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19 aprile 2019

Recensione, LE SETTE MORTI DI EVELYN HARDCASTLE di Stuart Turton

Ormai di questo libro ve ne ho parlato fino alla nausea su Instragram.
Con Leda (Le Pagine di Leda) abbiamo aperto anche un affollatissimo gruppo di lettura (strano che non ci sia scappato il morto!) che si chiuderà il 28 del mese e io oggi sono qui a sparare l'ultima cartuccia.
Siori e siore, ecco a voi la recensioni de Le Sette Notti di Evelina di Castello Duro. Ah no, Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle. Sorry! Ma se non dico una ca**ata... non sono io.
Adesso torno seria... buona lettura 8)

Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle di Stuart Turton

| Neri Pozza, 03/2019 | pag. 526 |

Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell'alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento - la morte del giovane Thomas Hardcastle - ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d'artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell'attimo in cui esplodono nell'aria i preannunciati fuochi d'artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell'acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L'invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell'acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l'assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House...
Voto

Dopo la possente e mirata campagna pubblicitaria da parte della casa editrice avere alte aspettative nei confronti de Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle era il minimo sindacale.
Aspettative in gran parte ripagate, perché tutto quello che è stato detto si è rivelato assolutamente veritiero.
"Preparatevi a impazzire" recita la fascetta promozionale, ed è così, questo libro manderà in frantumi ogni vostra certezza, dubiterete non solo di ogni singolo personaggio, ma di tutto quello che leggerete. Stuart Turton ha smontato un puzzle in diecimila pezzi per poi ricostruirlo con indiscussa abilità ispirandosi solo in minima parte ad Agatha Christie perché - come ha lui stesso dichiarato - tutti i migliori escamotage narrativi degni di un giallo li aveva già pensati e scritti lei.
L'impostazione è quella tipica del classico romanzo all'inglese, siamo nella suggestiva campagna londinese, nell'enorme ma fatiscente tenuta degli Hardcastle e una festa con tanto di omicidio sta per avere luogo.
Dov'è l'innovazione? Nell'indagine. Nessun abile investigatore o arguta vecchietta ci accompagnerà nella risoluzione del mistero, ma un uomo di cui non sappiamo il nome che ogni giorno, per otto consecutivi, si sveglierà nel corpo di un diverso invitato e dovrà vestirne i panni per scoprire il nome dell'assassino. Solo così potrà lasciare Blackheath. Solo così tutti i pezzi troveranno la loro giusta collocazione.

Attraverso una narrazione semplice e diretta, in netta contrapposizione a una trama articolata sia nell'intreccio che nella struttura, Turton ci fa entrare in un vero e proprio labirinto di deliri e incertezze. Preparatevi, perché queste pagine richiederanno tutta la vostra attenzione e alla fine il romanzo non si rivelerà essere solo un giallo, ma un'attenta riflessione sul significato delle parole identità, perdono, vendetta, espiazione, rimorso.

Nonostante in alcune parti la lunghezza del libro si sia fatta sentire (il sesto giorno mi ha annoiata, ma il settimo e l'ottavo mi hanno fortunatamente risucchiata!) e nonostante il mio giudizio sia assolutamente positivo (non so resistere alle storie che giocano con lo spazio/tempo!), il romanzo non lo consiglierò in modo del tutto spassionato, anche se andrebbe letto solo per la sua peculiarità
Si è rivelata un'esperienza davvero unica nel suo genere, capace di coinvolgere tutta la mia parte logica e razionale, lasciando da parte però quella emozionale. Sotto molti punti di vista Le Sette Morti di Evelyn Hardcastle andrebbe preso per l'incredibile rompicapo che è, ma le ultime pagine attivano una serie di meccanismi impossibili da ignorare e il libro assume spessore facendo entrare in gioco una componente spirituale, metafisica, quasi filosofica.
Peccato ci siano piccolissime sbavature che lasciano aperti alcuni interrogativi, ma nel complesso l'opera di Turton è tanto geniale quanto avvincente. Forse non amerete i personaggi strettamente funzionali alla storia, forse storcerete il naso di fronte alla mole del libro, forse lo stile poco ricercato non vi appassionerà, ma forse c'è una quarta possibilità. Forse lo amerete. In modo del tutto logico e sistematico, certo, ma chissà, magari sono questi gli amori destinati a durare più a lungo.


