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22 giugno 2017

Chiacchiericcio con Lorenza Ghinelli

Carissimi lettori oggi abbiamo un ospite speciale per cui mettetevi il vestitino della festa e accomodatevi!
Come vi ho già detto (QUI) ho incontrato Lorenza a Mare di Libri, abbiamo scambiato due chiacchiere e io da brava pirla avevo pure dimenticato Anche Gli Alberi Bruciano in macchina così addio autografo (ma me lo sono comunque fatto fare su un quaderno). Sapete quando si dice "breve ma intenso"? Ecco, vederla è stato così. Parlateci due minuti e vi sembrerà di conoscerla da una vita. Lorenza è solare, divertente, piena di entusiasmo e - cosa di fondamentale importanza - scrive benissimo. Così bene che il suo ultimo libro ha sbloccato anche mia mamma che da anni non riusciva a portare a termine nemmeno uno straccio di lettura.
Se ancora non la conoscere 1) rimediate 2) qui sotto trovate il nostro chiacchiericcio 8)

foto rubata dalla sua pagina Facebook

- Con Anche gli Alberi Bruciano mi hai decisamente conquistata e adesso voglio sapere tutto su questo libro. Com'è nato, in quanto tempo l'hai scritto, se ti sei ispirata a persone della tua vita...
Lorenza: “Anche gli alberi bruciano” è nato dalla necessità di affermare che, a volte, disobbedire è un valore. Nel titolo parlo di alberi, e leggendo il romanzo si comprende che gli alberi a cui mi riferisco sono quelli genealogici, “che crescono marci e divorano tutto, pure i loro stessi frutti. Ho imparato che la mela può cadere lontanissima dall’albero, così lontana da osservarlo bruciare mantenendo intatti i suoi semi, nonostante tutto”. È un romanzo ispirato a molti fatti che nella vita mi hanno sfiorato. L’ho scritto in pochi mesi, volevo che fosse un colpo di fucile.

- Hai una formazione come educatrice sociale, quanto del tuo lavoro c'è nei tuoi libri?
Lorenza: Nei miei libri c’è la passione che mi ha portato a studiare per diventare educatrice. Amo le storie di vita che non possono mai essere ridotte a nessuna etichetta, amo la complessità e anche la leggerezza. Un tempo credevo fossero inconciliabili. Mi sbagliavo.

- Invece quali sono gli autori che hanno influenzato il tuo stile?
Lorenza: Herta Müller, Stephen King, Svetlana Aleksievic, Anne Sexton, Cesare Pavese e tantissimi altri.

- Sei di Cesena e tutti i tuoi libri sono ambientati a Rimini. Come mai questa scelta? E' un discorso affettivo o secondo te è importante conoscere il luogo in cui si muovono i tuoi personaggi?
Lorenza: Amo Rimini, il mio immaginario affonda le sue radici qui, qui nascono tutte le mie storie. In “Con i tuoi occhi” ho raccontato anche Favignana e Bologna, altri luoghi in cui ho lasciato pezzi di cuore.

- Un bravo scrittore deve anche essere un bravo lettore?
Lorenza: Soprattutto.

- Un aggettivo per ogni libro che hai scritto.
Lorenza: No, ti prego! Un aggettivo solo sarebbe come mettere ai miei romanzi un’etichetta, e tu sai quanto io non le sopporti. Posso però darti una parola che li lega insieme: resilienza. Se proprio vuoi un aggettivo, posso dirti che i miei romanzi sono resilienti.

- Niente etichette, giusto, e a proposito di questo argomento, a Mare di Libri ci siamo dette che non esistono libri per adulti e per ragazzi, ma libri belli e libri brutti ed è una cosa che sottolineo sempre, soprattutto quando mi capita di leggere un bellissimo romanzo che probabilmente non arriverà mai sul comodino di tanti lettori per un problema di genere e/o target. Per molti buttare giù questa barriera non è facile. Secondo te come mai? Perché siamo così settoriali? Perché abbiamo bisogno di canalizzare un romanzo o un autore dentro a un genere ben definito?

Lorenza: Carissima Silvia, quello che mi poni è un problema tipicamente italiano. All'estero non è così. Nel nostro Paese purtroppo c'è la tendenza a considerare la letteratura per ragazzi letteratura di serie B. Pensa che scarsa considerazione la maggior parte degli adulti deve avere dei ragazzi. È una cosa che trovo inaccettabile, ci sono tantissime perle che non vengono alla luce proprio a causa di questa mentalità.
Più un paese è evoluto meno ha bisogno di etichette. Abbiamo molta strada da fare, un primo passo potrebbe essere quello di essere più curiosi anziché giudicare prima ancora di sapere cos'è che stiamo rifiutando. E questo discorso vale per tante altre questioni.

- Torniamo ai tuoi romanzi. A quale sei più legata e ti è mai capitato di voler cambiare qualcosa di una tua storia, ma ormai era troppo tardi?
Lorenza: Sono legata a ognuno di loro in modo diverso, in questo momento “Anche gli alberi bruciano” è certamente quello in cui mi rispecchio di più. Quando metto la parola fine, non torno indietro. Ogni storia è completa in sé stessa, nel bene e nel male. Non ho mai desiderato rimettere mano a nessun romanzo. Finita l’ennesima riscrittura e dato alle stampe, passo al romanzo successivo.

- Ci siamo incontrate a Mare di Libri e ti ho scoperta proprio grazie alle letture che ho fatto per il festival, cosa significa per te questo evento al quale ormai sei un habitué?
Lorenza: Potrei dire che Mare di Libri è una specie di miracolo, ma farei un torto immenso a tutti i meravigliosi volontari che ogni anno si impegnano al limite delle loro energie fisiche e mentali. È l’unico festival di letteratura gestito interamente da adolescenti, in grado di portare a Rimini autori davvero brillanti e capaci provenienti da ogni parte del mondo. Quando i media parlano di adolescenza, e quasi sempre ne parlano male, è perché chiaramente non sanno di cosa stanno parlando. Mare di Libri è il miglior antidoto contro il cinismo e contro i veleni che da tempo infettano il mondo dell’editoria. I ragazzi di Mare di Libri, il loro splendido festival, mi aiutano a tenere viva la fiamma che mi spinge a scrivere.

E con questo lettori è tutto, Lorenza, grazie mille davvero, sarò ripetitiva ma non vedo l'ora di leggere tutti gli altri tuoi libri!
Lorenza: Grazie a te, cara Silvia. A prestissimo!

Comprate tutto quello che c'è da comprare su Amazon!

   
 

21 gennaio 2016

Due chiacchiere con Claudio Chiaverotti

A cura di Gianfranco F.

Uno dei migliori regali di Natale (mi perdonino amici e parenti) è stato poter parlare con Claudio Chiaverotti al telefono. Avevo intuito - seguendolo da tempo - che è una persona decisamente disponibile e molto attenta alle opinioni dei suoi fan, ma mai mi sarei aspettato che alla mia richiesta (su facebook) di sottoporsi a una piccola intervista mi avrebbe risposto "certo! telefonami lunedì!"
Quello che segue è il frutto della nostra chiacchierata di un'ora e venti. Per fortuna ho potuto sedermi e mettere ordine a domande e risposte, perché ero davvero emozionatissimo e solo a posteriori mi sono reso conto che per un'intervista ufficiale (tipo davanti a una telecamera) devo ancora farmi le ossa. Intanto grazie infinite a Claudio che mi ha fatto rompere il ghiaccio.
Ovviamente l'idea dell'intervista è una conseguenza del successo di Morgan Lost, fumetto che mi ha colpito dal primo volume e che continua a far parlare e riflettere nonostante siamo solo alla quarta uscita. Spero vi piaccia, Claudio non poteva essere più esaustivo di così!


