la tastiera, prima di iniziare a suonare. Al mattino controllavo gli spartiti per vedere se, per caso, avesse voltato le pagine. Lo immaginavo allampanato e con lunghi capelli scarmigliati. Per notti e notti ha terrorizzato mia sorella (a cui, naturalmente, non mancavo di raccontare storie raccapriccianti su questo sfortunato spettro in cerca di pace, costretto a suonare il nostro pianoforte per espiare le terribili colpe commesse in vita. Ancora oggi mi considera colpevole di parecchi traumi infantili, ero una sorella crudele!) Poi, così com’era venuto, se ne è andato. Il pianoforte ha smesso di suonare e noi ci siamo chiesti che fine avesse fatto il nostro fantasma… fino al giorno in cui l’accordatore non ha trovato un piccolo ospite baffuto, nascosto tra i martelletti, e ormai passato a miglior vita!

La prima volta che ti sei innamorata (giusto per farci un po' i fatti suoi e perché Le Stanze Buie racconta un grande amore).
Francesca: Gli ho dato il primo bacio, ma lui mi ha spezzato il cuore mollandomi per un’altra (più popolare). Quando sei alle scuole medie queste cose ti segnano in un modo che, a distanza di (quasi) vent’anni, non riesci più a ricordare e ti fanno solo sorridere. Ma all’epoca pensavo che ne sarei morta. Voglio dire, avevo il suo nome scritto su ogni singola pagina del mio diario! Mollata a novembre, fino a giugno ho dovuto cancellarlo con una riga ogni volta che annotavo i compiti, è stato terribile. Ma quasi inevitabile: chi non ha mai cozzato contro il primo amore, ritrovandosi ammaccato e un po’ più disilluso? È la vita, certe regole sono universali.
Ad oggi, comunque, siamo rimasti buoni amici.

© Francesca Diotallevi
Le Stanze Buie in ristampa con copertina lucida

E per finire domanda d'obbligo. Progetti futuri?

Francesca: Come dicevo sopra, il mio primo progetto per il futuro è la ricerca di un nuovo editore per il mio secondo manoscritto o, in alternativa, il self-publishing. Vediamo come vanno le cose.
Per quanto riguarda la scrittura, dopo aver cestinato tante, troppe storie nel corso dell’ultimo anno, sono all’inizio di qualcosa che spero possa godere delle giuste correnti e prendere il largo. Ispirata a un fatto realmente accaduto, ci saranno una storia d’amore poco convenzionale, un bosco fitto di alberi e di ombre  e molta, moltissima neve. E quando inizia a nevicare, nelle mie storie, si mette sempre male per qualcuno… lettori avvisati!

E ci lasci così???
Ok, non è colpa tua, in effetti erano finite le domande, però quando ho letto "storia d'amore poco convenzionale" m'è partito un embolo! Posso farti da beta reader? ♥ ♥ ♥
Scherzi a parte (mica scherzavo) ti ringrazio infinitamente per la disponibilità e la spontaneità con cui hai risposto e ti mando un gigantesco in bocca al lupo per il tuo nuovo romanzo! 

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La parola ai lettori!
Avete amato Le Stanze Buie?
Aspettate il nuovo romanzo di Francesca?

7 maggio 2014

Recensione, LE STANZE BUIE di Francesca Diotallevi

Eccolo qui, il romanzo che mi serviva e che vi assicuro, serve a ogni lettore.

Le Stanze Buie di Francesca Diotallevi  

| Mursia, 09/2013 | pag. 400 | € 22,00 |
Torino 1864. Un impeccabile maggiordomo di città viene catapultato nelle Langhe: per volere testamentario di un lontano zio, suo protettore, dovrà occuparsi della servitù nella villa dei conti Flores. Il protagonista si scontra così con il mondo provinciale, completamente diverso da quello dorato e sfavillante dell'alta società torinese, e con le abitudini dei nuovi padroni e dei loro dipendenti. Nella casa ci sono un conte burbero, una donna eccentrica e anti-conformista, ma anche sola e infelice, un cameriere dalla doppia faccia e una vecchia che sa molte cose, ma soprattutto c'è una stanza chiusa da anni nella quale non si può assolutamente entrare. A partire da questo e da altri misteri il maggiordomo si troverà, suo malgrado, a scavare nel passato della famiglia per scoprire segreti inconfessati celati da molto tempo e destinati a cambiare per sempre la sua vita.

Voto:
 

L'edizione che ho de Le Stanze Buie inizia con una dedica dell'autrice:

A Silvia de "il piacere della lettura"
sperando si riveli una... piacevole lettura.
con affetto Francesca

No Francesca, non è stata una piacevole lettura. È stata una lettura poetica, suggestiva, incalzante e bellissima. Per certi versi anche inaspettata, perché nonostante fossi praticamente sicura che Le Stanze Buie mi sarebbe piaciuto, non sapevo fino a che punto. Non sapevo quali corde avrebbe toccato e non sapevo che le avrebbe anche spezzate.

Era da tanto che non mi commuovevo così per un libro, e sono sincera, mi mancava. Leggendo tanto - e da tanto - ci sono volte in cui mi sento quasi anestetizzata, mi sembra che le emozioni - quelle vere - siano sempre più difficili da trovare tra le pagine di un romanzo. Poi scopro che non è così, che forse, molto semplicemente, capita che inciampi in titoli "sbagliati". Ma storie come questa sono effettivamente difficili da trovare. Storie dal sapore dei tempi passati, storie che hanno il respiro dei grandi e intramontabili classici senza però possederne la pesantezza dello stile.

Francesca scrive benissimo. Il suo libro sembra nato al lume di una vecchia lampada ad olio, da un consumato pennino intriso d'inchiostro, mentre parole arricchite da sbuffi e volute prendono forma su un foglio stropicciato.

Ho iniziato a leggere sapendo pochissimo della storia, quasi niente; mi capita sovente di non soffermarmi nemmeno sulle trame riportate nei risvolti di copertina, perché a volte rivelano troppo, altre volte raccontano bugie.

La trama de Le Stanze Buie invece è veritiera, ma a mio avviso non rende giustizia al libro. Oddio, potrebbe anche essere un pregio, perché il lettore si troverà del tutto impreparato quando le emozioni lo investiranno. O almeno per me è stato così. Non ho comunque dovuto aspettare molto, sono bastate poche righe per venire catapultata alla fine del 1800, per sentirmi parte delle Langhe, per trovarmi a camminare nei lunghi corridoi di Villa Flores insieme a Vittorio Fubini, il nuovo maggiordomo sradicato dalla città a causa di una scomoda eredità.
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