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21 marzo 2019

Recensione, IO TI HO TROVATO di Lisa Jewell

Torno a parlare della Jewell, anche se dopo il bellissimo Ellie all'Improvviso ero pronta a un romanzo non altrettanto bello. Certi miracoli sono difficili da ripetere. Sarà dura per l'autrice conviverci ;)

P.S. Sono stata particolarmente severa con il voto... vabbe', si vede che quando l'ho dato ero in modalità signorina Rottermeier.

Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell

| Neri Pozza, 2017 | pag. 349 |

Alice Lake vive in un piccolo cottage sulle coste orientali dello Yorkshire. Madre single di tre figli, per mantenere se stessa e la sua famiglia compone collage con ritagli di vecchie carte geografiche, che provvede poi a vendere in rete. Una sera, sulla spiaggia, Alice scorge la sagoma di un uomo: seduto sulla sabbia umida, le braccia allacciate intorno alle ginocchia, l'uomo indossa solo jeans e camicia e sembra indifferente al vento che solleva spruzzi gelidi. Non è abbastanza malconcio per essere un vagabondo né abbastanza strano per essere un paziente del centro di salute mentale del paese. Ma ha un'aria talmente sperduta, uno sguardo cosi confuso e triste che Alice decide di avvicinarlo e di prestargli soccorso. L'uomo le rivela di non sapere nulla di sé, del perché si trova lì e di come ci è arrivato. Tra gli sguardi increduli dei tre figli, Alice porta a casa lo sconosciuto e lo sistema nella piccola dépendance che di solito affitta, ma in quel momento è vuota. Una decisione avventata e di certo rischiosa, dato che quell'uomo in evidente stato confusionale e senza alcuna memoria del suo passato potrebbe essere chiunque. Quella stessa sera, a Londra, Lily Monrose telefona alla polizia per denunciare la scomparsa di suo marito, Carl Monrose. Quando non lo ha visto tornare dal lavoro ha avuto la sensazione che un ghiacciolo le scivolasse lungo la schiena. Lei e Carl sono rientrati dal viaggio di nozze solo dieci giorni prima e lui si precipitava a casa tutte le sere appena finiva di lavorare, prima di svanire nel nulla lasciando dietro di sé una scia di inquietanti interrogativi, tra cui una falsa identità. La soluzione di questi misteri sembra condurre a un evento accaduto ventitré anni prima, quando due adolescenti, Gray e Kirsty, in vacanza con i loro genitori in un pittoresco villaggio di mare, incontrarono un giovane un po' singolare. Un giovane che aveva occhi solo per Kirsty.
Voto:

Quando ti colpisce un battere peggio del Yersinia pestis mentre combatti la malattia ti serve un libro salvagente, un libro che abbia quindi altissime probabilità di gradimento.
Ho optato per Io Ti Ho Trovato di Lisa Jewell perfettamente conscia del fatto che l'autrice non potesse aver scritto un altro gioiello come Ellie all'Improvviso (qui la recensione), ma nemmeno una colossale schifezza.
E avevo ragione. Io Ti Ho Trovato è un buon titolo d'intrattenimento e anche se una volta sfogliata l'ultima pagina non vi alzerete per fare una standing ovation all'autrice, non vorrete nemmeno lanciare il libro dalla finestra.

La storia gioca su due piani temporali e tre narrazioni differenti. Da una parte abbiamo una donna che si offre di aiutare un uomo che ha perso la memoria, dall'altra una moglie disperata per l'improvvisa scomparsa del marito mai rientrato a casa dal lavoro. Parallelamente assistiamo a una serie di eventi avvenuti circa vent'anni prima, durante un'estate che si porterà via tutto: amore, famiglia, affetti, innocenza.
Ma se Ellie all'Improvviso gode di quella prevedibilità tipica dei romanzi in cui non sono importanti i "chi", ma i "perché", in Io Ti Ho Trovato l'autrice costruisce il plot su una struttura decisamente più gialla, peccato che dopo un centinaio di pagine ci sia ben poco da scoprire. Tutto non è stato detto, ma tutto sembra già scritto. E se in Ellie, la conferma delle proprie ipotesi getta il lettore in uno stato di terribile angoscia, questa volta a prevalere sono i "be', uffa, lo sapevo già". 