*dopo le presentazioni e bla bla bla*
Parto subito parlando del fenomeno Morgan Lost, un fumetto che ha riscosso un consenso praticamente immediato. Secondo te, qual è il suo segreto? Cos'ha colpito maggiormente i lettori?
Sinceramente non lo so, anche perché se ci fosse il "segreto del successo" ci andrebbero tutti dietro.
Al di là della campagna di lancio credo che Morgan sia un personaggio moderno, però guarda... voglio girarti la domanda, perché poi per me l'importante è sapere cosa ne pensano i lettori. Quindi dimmi... qual è il segreto di Morgan Lost secondo te?

Be' prima di tutto Morgan è un uomo normale che si racconta a persone normali, e poi credo che la tricromia, novità assoluta, sia stato un ulteriore incentivo ad acquistare il fumetto.
Quello che dici sull'impatto grafico è vero e aggiungerei che anche la grafica delle copertine non è passata sicuramente inosservata, e poi come dici tu Morgan è un uomo normale, anzi voglio definirlo con le parole che ho sentito da un lettore "è un personaggio raccontato attraverso le sue fragilità".
Morgan Lost è un action thriller, c'è del paranormale, ma alla fine, quella che ho voluto creare, è una serie sulla fragilità umana.

Parliamo della terza uscita, Mister Sandman, un titolo che si discosta parecchio dai primi due albi, la storia è molto onirica e alcuni lettori non si aspettavano un Morgan Lost così surreale. Tu cosa ne pensi?
Per alcuni lettori quella di Mister Sandman è stata una storia un po' arrovellata e forse la cosa più giusta me l'ha detta un'amica facendomi notare che avrei potuto pubblicarla più avanti.
Però a me piace spiazzare ed essere spiazzato. In generale guardo più film che serie tv proprio perché queste tendono a essere ripetitive, e io non voglio che un fumetto mensile cada in questo tranello. Con Mister Sandman volevo dire al lettore "non credere che in ogni albo ti beccherai sempre lo stesso schema narrativo!". A prescindere da tutto in Morgan Lost non propongo mai un'indagine classica, perché io per primo non saprei come svolgerla, non sono un CSI e nemmeno un RIS, e ci sono dei colleghi che lo fanno già egregiamente. Per me Morgan Lost è un viaggio nell'oscurità.
Una delle prime cose che mi avevano detto era "parlerai di serial killer, una cosa molto realistica"... emh, no! I veri serial killer sono terribilmente squallidi. Tu pensa a Pacciani... un essere orribile... come potrei parlare di uno così? A me piace l'idea che i cattivi di Morgan Lost siano un po' come quelli di Tarantino, ovvero due spanne sopra la realtà. Preferisco orientarmi sul Dottor Lecter tanto per fare un esempio, ecco lui è un personaggio figo, proprio perché non esiste e quindi puoi concederti il lusso di esserne affascinato, lo stesso vale per Freddy Kruger. Su questi personaggi inventati possiamo mettere follia e divertimento. Io ho creato Wallendream e mi sono potuto permettere di renderlo affascinante proprio perché non è reale.

da "Mister Sandman" #3
Sempre dopo aver letto Mister Sandman si è vociferato nel web che Morgan Lost rischia di diventare simile a Dylan Dog, secondo te è così?
No. Secondo me no.
Mister Sandman è apparentemente un vero e proprio delirio visionario, c'è sempre un serial killer, ma l'approccio, rispetto ad altri albi, è molto diverso.
C'è da dire che io racconto le cose che mi piacerebbe leggere, non vorrei mai trovare sempre lo stesso schema narrativo, altrimenti sai che noia terribile? O sei bravissimo come nei telefilm di Colombo nel trovare degli escamotage altrimenti è meglio cambiare strada.
Io penso a un giovane che mi legge... un giovane che si vede un tot di film e serie tv, insomma, se non mi invento qualcosa di davvero interessante, a pagina dieci sono già stato sgamato!
Per me un paragone con Dylan è un onore, però sono due personaggi diversi.
In molti hanno visto Mister Sandman come una storia paranormale che poteva richiamare il mondo di Dylan, ma per me è più semplicemente la storia di uno sguardo. E' come quando vai a scuola, incroci lo sguardo di una ragazza che ti piace un casino e ti fai un film. Una storia intera che nella realtà dura tre secondi... ecco, io ho dilatato quei tre secondi in 90 pagine. Mister Sandman è quello sguardo che ognuno di noi almeno una volta ha scambiato con qualcuno. E' la storia di un uomo e una donna che si incrociano; sono le passanti di De Andrè.
Certo, è una storia onirica perché in quel momento accade tutto, e sì, può anche ricordare Dylan Dog, ma quello dei primi cento albi, in cui anch'io ho scritto una quarantina di storie riprendendo il modo di raccontare di Sclavi, uno dei più grandi narratori del secolo.

Dylan è un personaggio con delle debolezze, Morgan invece è fatto di fragilità e contrasti.
Ha l'aspetto da duro, una maschera tatuata sugli occhi che potrebbe evocare uno Spirit moderno, ma quando è agitato balbetta, fa fatica a dormire, soffre di emicranie, non vede bene i colori... Dentro di lui c'è un po' di noi, e anche se è un cacciatore di serial killer non li combatte senza paura.
Morgan è un uomo e come tale può fallire. In questo è come Brendon, ed è giusto così, perché purtroppo la vita è fatta anche di sconfitte.

da "Non Lasciarmi" #2
La prima storia pubblicata - o film - è narrata in due albi, mentre le successive saranno autoconclusive, ma in futuro non sono previste altre interruzioni tra primo e secondo tempo?
Per ora no. Ho già scritto 25 storie e sono tutti albi autoconclusivi.
Il punto è che sono thriller e le interruzioni fanno perdere la tensione narrativa, non per niente molti lettori hanno iniziato Morgan Lost soltanto dopo la pubblicazione del secondo albo.
Per ora quindi no, poi non si sa.

Poco più di 90 pagine sono sufficienti per raccontare una storia, o ti vanno - come dire - un po' strette?
No, no, ormai sono abituato a stare in questo standard. Anzi, io sono uno abbastanza ossessionato dall'idea della velocità narrativa. Nelle mie storie ci sono un mucchio di cambi di scena, gli eventi si rincorrono in modo incalzante, quindi non ne vorrei più 94.
Ovviamente il primo numero è stato un'eccezione, in quel caso dovevo presentare il mondo di Morgan Lost e aprire uno scorcio sul suo passato, però solitamente le 94 pagine standard mi stanno bene.

Quanto è importante - sempre se lo è - che un personaggio somigli al suo creatore?
Fondamentale, almeno per me.
Prendi Brendon... lui ha la mia voglia di fuggire. Io amo molto i primi film di Salvatores soprattutto Marrakech Express, che esprime benissimo la voglia di staccare dalla quotidianità.
Morgan Lost invece è più metropolitano, io infatti vivo in una grande città come Torino...
Non potrei mai fare diversamente, devo mettere me stesso, soprattutto in un personaggio seriale che deve mantenere una grandissima coerenza per non risultare terribilmente finto.
Puoi ispirarti anche a una persona che conosci molto bene, ma alla fine chi conosci meglio di te stesso?
Anche navigando in rete, tra i blog di qualsiasi genere, trovo che i post più azzeccati siano proprio quelli in cui la gente racconta anche un po' di sé.
Con Morgan poi ho potuto esprimere la mia passione per il cinema (cosa impossibile con Brendon). Lui prima di diventare un cacciatore di serial killer aveva una piccola sala d'essai, cosa che avrei voluto anch'io e che non ho mai potuto fare, però ho trasferito la mia passione su di lui.
Quindi Morgan Lost non è solo me, ma è mille volte me.
Per creare un buon personaggio bisogna creare delle proiezioni di se stessi, rendendole ovviamente mille volte più interessanti, infatti in lui c'è anche tutta la mia follia.