Peccato, perché lo stile della Jewell è molto avvolgente, visivo, scorrevole, dalla sua penna prendono forma personaggi convincenti e poco convenzionali, da Alice, che con la sua insolita stravaganza e i suoi tre figli avuti da tre uomini diversi non si farà problemi nell'ospitare un perfetto sconosciuto, a Lily, giovane sposa ucraina, angosciata e disorientata in un Paese in cui fatica a muoversi se a stringerle la mano non c'è suo marito.
Io Ti Ho Trovato è un titolo molto femminile che racconta le varie forme dell'amore, da quello giusto a quello sbagliato, da quello che ti inganna tenendoti prigioniero a quello a cui ci aggrappiamo disperatamente credendo che sia vero.
Forse se la Jewell avesse sottinteso la verità spostando l'attenzione su altri fattori, la noia non avrebbe avuto il sopravvento. Forse non avrei alzato gli occhi al cielo quando un capitolo terminava con una folgorante rivelazione che di folgorante non aveva assolutamente nulla. E forse mi sarei affezionata ai personaggi, almeno ai protagonisti, invece ancora una volta l'ago della mia personalissima bilancia ha preferito pendere verso i "cattivi".
E lo ripeto, è un gran peccato perché l'autrice sa scrivere davvero bene, infatti mi sento comunque di consigliare il romanzo a tutte quelle lettrici che non masticano molto i thriller e che probabilmente tra queste pagine troveranno la loro giusta dose d'intrattenimento.

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13 dicembre 2018

Recensione, Ellie all'improvviso di Lisa Jewell

Lettori belli, bentrovati, oggi recensione, ma questo è anche un super consiglio, perché questo libro potrebbe essere il regalo di Natale perfetto. Perfetto per chi? Per chiunque. Per chi ama i thriller, le storie familiari, i gialli morbosi, i drammi e i misteri. Bello, bello e ancora bello.

Ellie all'Improvviso di Lisa Jewell

| Neri Pozza, 2018 | pag. 300 | 

Laurel Mack ricorda bene com’era la sua vita dieci anni prima, quando aveva tre figli anziché due: un accumulo di faccende da sbrigare, crucci e bollette scadute. Una vita che, con il senno di poi, le appare assolutamente perfetta. Perché una mattina, sua figlia Ellie, la figlia prediletta, quella con cui andava maggiormente d’accordo e di cui era più orgogliosa, era uscita di casa e non era più tornata. Da quel giorno di maggio del 2005 in cui Ellie è svanita nel nulla, non ci sono stati sostanziali sviluppi nelle indagini sulla sua scomparsa. Felpa nera con il cappuccio, jeans sbiaditi e scarpe da ginnastica bianche, Ellie era una qualsiasi adolescente con uno zainetto in spalla quando è stata avvistata l’ultima volta in Stroud Green Road, alle dieci e quarantatré del mattino: da quel momento le sue tracce si sono perse nel nulla, al punto che persino la polizia si è rassegnata e ha liquidato il caso come la fuga da casa di una ragazzina ribelle. Dieci anni dopo, Laurel sta provando a fare i conti con questa incomprensibile verità. Paul, il suo ex marito, ha una nuova compagna e i suoi due figli, Hanna e Jake, sono andati a vivere altrove. Tutti sembrano andare avanti, tutti sembrano essersi fatti una ragione della scomparsa di Ellie, tranne lei. Finché un giorno, in un bar, la sua attenzione viene catturata da un affascinante sconosciuto. Occhi grigi, capelli brizzolati e scarpe eleganti, l’uomo ordina una fetta di torta, prende posto nel tavolo accanto al suo e le rivolge un ammaliante sorriso. Inaspettatamente, Laurel sente qualcosa che si scioglie dentro di lei, un barlume di speranza. Che questo incontro rappresenti una seconda occasione di felicità? Floyd, questo il nome dello sconosciuto, non esita a invitarla a cena e, poco dopo, a presentare a Laurel le sue due figlie, avute da due diverse relazioni. Ma dinnanzi alla più piccola, Poppy, di nove anni, Laurel resta senza fiato: la bambina è infatti il ritratto di Ellie. La stessa fronte spaziosa, le palpebre pesanti, la fossetta sulla guancia sinistra quando sorride. All’improvviso, tutte le domande rimaste senza risposta che hanno tormentato Laurel per anni tornano a galla. Perché guardare quella strana bambina è come guardare sua figlia? Cosa è successo veramente a Ellie? È davvero scappata di casa, oppure c’è una ragione più sinistra per la sua scomparsa? Ma soprattutto, chi è Floyd davvero? Attraverso una prosa serrata, che non perde mai il ritmo, Lisa Jewell consegna al lettore un thriller mozzafiato, dalla suspense travolgente. Una storia dove niente è quello che sembra e tutte le certezze della vita possono infrangersi come uno specchio troppo fragile.
Voto:
 