Brendon
E analogie fisiche con Morgan?
Sì, ci sono anche delle analogie fisiche. E pensa che io non ci avevo nemmeno fatto caso e hanno dovuto farmelo notare.
Brendon ha le occhiaie come me e Morgan Lost la mascherina tatuata.
Gli occhiali scuri che non mi tolgo mai sono la mia mascherina, sono uno schermo verso la realtà.
Rappresentano una mia fragilità, perché anche se ormai mi sono sdoganato mi sono sempre vergognato a farmi fotografare, e mi fa piacere notare che senza rendermene conto sono stato sincero. Senza volerlo ho raccontato me stesso.
Sicuramente dietro a questo mio comportamento c'è una spiegazione, andrei psicanalizzato, ma un analista si suiciderebbe dopo poche sedute.
Probabilmente il bisogno di indossare sempre gli occhiali scuri è sinonimo della mia voglia di fuggire, grazie a loro posso rendermi in qualche modo un po' più invisibile.

da "L'Uomo dell'Ultima Notte " #1
Morgan Lost però non fugge, lui è uno che resta...
Sì, lui non è come Brendon, Morgan ha fatto una promessa e non intende infrangerla; è un uomo che non solo ha guardato nel baratro, ma ci è caduto dentro da cinque anni e adesso che è lì non intende scappare.
A me piacciono questi personaggi un po' alla Hitchcock, lui non metteva mai dei supereroi nei suoi film, ma puntava l'obiettivo su uno sfigato qualunque che improvvisamente finiva in un casino pazzesco. Pensa a Intrigo Internazionale o L'Uomo Che Sapeva Troppo...
In fondo Morgan gestiva un piccolo cinema, aveva una fidanzata, conduceva una vita normalissima. Non cambia in modo drastico, ma ci mette anni per diventare quello che è.
Poi nonostante abbia a che fare coi serial killer sa mantenere un certo sangue freddo nonostante le sue debolezze. Nella realtà non sarebbe possibile, prendi i veri profiler, loro hanno un rapporto regolare con terapeuti e analisti, basta leggere Red Dragon di Thomas Harris per capire che viaggiare nella mente di un serial killer può portarti alla follia, come succede a Will Graham, l'agente dell'FBI che aveva portato alla cattura di Hannibal Lecter.

Gli albi di Morgan Lost avranno in qualche modo una continuity?
Le storie sì, hanno una piccola continuity e lo capirete bene nell'albo numero 7.
In fondo quando si vive alla velocità della luce in una città - per quanto grande - è inevitabile scontrarsi e rincontrarsi, ed è quello che succederà.
Diciamo che Morgan si ricorda di tutto quello che gli è successo e lo stesso vale per i co-protagonisti, e anche se molti albi si potrebbero leggere in modo autonomo rispettare l'ordine cronologico sarebbe comunque meglio.

A tal proposito... Lisbeth tornerà?
No spoiler.

da "Mister Sandman" #3
Ultima domanda, questa volta personale.
Da bravo cinefilo, quali sono i tuoi tre film preferiti.
Posso citare quelli che mi hanno ispirato, infatti Morgan Lost nasce dall'incrocio de Il Silenzio degli innocenti con Blade Runner.
E poi vorrei inserire un film diverso, che non è un action thriller, guardo anche film molto intimisti, tipo Il Raggio Verde di Éric Rohmer che è la poetica del quotidiano.
Però, aspetta, facciamo quattro film, perché non posso non citare Kill Bill di Tarantino. E ci sarebbe anche Lynch... insomma parlare con me di cinema è un qualcosa di pericolosissimo, infatti aggiungo anche Strade Perdute.
E non posso escludere Carpenter, sarebbe un delitto mortale, lui quando ha pochi soldi fa dei capolavori del cinema, tipo Distretto 13, Fog, Fuga da New York. Sono film che non fanno paura, ma hanno una tensione pazzesca. Anche i suoi film meno riusciti come Fantasmi da Marte sono dei cult. Di suo potrei citare praticamente tutto, ma è meglio che mi fermi qui!

E i tuoi romanzi/fumetti preferiti (questa è davvero l'ultima, giuro!)
Difficile...
Tra i fumetti consiglio Garth Ennis, anche lui sopra le righe come Tarantino, un pazzo!
Come romanzi... mi viene in mente Jeffery Deaver, ma in realtà un autore che riesco a leggere con grande velocità è Thomas Harris. Poi c'è il King di Shining... ma in generale mi piacciono i libri non troppo lunghi, storie veloci che riesco a bruciare in poco tempo.

* * *

Ragazz* è tutto, nei saluti finali ci siamo scambiati altri consigli libreschi, io ovviamente ho fatto la mia solita propaganda a favore di Locke & Key e spero proprio di averlo incuriosito.
Ah, già che ci sono vi ricordo che a Luglio 2016 torna Brendon. Il primo figlio di Chiaverotti lo ritroveremo in edicola con una serie di speciali a colori. La cadenza non si sa ancora, ma molto dipenderà da noi, per cui mi raccomando, fate i bravi... ;)

Alla prossima 8)


Albi usciti

 

#1 L'Uomo dell'Ultima Notte >> recensione
#2 Non Lasciarmi >> recensione

 

#3 Mister Sandman >> recensione
#4 La Rosa Nera 

22 settembre 2014

Chiacchiericcio con Diana Gabaldon

Quella che vi propongo è una vecchia intervista che feci a Diana Gabaldon nel 2006. Ero fresca fresca de La Straniera e di certo non mi aspettavo che rispondesse alle mie domande, invece si dimostrò gentilissima e super disponibile... quindi ne approfittai ^^
P.S. Adoro la risposta alla sesta domanda!



1) Ricordi quando ha scoperto il piacere della lettura? Con quale libro?
Non ricordo nemmeno di non essere stata capace di leggere. Mi ricordo che all'asilo ci avevano dato da leggere "Fun with Dick and Jane*" e io ero allo stesso tempo stupita e divertita dal fatto che alcuni miei compagni non erano in grado di capire le parole del libro. Non posso però dire che il libro fosse particolarmente divertente. I primi libri che ricordo aver trovato divertenti sono probabilmente i fumetti di Zio Paperone e Paperino.

*romanzo di Gerald Gaiser da cui è stato tratto il film Dick e Jane Operazione Furto con Jim Carrey e Téa Leoni.

2) Ci sono autori che ti hanno influenzata o segnata?
Ogni autore che leggo mi influenza in un modo o nell'altro. Persino autori non bravi (e dovrei ricordarmi di non farmi influenzare da loro). Certamente ho dei modelli: il mio ultimo romanzo, "A breath of snow and ashes" (in italiano Nevi infuocate + Cannoni per la libertà) è dedicato a cinque autori di cui ho usato consciamente stile e tecniche mentre scrivevo "La straniera", col fine di imparare a scrivere. (E questi autori sono Charles Dickens, Robert Louis Stevenson, Dorothy L. Sayers, John D. MacDonald e P.G. Wodehouse).

3) Ricordi quando e come hai cominciato a scrivere?
Scrivere che cosa? Ho cominciato a scrivere un romanzo all'inizio di Marzo del 1988, ed era "La straniera". Primo di questo (come continuo a ripetere a quelli che mi chiedono come ho fatto a scrivere un romanzo intero e a venderlo al primo colpo), ho scritto per più di trent'anni. Non si possono prendere tre lauree e lavorare come accademico (seppur nel campo scientifico) senza scrivere un sacco di roba, e cercando di esprimersi coerentemente e correttamente.
Ho anche scritto testi non-fiction come freelance per molti anni (per lo più per la stampa informatica ma essenzialmente per chiunque mi pagasse). Insomma, sono in grado di distinguere la fine di una sentenza dall'altra e avendo avuto la fortuna di essere stata educata negli anni '50 e '60 , grammatica, pronuncia e ortografia non sono un mistero per me!
Come? C'è solo un modo che conosco. Ti siedi e scrivi una parola su un foglio. E poi ne scrivi un'altra. E così fino alla fine.  

Caitriona Balfe e Sam Heughan interpretano Claire e Jamie nella serie TV
4) Hai un momento preferito per scrivere? Qual è?
La sera tardi è il momento migliore per me; di solito scrivo tra mezzanotte e le 3 o 4 del mattino. Scrivo anche in altri momenti, come la mattina tardi o nel primo pomeriggio ma la sera tardi è il momento migliore. La mia mente è chiara e focalizzata, e non c'è nessuno a disturbarmi.

5) Da dove nascono le tue storie e i tuoi personaggi?
Beh, ho questa formula segreta, composta da una miscela speciale di aminoacidi, vitamine, minerali e il succo di un'erba senza nome (che va raccolta alla luce della luna, è molto importante)…
A dir la verità io non penso ai miei personaggi, "li trovo".
Capisco la necessità di prendere il cervello di uno scrittore e aprirlo per capire come funziona, ma sono spiacente di dire che non è qualcosa che puoi spiegare con la logica. Parlando metaforicamente - che è la cosa che può rendere meglio il concetto - è come se camminassi in un campo pieno di persone che fanno e dicono cose interessanti e tra me e loro ci fosse una parete di plastica.
In alcuni punti la plastica è trasparente e sottile: posso vedere tutto e sentire chiaramente quello che viene detto. Tutto quello che devo fare in questo caso è usare le mie capacità per mettere su carta quello che ho visto e sentito in modo da farlo arrivare dalla carta nella testa del lettore.
In altri punti invece la plastica è più spessa e offuscata. Riesco a vedere dei movimenti, ma non so sempre chi ha fatto cosa e riesco solo a catturare frasi o pezzi di quello che viene detto. In altri parti la plastica è nera, come quella dei sacchetti della spazzatura, e così spessa che riesco solo a sentire alcune parole attutite e a vedere delle forme che urtano contro. Quando succede questo io devo avvicinarmi e sentire con le mie mani, l'orecchio appoggiato alla plastica e gocce di sudore che scendono sul mio viso, cercando di immaginare cosa sta succedendo dall'altra parte.

6) Senti un particolare legame con qualcuno dei tuoi personaggi, e perché?
Certo. Con tutti.
Perché? Be', mettiamola in questo modo: non posso dirti quanto spesso le persone (e per la maggior parte donne, per qualche ragione) mi chiedono "Quanto c'è di te in Claire?" (La risposta ufficiale è 15.3%).
Ma c'è un gruppo di fans locali che ogni tanto in primavera mi porta da qualche parte a prendere il tè e mi interroga sui miei lavori futuri, e in una di queste occasioni si sono messi a discutere del personaggio di Black Jack Randall: "Oh, è così ripugnante!", "Lo detesto!", "E' così orribile, mi fa venir la pelle d'oca!"
E nel frattempo io me ne stavo seduta tranquilla bevendo il mio tè e pensando: "Non vi rendete conto che state parlando con Black Jack Randall, vero?

Tobias Menzies interpreta Jack Randall nella serie TV
7) Ritieni che ci sia un modo per imparare a scrivere o raccontare una storia, oppure è qualcosa con cui si nasce? 
Onestamente non lo so. Io sono nata con questa capacità. Non ricordo un tempo in cui non avevo l'Altra Parte a cui guardare, per modo di dire.
Questo non significa che uno non può imparare a raccontare una storia. Semplicemente non lo so.

8) Hai dei consigli da dare per un aspirante scrittore?
Certamente! Sono gli stessi consigli per qualsiasi scrittore.
LE TRE REGOLE DI DIANA GABALDON PER AVERE SUCCESSO COME SCRITTORE:
1. Leggere
2. Scrivere
3. Non fermarsi mai!
(La #3 è la più importante!)

9) Che rapporto hai con le traduzioni straniere dei suoi libri?
Solitamente non ho nessun tipo di relazioni con le traduzioni. Un'eccezione è la traduttrice tedesca Barbara Schnell, che è anche una cara amica, e con la quale lavoro strettamente quando fa le traduzioni.
Quest'estate sono stata fortunata ad incontrare la mia traduttrice italiana Valeria Galassi. E' una persona deliziosa e ho sentito cose meravigliose sulla sua traduzione italiana.

10) Che cosa stai leggendo in questo momento?
Sto leggendo "The full cupboard of life" di Alexander McCall Smith, "Warwolf" di Lons e molti libri sui club da gioco del 18° secolo.

11) Che libro porteresti su un'isola deserta?
Quanti ne posso portare? Se il numero è limitato, credo che porterei l'Enciclopedia Britannica e la Bibbia.

* * *

Visto com'ero diplomatica anni fa?
Il mio consiglio comunque è sempre lo stesso.
Leggete i libri. Guardate la serie TV.


*intervista curata da me e Indygirl

16 settembre 2014

Intervista doppia Abby & Kevan

Sì, le iene sono in me. E non perché sia un'acida bastarda come loro, ma perché sono più curiosa di una scimmia!
Dopo aver letto Hunted (qui la recensione) e Vision (a breve la recensione, cof cof, sono in ritardo ;_;) non ho potuto fare a meno che assecondare la mia anima da stalker incallita. E visto che Angela è un po' indaffarata, avendo appena "sfornato" il suo supereroe in miniatura, ho pensato di disturbare Abby e Kevan per scoprire qualcosa in più su di loro.

Pronti a farvi gli affaracci loro?


Nome e Cognome
Abby Eglantine Allen
Kevan Vattelapesca (Non ho un cognome. Per la scuola mi danno sempre il cognome Nelson, come l’ammiraglio.)
Età
18
21
Città o Pianeta di provenienza
Wichita (Kansas)
Niviux (verso l’infinito e oltre…cit: Toy Story)
Dove vi siete conosciuti?
Alla Wichita High School
Alla Wichita High School
Il primo pensiero avuto sull'altro/a
Oddio! E questo qui?
È un figo da paura!
Oddio! E questa qui?
È stramba da paura!
Un aggettivo per il primo bacio
Spaziale
Stratosferico
La parte di te che meno ti piace
Niente
L'essere alieno
La parte di lui/lei che più ti piace
Tutto
Tutto
Cosa ti fa paura?
Perdere Kevan
Perdere Abby
Come ti vedi tra dieci anni?
Obesa con quattro figli.
Dovresti chiederlo a Abby. È lei quella col dono della preveggenza.
E tra venti?
Obesa con sei figli
Ok, se insisti… mi vedo con un lavoro tranquillo, con una casa, con un paio di figli, e ancora con Abby, ovviamente.
Tra Cinquanta? Non andrò oltre, giuro!
Obesa con sei figli e vecchia.
Ah, ma allora ci provi gusto! Tra cinquanta anni avrò 71 anni. Mi vedo vecchio e magari un po’ rincoglionito.
Se potessi cambieresti qualcosa del tuo passato?
Vorrei poter vivere un po’ di più i miei veri genitori.
Niente. Tutto quello che ho fatto mi ha portato fino a qui ed è esattamente qui che volevo arrivare.
Una cosa a cui non sai resistere
Lo posso dire davvero? No… non posso dirlo, siamo in fascia protetta.
Se te lo dico poi, dovrei ucciderti. E Abby non me lo perdonerebbe mai.
Sai cucinare?
Se per cucinare intendi, sbattere un uovo e buttarlo in padella per una deliziosa frittata, allora sì, so cucinare.