È proprio vero che una stessa storia, se raccontata da autori diversi, può risultare molto bella o incredibilmente brutta. A fare la differenze in un romanzo non è solo lo stile, ma anche la struttura narrativa, cosa si sceglie di dire, come lo si dice e quando, perché sì, anche i tempi sono fondamentali. Insomma non basta avere una buona idea, tutt'altro, spesso la base può essere anche scontata, basta saperla gestire.
Perché dico questo? Perché l'epilogo di Ellie all'Improvviso potrà essere intuibile quasi subito al lettore più navigato, eppure non è minimamente importante, il totale godimento del romanzo non ne risentirà nel modo più assoluto, molto semplicemente perché l'autrice è brava.
Lisa Jewell insinua il dubbio, lo elabora, lo manipola, ti fa temere delle tue stesse supposizioni e se fondamentalmente sai di aver ragione, allo stesso tempo non vorresti; scoprire che tutti i tuoi incubi non erano frutto di una mente troppo allenata ai thriller e ai gialli, non ti appaga di nulla, anzi. Ti fa un gran male. Perché questo libro non vuole essere solo un mistery, non cerca di dare un volto a un colpevole, ma scava nella quotidianità, in quell'ordinaria e apatica normalità che spesso ci fa sentire al sicuro e che invece di sicuro non ha nulla, fino a dimostrarci che niente è come sembra e che tutto cambia a seconda della prospettiva di chi guarda.
Sono i vari tipi di registro usati, uniti a una narrazione tagliente,  incisiva, ma anche evocativa, che hanno reso la lettura di Ellie all'Improvviso una corsa contro il tempo. Dovevo sapere. Dieci anni da vivere nell'incertezza sono tanti per una madre che ha visto la figlia uscire di casa per andare a scuola e non tornare più e me li sono sentiti tutti addosso: centoventi mesi di silenzio, di speranze, di buio. Poi la verità, dura come la pietra, fredda come le ossa di Ellie. Laurel deve farsene una ragione, deve andare avanti per il bene degli altri suoi due figli e per se stessa, ma non è semplice. L'incontro con Floyd - aria baldanzosa, sguardo languido - sembra ridarle il sorriso, finché non conosce la figlia di lui, Poppy, una bambina di un'ingenuità disarmate, ma allo stesso tempo di una saccenteria fastidiosa, una bambina con una fossetta a sinistra, la fronte spaziosa, le palpebre pesanti, un modo particolare di inclinare la testa come se cercasse di leggere nel pensiero di chi ha di fronte... una bambina così simile alla sua Ellie... certo, una coincidenza. Cos'altro potrebbe essere?
Finché l'armadio dei segreti non si apre. Travolgendo tutti coi loro scheletri.

Che dire... Amato. Tantissimo.
Ellie all'Improvviso è quel genere di romanzo che non solo ti tiene con il fiato sospeso, ma riesce a consumarti, a limare gli angoli già smussati del tuo cuore, a farli sanguinare.
Raramente un thriller mi commuove, di solito sono altre le sensazioni che provo: sgomento, incredulità, sollievo, ma tra queste pagine ho versato lacrime su lacrime, non puoi chiudere il libro e pensare di essere sopravvissuta indenne alla storia di Ellie, perché c'è un pezzettino di lei in ognuno di noi. Siamo stati tutti adolescenti con la testa piena di sogni, il cuore innamorato, una voglia pazza di spiccare il volo verso l'età adulta, di fare cose improbabili come lanciarsi con il paracadute e il bisogno fisico, urgente, di sentire la vita scorrere prepotente nelle vene. Ci siamo sentiti forti e invincibili a quell'età. Senza pensare che in un attimo tutto poteva finire.
Per questo il romanzo di Lisa Jewell non è solo un semplice thriller, ma una storia profonda, ingiusta, dolorosa, cattiva. Terribilmente cattiva. Ma è un "libro" e questo mi consente di definirlo anche terribilmente bello.