Lo stretto indispensabile per sopravvivere. Infatti da quando vivo con Abby sono piuttosto dimagrito U_U
Il tuo piatto preferito
Tutto il repertorio della grande arte culinaria di Mc Donald’s
Pizza, pasta, hamburger. Proteine e carboidrati a volontà.
Se potessi scegliere il tuo superpotere quale vorresti avere?
Un gran culo (si può dire in un blog serio?)
Conosco la risposta di Abby a questa domanda e la sottoscrivo. Di questi tempi è il miglior superpotere.
Che lavoro vuoi fare da "grande"?
Proseguirò negli studi. Voglio fare l’astrofisica. Scontato vero? Lo so. In effetti ti avrei detto la collaudatrice di materassi se non fosse stato più scontato ancora.
Non. Ne. Ho. La. Più. Pallida. Idea. Sono un soldato. So fare solo quello.
Vacanza ideale
Lontano dai parenti.
Lontano dai parenti di Abby.
Fai a Kevan/Abby una proposta indecente
Diventa il mio Christian Frey! O era Grey… Sì, ma tanto è uguale.
D’accordo, mi vuoi sfidare allora? Pagina 233 del kamasutra. Ti basta come risposta? (l’autrice assicura i lettori che non ha idea di cosa ci sia in quella pagina, né se il Kamasutra stesso arriva alla pagina 233 U_U)
Salutate i lettori!
È stato come sempre un piacere stare in vostra compagnia. Fate i buoni, diremmo, ma visto che Natale ancora non è arrivato e non c’è bisogno di fingere di essere carini, fate quello che vi pare. Ci rivedremo presto, almeno è quello che si dice in giro . Ciao da Abby e da Kevan ;) e da quella rompibolas della nostra autrice, Angela C. Ryan.
Tutti i nostri casini sono colpa sua, sappiatelo!

* * *

Dunque.
Abby, grazie per il blog serio, ma le apparenze ingannano.
Kevan, lascio ad Angela il mio numero di telefono, nel caso... be' sì... sai com'è, la vita è lunga e imprevedibile e nel caso volessi fare due chiacchiere è giusto che tu sappia come trovarmi...
Angela, ti lovvo lo sai, e sappi che dovrai sopportarmi ancora per molto, perché tornerò alla carica per torchiare Jay e Dakota... Non vedo l'ora! Anche tu vero???

Nel caso i nomi di Abby e Kevan non vi dicano niente,
su Amazon trovate i romanzi di Angela.
E se non sapete chi è Angela qui c'è il nostro chiacchiericcio.
Rimediate. E non è un consiglio, ma un'intimidazione. 


11 settembre 2014

Chiacchiericcio con Francesca Diotallevi

 

Oggi sotto i riflettori Francesca Diotallevi una giovane autrice che con il suo romanzo d'esordio, Le Stanze Buie, sta conquistando un lettore dopo l'altro. E proprio perché Francesca è giovane e presumo stia vivendo una serie di emozioni forse mai provate che ho deciso d'improntare questo chiacchiericcio sulle prime volte.

Il primo libro che hai letto...
Francesca: Due sono i libri della mia infanzia, Il Mago di Oz e Lo Schiaccianoci; ma parlo di quando non sapevo ancora leggere ed era qualcun altro a farlo per me. Difficile ricordare esattamente quale sia il primo che abbia letto da sola. Il primo che ricordo, comunque, e viene confermato anche dai miei genitori, è Un barattolo mostruoso, della serie Piccoli Brividi. Alle elementari ero drogata di questi libricini dalle copertine mostruose e dalle pagine verdi e li ho macinati tutti, uno dopo l’altro. Poi rielaboravo le storie per terrorizzare mia sorella quando andavamo a dormire e la luce veniva spenta…

La prima storia che hai scritto...
Francesca: Non sono nata con la penna in mano, come forse succede a tanti altri scrittori, e, benché abbia sempre letto molto, alla scrittura vera e propria (immagino che non contino i diari personali, perché in quel caso devo ammettere di essere grafomane dall’età di sette anni) mi sono avvicinata negli anni dell’università, ovvero quando finalmente ho disposto di un computer portatile tutto mio. La prima storia che scritto, e che mi ha fatto capire che scrivere era divertente assai, è stata una fanfiction tratta da un anime. Per qualche anno mi sono cimentata con questo genere, impratichendomi, prima di prendere coraggio e provare a creare qualcosa di completamente mio. È stato allora che mi sono imbattuta nell’affascinante figura di Mr. Stevens, il maggiordomo di Quel che resta del giorno e Le Stanze Buie ha iniziato a prendere forma davanti a me.

© Francesca Diotallevi
  
Il primo rifiuto...

Francesca: Pochi giorni fa la Mursia mi ha svincolato comunicandomi che, non potendo garantirmi una pubblicazione in tempi rapidi a causa della crisi in cui versa l’editoria, e avendo scelto di puntare sulla saggistica anziché sulla narrativa, sono libera di cercare un altro editore per quanto riguarda il mio secondo manoscritto. E dunque ricomincio tutto da capo, con qualche consapevolezza in più e tanti miti sfatati. Se c’è una cosa che ho capito, sull’essere scrittori, è che il primo requisito fondamentale è la pazienza. Tanta pazienza!

Il primo colloquio con una casa editrice...
Francesca: L’anno scorso, con la squisita signora dell’ufficio diritti di Mursia. Io sembravo una pazza, non facevo che ripeterle che pubblicare con loro era un sogno che si realizzava. Abbiamo preso un caffè nel bar-libreria della casa editrice, arredato con elementi d’epoca e assolutamente suggestivo, e per tutto il tempo non ho fatto altro che pensare che era tutto meraviglioso, tutto così perfetto. È un ricordo che conserverò per sempre con grande affetto.

Il primo autografo...
Francesca: La parola autografo mi mette un po’ a disagio, perché di autografi veri e propri non ne ho mai fatti. Mi sembra assurdo pensare che a qualcuno possa interessare il mio nome scribacchiato sul frontespizio del romanzo! Ho fatto tante dediche, però, perché mi sforzo sempre di trovare qualcosa di carino da dire a chi si appresta a leggere il mio libro. La prima in assoluto, comunque, l’ho scritta sul primo cartaceo che ho tenuto in mano, fresco fresco di stampa, e l’ho scritta per i miei genitori. Senza cui, logicamente, non sarei la persona che sono.