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11 giugno 2016

Recensione, DENTRO SOFFIA IL VENTO di Francesca Diotallevi

Buon pomeriggio! Pochi giorni fa mi sono ritagliata qualche ora tutta per me (Figlio in giro, Marito a lavorare *pacchiamodeon*) e mi sono dedicata alla rilettura dell'ultimo romanzo di Francesca, Dentro Soffia il Vento. Che dire... una rinnovata emozione <3
Ovviamente, per non farvi mancare proprio nulla, dovete partire dalla novella che fa da prequel, Le Grand Diable.

Dentro Soffia il Vento di Francesca Diotallevi

| Neri Pozza, 05/2016 | pag. 222 | € 16,00 |
In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta sorge il borgo di Saint Rhémy. Al calare della sera, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino.
Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era comparso al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia.

Voto:

Ho iniziato a scrivere questa recensione già cinque volte e per cinque volte l'ho cancellata.
Sei volte...
Sette...
Uffa...
Il punto è che vorrei far trasparire in modo limpido e diretto tutto quello che ho provato durante questa lettura, ma non sempre è facile, soprattutto quando ci si mette davanti alla tastiera con gli occhi ancora lucidi per il pianto.
Sì, ormai Francesca ci ha preso gusto a farmi piangere.
Nonostante avessi avuto il piacere e l'onore di leggere il suo libro quando era ancora un insieme di file che mi inviava per email uno dopo l'altro, accoccolarmi sul divano, prendere tra le mani questo piccolo ma meraviglioso tomo rilegato in carta acquarello - quella carta che ha sempre sognato potesse custodire una sua storia - è stato completamente diverso. Poterlo consumare in poche ore ha ravvivato un fuoco che non si era mai spento.
E così eccomi di nuovo a Saint Rhémy, all'inizio del Millenovecento, all'alba di una Guerra fatta di ideali spezzati e anonime tombe di fango e sabbia.
Tra le dure rocce della Val d'Aosta la gente vive grazie al sudore della fronte e al duro lavoro delle braccia. Uomini che spaccano legna, tagliano il frumento, pascolano gli animali; donne che piangono i figli morti, perché la montagna sa essere impietosa e il gelo assassino, ma nonostante tutto riescono a essere la corda che tiene unita la famiglia e a mandarla avanti.
Gli abitanti del borgo sono così, umili e alla mano, compìti e religiosi, guidati da un parroco, Don Agape, goffo e impacciato. La domenica si inginocchiano in chiesa, confessano i loro peccati, pregano a testa china, e si sentono dei perfetti cristiani anche quando cambiano strada pur di non incrociare il cammino di Fiamma, la giovane strega dai capelli color dell'inferno che vive ai margini del bosco e al cui passaggio tutti si fanno il segno della croce.
Eppure, quella stessa gente che la maledice di giorno, al calar della sera bussa al suo capanno per avere uno degli intrugli miracolosi che solo lei sa preparare, capaci di alleviare le pene del corpo e della mente.
Nel borgo l'ignoranza è un male difficile da estirpare. Tutto quello che non si conosce spaventa. Tutto quello che è diverso si evita. E Fiamma è sola più che mai, perché Raphaël, l'unico amico che abbia mai avuto, bello, solare, con una spiccata e innata capacità di amare a prima vista, aveva salutato con il sorriso sulle labbra e la speranza nel cuore quelle montagne che l'avevano visto crescere, senza sapere che sarebbe stato un addio e non un arrivederci.
Le manca il suo amico, e manca anche a Yann che non riesce a darsi pace. Sarebbe dovuto partire con il fratello, avrebbe voluto essere per lui uno scudo e un'armatura, ma non ha potuto, e tutto per colpa di Fiamma; anni prima, quando la morte avrebbe potuto alleviare le sue pene, lei gli aveva rimesso l'anima in corpo, dannandolo per sempre, costringendolo a un'esistenza di rimpianti e solitudine.
Si scrutano da lontano Yann e Fiamma, senza rivolgersi mai la parola. Lei, con quegli occhi così profondi, in grado di scavarti dentro e di estorcerti i segreti più proibiti, lui chiuso in un guscio di astio e indifferenza, incapace addirittura di pronunciare il suo nome ad alta voce. Si sfidano, si disprezzano, ma si cercano anche, sono come due animali feriti, pronti a sfoderare i denti e ad affilare gli artigli. 
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11 marzo 2015

Recensione, PARLANDO CON LE API di Peggy Hesketh

Credo sia ora di recuperare le vecchie letture :)

Parlando con le Api di Peggy Hesketh

| Neri Pozza, 2013 - Beat, 2014 | pag. 288 | € 16,50 - € 9,00 |
- telling the bees -
Albert Honig è un uomo burbero e riservato che, in un paesino della California del Sud, ha deciso di invecchiare soltanto in compagnia delle sue api. Un giorno, tuttavia, un drammatico evento lo costringe a fare i conti col suo passato: nell’abitazione nei pressi della sua, nella casa delle «Signore delle api», Albert scopre i cadaveri di Claire e Hilda Straussman, le due sorelle, legate e imbavagliate. Sigillata la casa e raccolte le impronte, il detective Grayson non tarda a capire di trovarsi di fronte a una rapina finita male. Ci sono segni di effrazione, e mancano all’appello gioielli e soldi. Tuttavia, come trovare il colpevole? Deciso a scoprirlo, il detective prega l’apicoltore di raccontargli tutto quanto sa delle due donne.Inizia così un viaggio a ritroso nella memoria dell’apicultore: dal primo incontro alle fughe nei boschi con Claire per sfuggire all’infelice signora Straussman, la madre della ragazza; dalla passione per l’apicoltura trasmessa a Claire alla nascita di un amore troppo intenso per essere confessato, fino alla partenza di Claire e a quel ritorno, tempo dopo, con un misterioso bambino.
Voto:

Sono un lettrice abbastanza impaziente, ma devo ringraziare la neve e i tre giorni di blackout generale che hanno interessato la mia zona a Febbraio, se ho avuto tutto il tempo di questo mondo per leggere senza essere disturbata o venire distratta.
Ho consumato Parlando con le Api prima davanti al camino e poi al lume di una candela.
Un'atmosfera perfetta per calarsi in una storia dai sapori quasi ancestrali, una storia in grado di contrapporre la frenetica e schematica vita di un alveare ai ritmi imprevedibili dell'essere umano. Siamo così diversi. Eppure così simili...

Tutto ha inizio un mattino di maggio, quando l'anziano Albert Honig, dopo aver fatto colazione, scopre i cadaveri delle sue vicine di casa. Le Signore della Api sono morte e non ci sono dubbi, sono state assassinate.
Prende forma così un'insolita indagine che vede Albert, un instancabile osservatore, alle prese con il detective Grayson, un uomo rude e impaziente che dovrà mettere un freno ai suoi ritmi per star dietro ai pensieri e ai ragionamenti dell'unico testimone. Sono gli unici due personaggi del romanzo, tralasciando tutto il corollario di figuranti che vengono presentati durante le lunghe digressioni del signor Honing che porteranno anche alla risoluzione del caso.

Parlando con le Api è un romanzo lento, intimista, fortemente nostalgico e ricco di amarezza.
Parla di solitudine, ma anche di come certe persone amino gli stretti confini della loro vita e non sentano il bisogno di superarli. Al contrario di altre che per quanto scappino e si allontanino dalle loro radici vivranno per sempre prigioniere dei propri irraggiungibili desideri.
L'autrice, con questa opera d'esordio, ha creato una storia intimista e discreta, nonostante alla base ci sia un delitto e la sua risoluzione, a un certo punto sembra che la morte delle Signore della Api passi in secondo piano.
Tanti gli spunti di riflessione, i continui parallelismi tra l'uomo e la quotidianità delle instancabili operaie e tante le verità nascoste tra le righe e le bugie svelate. Perché le menzogne più crudeli sono quelle che raccontiamo a noi stessi.
Una voce discreta e mite quella del signor Honing, quasi timida. O forse semplicemente stanca, afflitta dai pensieri e dai ricordi. Schiacciata dal passato e dai segreti.
Si sfoglia l'ultima pagina con un certo senso di inquietudine e ci si chiede se quello che si è letto è davvero un giallo.