La prima intervista...
Francesca: La prima intervista che mi abbiano mai fatto è stata un’intervista alla radio, qualcosa come Radio Piemonte se non ricordo male. Avevo concordato un orario con la persona che avrebbe dovuto farmi le domande, ma non avevo tenuto conto che, proprio in quell’orario, sarei stata impegnata con i lavori di ristrutturazione a casa mia: c’erano i muratori che segavano, martellavano e scartavetravano, così quando ho ricevuto la telefonata mi sono dovuta rifugiare nella tromba delle scale per parlare! Lì, seduta su uno scalino, mi sono resa conto che rispondere in tre minuti a una decina di domande a raffica non è affatto una cosa semplice e che la sintesi è decisamente una dote che mi manca perché poi, risentendo la registrazione, mi sono accorta che avevano tagliato metà delle cose che ho detto!

La prima recensione positiva...
Francesca: La prima a recensire positivamente il mio romanzo è stata la fantastica Sabina del blog Una fragola al giorno. È stato emozionante scoprire per la prima volta il parere di un lettore neutro, estraneo quindi alla cerchia di amici e familiari che, fino a quel momento, erano stati gli unici ad avere avuto accesso alle bozze del manoscritto. I blogger che ho contattato per chiedere un parere sul romanzo si sono dimostrati tutti molto disponibili e professionali ed è solo grazie a voi se Le stanze buie è arrivato a tanti lettori!

La prima critica poco costruttiva...
Francesca: I complimenti vuoti non portano da nessuna parte e se c’è una cosa che ho sempre chiesto alle persone che si approcciavano alla lettura del romanzo,  è l’onestà. Le stanze buie è il mio primo libro e non è privo di difetti, sono la prima ad ammetterlo.  Ciononostante c’è stata una recensione, quasi completamente negativa, che mi ha dato da pensare. La lettrice lamentava l’eccessiva mielosità della storia e molte altre cose; ma, soprattutto, deplorava l’insopportabile flirt tra maggiordomo e padrona, che a detta sua non era affatto necessario ai fini della trama. Cerco sempre di trarre utili suggerimenti dalle critiche mi vengono mosse ma questa, francamente, la trovo un po’ fuori luogo perché la storia d’amore è proprio il perno su cui ruota tutta la vicenda, ed eliminandola avrei svuotato il romanzo di qualsiasi significato. Ma del resto, non si può piacere a tutti.

* * *

Sempre restando in tema di "prime volte" e visto che ogni autore si identifica nei propri personaggi (ma quando mai?!), due o tre domande proposte con un unico scopo: invogliarvi a comprare il romanzo. Pubblicità meno occulta di così, non s'è mai vista!



La prima volta che hai pulito casa (ricordo che Vittorio Fubini è un maggiordomo e più che pulire dirige i lavori domestici, ma dubito che Francesca abbia mai rivestito questo ruolo, quindi ho raddrizzato un po' il tiro!)
Francesca: E qui mi trovo costretta ad ammettere che Vittorio non sarebbe contento di me, tutt’altro! Vivo nel mio perenne marasma, detesto i lavori domestici e, per quanto l’acquisto di prodotti detergenti mi riempia di soddisfazione (mi piace leggere tutte le etichette e confrontarli tra di loro, posso passare ore al supermercato, da vera malata mentale) la messa in pratica mi deprime alquanto. Sono una procrastinatrice seriale e il mio motto è: perché pulire casa oggi quando posso farlo domani? Perciò trovo impossibile ricordare la prima volta che, volontariamente, io abbia messo mano a secchi e stracci… Anche se devo ammettere che, quando mi ci metto, vado fino in fondo al problema! Il dramma  è trovare la forza di volontà per iniziare…

La prima volta che hai pensato di uccidere qualcuno (chi non l'ha desiderato anche solo per un attimo? Sappiate che i personaggi de Le Stanze Buie non sono proprio degli stinchi di santo, non tutti...)
Francesca: Bella domanda! …Boh! Probabilmente da bambina devo averlo desiderato di qualcuno. Quando si è piccoli si può essere molto crudeli. Oggi, mediamente, lo desidero circa ogni minuto che passo a sgomitare sui mezzi pubblici: vivere a Roma ti porta a diventare una persona molto rancorosa, e, senza dubbio, un potenziale assassino!

La prima volta che hai visto un fantasma (eh sì... leggendo il romanzo di Francesca incontrerete anche loro... forse!)
Francesca: I miei primi fantasmi vivevano tutti insieme sopra a un armadio. Era l’armadio che c’era nella mia cameretta di bambina, talmente alto che non riuscivo a scorgere la cima. Lì, in quell’angusto spazio sotto il soffitto, si annidavano le creature più pericolose che un bambino possa immaginare. Mi addormentavo voltata dall’altra parte per evitare di scorgere, tra le ombre della notte, sinistri bagliori e movimenti sospetti. In genere i bambini sono spaventati da ciò che si nasconde sotto al letto. Io ero inquietata dagli spazi in cui non riuscivo ad arrivare. Qualche anno dopo (ero già ragazzina) c’è stato il pianoforte che suonava di notte, al piano terra, quando eravamo tutti a letto e la casa era sprofondata nel buio e nel silenzio. A volte mi sembrava quasi di udire lo sgabello stridere sul pavimento e immaginavo il misterioso musicista fantasma prendere posto e fissare sconsolato la tastiera, prima di iniziare a suonare. Al mattino controllavo gli spartiti per vedere se, per caso, avesse voltato le pagine. Lo immaginavo allampanato e con lunghi capelli scarmigliati. Per notti e notti ha terrorizzato mia sorella (a cui, naturalmente, non mancavo di raccontare storie raccapriccianti su questo sfortunato spettro in cerca di pace, costretto a suonare il nostro pianoforte per espiare le terribili colpe commesse in vita. Ancora oggi mi considera colpevole di parecchi traumi infantili, ero una sorella crudele!) Poi, così com’era venuto, se ne è andato. Il pianoforte ha smesso di suonare e noi ci siamo chiesti che fine avesse fatto il nostro fantasma… fino al giorno in cui l’accordatore non ha trovato un piccolo ospite baffuto, nascosto tra i martelletti, e ormai passato a miglior vita!

La prima volta che ti sei innamorata (giusto per farci un po' i fatti suoi e perché Le Stanze Buie racconta un grande amore).
Francesca: Gli ho dato il primo bacio, ma lui mi ha spezzato il cuore mollandomi per un’altra (più popolare). Quando sei alle scuole medie queste cose ti segnano in un modo che, a distanza di (quasi) vent’anni, non riesci più a ricordare e ti fanno solo sorridere. Ma all’epoca pensavo che ne sarei morta. Voglio dire, avevo il suo nome scritto su ogni singola pagina del mio diario! Mollata a novembre, fino a giugno ho dovuto cancellarlo con una riga ogni volta che annotavo i compiti, è stato terribile. Ma quasi inevitabile: chi non ha mai cozzato contro il primo amore, ritrovandosi ammaccato e un po’ più disilluso? È la vita, certe regole sono universali.
Ad oggi, comunque, siamo rimasti buoni amici.

© Francesca Diotallevi
Le Stanze Buie in ristampa con copertina lucida

E per finire domanda d'obbligo. Progetti futuri?

Francesca: Come dicevo sopra, il mio primo progetto per il futuro è la ricerca di un nuovo editore per il mio secondo manoscritto o, in alternativa, il self-publishing. Vediamo come vanno le cose.
Per quanto riguarda la scrittura, dopo aver cestinato tante, troppe storie nel corso dell’ultimo anno, sono all’inizio di qualcosa che spero possa godere delle giuste correnti e prendere il largo. Ispirata a un fatto realmente accaduto, ci saranno una storia d’amore poco convenzionale, un bosco fitto di alberi e di ombre  e molta, moltissima neve. E quando inizia a nevicare, nelle mie storie, si mette sempre male per qualcuno… lettori avvisati!

E ci lasci così???
Ok, non è colpa tua, in effetti erano finite le domande, però quando ho letto "storia d'amore poco convenzionale" m'è partito un embolo! Posso farti da beta reader? ♥ ♥ ♥
Scherzi a parte (mica scherzavo) ti ringrazio infinitamente per la disponibilità e la spontaneità con cui hai risposto e ti mando un gigantesco in bocca al lupo per il tuo nuovo romanzo! 

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La parola ai lettori!
Avete amato Le Stanze Buie?
Aspettate il nuovo romanzo di Francesca?

27 agosto 2014

Chiacchiericcio con Mirya

Buongiorno popolo del web, oggi chiacchiericcio virtuale!
E' da quando ho finito di Carne e di Carta (qui la recensione) che ho voglia di contattare Mirya, ma ero lontana da qualsiasi forma di civiltà (in Calabria anche se ti metti davanti a un ripetitore - incredibile ma vero - non c'è mai linea) e quindi ho dovuto aspettare di tornare nel XXI secolo.
Il tempo di riprendere le redini della mia frenetica (ma quando mai?!) vita che, dita sulla tastiera, le ho scritto.
Be' gente, Mirya è una pazza e questo chiacchiericcio mi ha divertita da matti. L'avrei voluta pure io una prof di lettere aka blogger aka scrittrice, infatti la prima domanda che le ho posto è stata: ma i tuoi colleghi/studenti sanno di questa tua doppia tripla identità? C'è un motivo particolare se quando scrivi usi uno pseudonimo? (e senza che me ne accorgessi l'intervista è iniziata!)
cover #1
Mirya: Motivo banalissimo: ho iniziato sul web usando Mirya come nick e più tardi ho scoperto che utilizzare uno pseudonimo era più sicuro, impedisce di rintracciarti a chi ti vuole lapidare o a chi ti vuole rubare le mutande (spesso si tratta della stessa persona); poi ho mantenuto quel nick anche per non creare confusione (soprattutto ai poveri lapidatori in cerca di mutande, almeno sanno riconoscermi ovunque). Studenti e colleghi scoprono che scrivo se me lo chiedono, perché sono una persona onesta e rispondo sempre sinceramente - tranne a domande riguardo le mie mutande. Ma siccome sono anche riservata, non introduco mai di mia volontà conversazioni riguardanti la mia vita privata - e scrivere è sempre in qualche modo privato: pensa alle mutande. Ecco, ho appena capito perché me le vogliono rubare.

Io no, giuro! Sono affezionata alle mie!
Guarda, personalmente ho un bellissimo ricordo del mio prof di lettere, è stato lui a farmi amare i romanzi classici che tutti trovavano pallosi, e quindi la domanda nasce spontanea.
Come sei coi tuoi studenti? E come sono loro con te? 
Mirya: A proposito di fantasia e del fatto che non ne ho: non sono molto diversa da Chiara, la protagonista di "Di carne e di carta". Un po' più tirannica, forse. E loro non sono molto diversi dagli alunni che descrivo in "Di carne e di carta", come Sivieri e la Frezzoni. Un po' più tiranneggiati, forse. In sostanza, direi che ridiamo parecchio. Io rido di loro, e loro ridono per non piangere.

Quindi nei tuoi scritti c'è tanto di te e della vita che ti circonda? So che Di Carne e di Carta è nato come fanfiction (l'ho imparato a posteriori, ma io purtroppo non seguo nulla a rate, sono anche nemica dei telefilm, insomma sono un caso disperato), precisamente come ti è venuta l'idea di questa storia? 
P.S. E se tu sei Chiara... chi è Leonardo?
Mirya: Per carità no, questo mi porterebbe a scrivere le mie tragiche memorie adolescenziali - Dio ce ne scampi e liberi, e liberi me da quelle memorie. Ma come dico all'inizio, penso che la fantasia non sia che un modo più interessante di vedere la realtà, perciò è chiaro che la realtà ci finisce sempre in mezzo, altrimenti rischi di scrivere di fumo senza arrosto. A tal proposito, Leonardo è l'arrosto, o lo sarebbe se mai lo incontrassi. Per mia e sua fortuna, non esiste affatto, o non ha ancora incrociato la mia strada. Leonardo è la mia risposta al 'giustificazionalismo', come io chiamo la mania di giustificare i personaggi in genere maschili (in genere bellissimi, in genere anche ricchissimi), perché hanno avuto traumi giovanili. Per me non ci sono giustificazioni per essere uno stercorario: le persone migliori che ho conosciuto nella mia vita avevano storie durissime; le persone peggiori avevano vissuto sciocchezze che nella loro mente erano divenute traumi intollerabili per cui si sentivano in diritto di ferire il prossimo. E anche di fronte a traumi intollerabili, credo che la scelta di spingere avanti la pallina di cacca o un mazzo di fiori sia sempre tua. Perciò la motivazione per il comportamento da stercorario di Leonardo è, come disse il buon Fantozzi, 'una cagata pazzesca'. So che tutti si aspettavano chissà quale evento terribile nella sua vita: ebbene no, gli stercorari sono tali per loro natura. Perciò forse non sarebbero buoni nemmeno arrosto, con quel retrogusto da pallina...

cover #2
Uh, a me piace l'arrosto! E devo ammettere che se mi è piaciuto Leonardo è grazie a te e a come hai saputo tratteggiarlo. Gli eccessi mi fanno storcere il naso, però mi attraggono anche. 
Quanto è durata la stesura del romanzo? Molte autrici italiane sono esterofile, mentre tu hai giocato in casa, nella bellissima Ferrara, come mai non hai sentito l'esigenza di varcare i confini?
Mirya: Sono dovuta andare a ricontrollare, perché il mio calendario interno è sregolato - è quello che mi permette di compiere ogni anno gli stessi vent'anni. La prima stesura ha richiesto circa otto mesi, la revisione, anni dopo, soltanto un mese, perché avevo ormai il giusto distacco dalla storia per tagliare senza pietà. Io sono stata troppo poco all'estero per ambientarci degnamente una storia che richieda così largo uso di esterni realistici, e poi amo Ferrara, come una mantide religiosa ama il suo maschio. Per me vale sempre la regola di raccontare ciò che conosco, quando posso, o documentarmi in modo da conoscere ciò che racconto, quando serve. Siccome qui non serviva ho preferito giocare in casa.

Quando hai iniziato Di Carne e di Carta sapevi già come si sarebbe sviluppata la storia tra Chiara e Leonardo e come sarebbe finita? 
Mirya: Dunque, in genere quando comincio una storia so esattamente come andrà a finire, perché la prima cosa che faccio è creare i personaggi. Una volta individuata ogni loro caratteristica, dal modo di parlare al modo di vestire ai gusti in fatto di cibo, sesso e film (non necessariamente in quest'ordine), so cosa accade quando li metto insieme e in genere li metto insieme proprio per questo, con notevole bastardaggine. Ci possono essere aggiustamenti in itinere, i capitoli nel mezzo possono allargarsi o rimpicciolirsi o cambiare rotta, qualcuno si dimostra anche più scemo di quel che credevo, ma il finale di solito resta e non perché io tiranneggi i miei personaggi (non sono studenti), ma perché li viviseziono prima e dopo non hanno più segreti per me.