Non me la sento di consigliarlo a tutti, dovete amare il lirismo narrativo e dovete essere pazienti; non vi coinvolgerà probabilmente dalla prima pagina, ma una volta terminato lo sentirete ronzare per diverso tempo nella vostra testa. 


La Critica


«Un classico americano… un romanzo eccezionale per chiunque ami le storie profonde e indimenticabili».
Elizabeth George, The New York Times

«Che romanzo fantastico! Un capolavoro in cui il mistero della vita e quello della morte vengono evocati in maniera estremamente coinvolgente».
Karen Joy Fowler, autrice di The Jane Austen Book Club

«Un romanzo perfetto».
Library Journal


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20 gennaio 2014

Recensione, IL MONDO DI BELLE di Kathleen Grissom

Il 2014 è iniziato bene. La Ragazza n°9 di Tami Hoag, Requiem della Oliver, le graphic novel di Eismer e  Spiegelman, e adesso questo: Il Mondo di Belle di Kathleen Grissom. Finalmente un vero romanzo d'esordio degno di questo nome, un titolo che avrebbe meritato di essere più pubblicizzato, ma forse la qualità non ha bisogno di sterili chiacchiericci...

The Kitchen House di Kathleen Grissom

| Neri Pozza, 2013 | pag. 416 | € 18,00 |
- goodreads - anobii
Un'enorme dimora avvolta da glicini in fiore: così la casa del capitano James Pyke appare allo sguardo infantile di Lavinia McCarten, la mattina d'aprile del 1791 in cui la piccola irlandese mette per la prima volta piede in Virginia. Pyke ha raccolto la bambina dalla sua nave, appena approdata in America dopo la lunga traversata oceanica, e l'ha portata con sé per destinarla alle cucine della sua piantagione. Un modo come un altro per passare all'incasso del debito per la traversata, che i genitori di Lavinia, morti durante la navigazione, non hanno avuto la buona sorte di saldare. Stremata e debilitata, la bambina viene accolta nelle cucine della piantagione dalla famiglia di schiavi neri che vi lavorano: una piccola, operosa comunità composta da Mamma Mae; Papà George, un gigantesco orso bruno; Dory, Fanny e Beattie, le figlie; Ben, il figlio maschio. Un mondo guidato da una responsabile delle cucine dai grandi occhi verdi e dai capelli neri e lucidi: Belle, un'attraente ragazza di diciotto anni. Frutto di un capriccio clandestino del capitano con una delle sue schiave nere, Belle è stata allontanata dalla casa padronale il giorno in cui il capitano si è presentato nella piantagione con Martha, una moglie più giovane di lui di venti anni. Adottata dalla famiglia di Mamma Mae e maternamente accudita da Belle, Lavinia cresce come una servetta bianca ignara dell'abisso che separa la casa padronale dall'universo delle cucine...
Voto:

Il 1791 è il primo dei diciannove anelli che la Grissom legherà tra loro per raccontare la storia di Lavinia, una bambina di origini irlandesi che, rimasta orfana sulla nave del capitano Pyke, verrà condotta da quest'ultimo alla sua piantagione di tabacco e affidata alle cure dei domestici che la cresceranno come una figlia.E' la stessa Lavinia a raccontare l'iniziale disorientamento provato, la paura che le blocca ogni gesto, e le precarie condizioni di salute che minacciano la sua vita giorno dopo giorno. Ma a Tall Oaks aveva trovato degli angeli. La saggia Mamma Mae, il tenero Papà George, il protettivo Ben, l'allegra Fanny e poi lei, Belle, la diciottenne figlia illegittima del capitano che le farà un po' da madre, un po' da amica e un po' da sorella.
Siamo alla fine del 1700, in America i venti di guerra devono ancora soffiare, il sistema sociale ed economico si basa sulla schiavitù, ma Lavinia tra quella gente di colore così fiera, dedita al lavoro e dispendiosa di amore vero, troverà una nuova casa. Una casa in cui tutti hanno lo stesso colore della pelle.
Nonostante una grande forza d'animo e un indiscusso altruismo, quello di Lavinia sarà un personaggio che nel corso del tempo non subirà nessun drastico cambiamento: crescendo si trasformerà in "una donna con il cuore di una bambina", e sarà proprio questo suo modo di affrontare la vita con fiducia e ingenuità a farle compiere diversi errori di valutazione che si ripercuoteranno su quelle persone che avrebbe voluto proteggere con tutte le sue forze. Nemmeno il troppo amore, in una terra in cui l'etnia è l'unico discriminante che conta davvero, può salvarti.
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15 febbraio 2013

Recensione, LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA di Tracy Chevalier

Oggi torna Alby con una sua recensione.
Ma ci credete che non ho letto questo libro e nemmeno visto il film? Sono im-per-do-na-bi-le!

| Neri Pozza, 2000 | Beat Edizioni, 2010 | Pagine 237 |
Delft, Olanda, XVII secolo. La vita scorre tranquilla nella prospera città olandese: ricchi e poveri, cattolici e protestanti, signori e servi, ognuno è al suo posto in un perfetto ordine sociale. Così, quando viene assunta come domestica in casa del celebre pittore Johannes Vermeer, Griet, una bella ragazza di sedici anni, riceve con precisione il suo compito: dovrà accudire con premura i sei figli dell'artista, non urtare la suscettibilità della scaltra suocera e, soprattutto, non irritare la sensuale, irrequieta, moglie del pittore e la sua gelosa domestica privata. Inesorabilmente, però, le cose andranno in modo diverso... Griet e Johannes Vermeer, divideranno complicità e sentimenti, tensione e inganni.
Voto:

R e c e n s i o n e

Griet, protagonista de “La ragazza con l'orecchino di perla”, compie diciotto anni nella lontana seconda metà del '600 ed è una delle sconosciute più famose in quanto, il volto pieno di grazia e di mistero che il celebre pittore fiammingo, Jhoannes Vermeer (1632 – 1675) ha ritratto in uno dei suoi quadri più importanti, è il suo.
Griet coltiva sogni confusi, fantasie private e inconfessabili, ma si ritrova, di punto in bianco, a dover aiutare la sua famiglia facendo la sguattera. 
La ragazza che per Vermeer ha posato indossando orecchini di perla e uno strano copricapo è, infatti, impiegata come serva nella casa del pittore. Con il tempo, però, passerà dai lavori più umili ad avere il privilegio di accedere allo studio dell'artista per pulirlo senza toccare nulla, ossia senza mutare l'aspetto del sacro e privato mondo che fa da scenografia ai capolavori del padrone di casa.
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T r a i l e r  F i l m



| L i b r i  e  F i l m |





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21 agosto 2012

Recensione, MORBIDE GUANCE di Natsuo Kirino

L'oriente ha una marcia in più. Anzi no, ha semplicemente una marcia diversa. Questo giallo è decisamente psicologico, interessante, a tratti anche lento, ma mi ha lasciato qualcosa e a distanza di tempo, anni, ricordo ancora la solitudine e la disperazione di una donna che in poche ore ha perso tutto.

MORBIDE GUANCE di Natsuo Kirino
Neri Pozza, 2004
Pagine 508
Prezzo 18,00


Recensione 
Trama: Kasumi è nata e cresciuta nell'Hokkaido, ma fugge ben presto a Tokyo, dove sogna di realizzare una vita libera e diversa da quella monotona e squallida dei suoi genitori. Sposatasi con un tipografo mite e serio, Kasumi cerca una via di fuga nelle braccia di un cliente del marito con il quale inizierà una relazione segreta e appassionata, che indurrà l'uomo a comprare una casa nell'Hokkaido per ospitare la donna e la sua famiglia. Nel corso di questo soggiorno, la figlia maggiore di Kasumi scompare senza lasciare traccia. Convinta che la scomparsa della bambina sia il meritato castigo per aver tradito il marito, le figlie e, anni prima, i genitori, Kasumi intraprende un viaggio alla ricerca della figlia che la ricondurrà alle sue origini. 
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