A posteriori cambieresti qualcosa?
Mirya: Taglierei ancora, e credo che ogni volta che mi trovassi a rileggere il libro taglierei di nuovo - sono nella fase cesoia, perciò mio marito tende a guardarmi con sospetto. Avevo pensato di cambiare l'età di Chiara, dal momento che molti lettori hanno trovato incredibile che sia di ruolo così giovane, ma la sua età si basa sulla mia esperienza: io ho accumulato titoli su titoli e sono entrata di ruolo appunto molto giovane, e allora, invece di accarezzare l'ego di chi pensa che non si possa fare perché non ce l'ha fatta, forse dovrei accarezzare le speranze di chi si sforza per farcela: sì, si può anche riuscire ad entrare di ruolo giovani, e si può anche fare un Dottorato senza smettere di lavorare. Io in mezzo ci ho fatto anche un bambino! Non demordete, se volete insegnare e fare ricerca: come disse Frankenstein Junior, 'si può fare!'.

Hai pensato di proporre Di Carne e di Carta a qualche Casa Editrice o ti sei affidata subito al self?
Mirya: Sono andata subito di self perché non credo che il self vada usato come seconda opzione: si può scegliere tra CE e self ma non come lo scarto una dell'altro o viceversa. In realtà non credevo nemmeno che qualcuno sarebbe stato interessato a "Di carne e di carta", dal momento che la vecchia versione è ancora su efp e ci resterà per rispetto a chi l'ha letta e recensita. Era più un regalo per i lettori che mi seguono affezionati sul web da anni. Poi è andata in modo sorprendente, grazie soprattutto a voi blogger e al passaparola. Non so dirti se continuerò per questa strada o sceglierò diversamente; dopotutto, sono la donna dei 'forse'.

E nel mondo del self... autori/autrici preferiti/e? (che domanda cattiva)
Mentre nel mondo dell'editoria mondiale i romanzi che più hai amato?
Mirya: Non avrai nomi da me, puoi torturami in eterno ma non cederò! Se invece mi offri Benedict Cumberbatch su un piatto d'argento, potrei anche cedere. Non voglio rischiare di offendere nessuno né di dimenticare nessuno, quindi tengo la bocca chiusa sui miei libri self preferiti. 
Sui romanzi di respiro mondiale, invece, anche, ma qui perché proprio non saprei scegliere. Sono una da un libro al giorno e almeno ogni anno ce ne sono quattro o cinque che ritengo imperdibili, per cui non chiedermi titoli e dammi Benedict!

piccola digressione.
io: certo che i libri li bevi! come fai?!?!
Mirya: leggo mentre mi lavo i denti, mentre cucino, mentre mi asciugo i capelli, mentre mi depilo, e sto cercando un modo per attaccare il kindle in doccia impermeabilizzandolo


Sento che Benedict mi avrebbe detto non solo gli autori che ama, ma pure quelli che schifa e anche con una certa soddisfazione! Mettiamola così allora, l'ultimo libro che hai letto e che non riuscivi a interrompere prima della parola "fine".
Mirya: Ti dico gli ultimi tre che mi hanno coinvolta molto, negli ultimi dieci giorni: John Boyne, "Il bambino con il pigiama a righe"; Rainbow Rowell, "Per una volta nella vita" e James Dashner, "La via di fuga".

Torno in territorio neutrale. 
Cosa puoi dirci del tuo prossimo romanzo, Trentatré, che dovrebbe uscire a fine anno?
Mirya: Posso dire che spero di farvi molto ridere e poi molto piangere e che vi farò sicuramente molto storcere il naso, perché parlerò per bocca di Dio. Il che è quel che faccio ogni giorno in classe, comunque.

Si capisce che ami il tuo lavoro, sai? (Adesso non dirmi che lo odi ti prego!)
Hai sempre voluto fare l'insegnante? Ed è nato prima il tuo amore per la lettura o la scrittura?
Mirya: Ho sempre voluto fare l'assassina prezzolata, poi ho scoperto che era illegale e ho ripiegato sul lavoro più simile: l'insegnante. Credo di aver deciso in prima elementare, in mezzo ci sono state fasi in cui volevo fare la ballerina e la biologa marina, ma comunque anche l'insegnante. Sono sempre stata brava nello sdoppiamento della personalità. Poiché ho iniziato a leggere prima delle elementari, direi che è nato prima l'amore per la lettura, ma poiché la prima cosa che ho letto era la marca di una birra, potrebbe anche essere nato prima il mio amore per la birra. E da qualche parte ci devono essere stati anche un uovo e una gallina.

Eddie Redmayne
Quindi confessa, durante questa chiacchierata quante birre ti sei scolata?
Mirya: Dovendo nel contempo giocare col bambino, ho preferito restare lucida. Il che è stato profondamente sbagliato, perché si affrontano sempre meglio le battaglie dei dinosauri con una birra in corpo.

Mirya, io sono quella delle domande sceme, fattene una ragione, per cui adesso voglio ("vorrei", l'educazione prima di tutto) sapere come ti è venuto in mente di usare il volto di Eddie Redmayne per la copertina del tuo romanzo!
Mirya: Non sapevo nemmeno chi fosse, prima che lo scegliesse la mia grafica, e continuo a non sapere chi sia. Eddie ha vinto perché è un ragazzo che si offre con generosità: infatti il suo volto è disponibile gratuitamente anche per scopi commerciali (quelli di un libro), mentre tutti gli altri sono a pagamento. La verità è che non mi interessava di chi fosse il volto, perché sarebbe comunque servito solo come base per le scritte (l'uomo di carta), altrimenti avrei dovuto cercare ad ogni costo uno moro o che mi muovesse lo stomaco.

E chi pagherebbe per la sua faccia?
Adesso si spiega tutto, guarda... sono sollevata, perché lui non poteva essere Leo!
A questo punto direi di chiudere il chiacchiericcio con un po' di auto promozione.
A chi consiglieresti "Di carne e di carta", e a chi no?
Ma soprattutto, a chi consiglieresti Trentatré? E chi dovrebbe evitarlo?

Mirya: Consiglierei "Di carne e di carta" a chi ha voglia di una lettura leggera ma non troppo (le turbe mentali dei protagonisti scemi complicano un po' le cose) e a chi crede che la vita vada presa in ridere e gli uomini anche (o a calci nel sedere, ma sempre ridendo). Non lo consiglierei a chi cerca personaggi tutto d'un pezzo, traumi devastanti da superare e il lieto fine canonico. Consiglierei "Trentatré" più o meno alle stesse persone - il prerequisito di saper ridere della vita è sempre fondamentale nelle mie storie - e non lo consiglierei a chi è molto certo delle sue idee religiose e molto sensibile a riguardo - anche in questo caso, per leggerlo, bisogna saperci ridere su.

Mirya, sei stata gentilissima, tengo le altre 999 domande per quando avrò letto Trentatré, e per ringraziarti...


Eccolo, tutto per te!

Link esterni:
» Mirya su efp
» il blog di Mirya
» "Di carne e di carta" su goodreads
» "Di carne e di carta" su amazon


Cari followers e lettori di passaggio,
se avete domande approfittatene,
Mirya soddisferà tutte le vostre curiosità!
Studenti, fatevi sotto, è il momento per vendicarsi!

14 maggio 2014

Chiacchiericcio con Manuela Pigna

Buona sera cari lettor* e tanti auguri alla mia mamma che oggi compie un anno in più dell'anno scorso! :P Mami, so che mi leggi e so che di "auguri" non ne hai mai abbastanza!
Detto questo, oggi vi posto un chiacchiericcio a cui tengo moltissimo, quello che ho fatto con Manuela, l'autrice di Training in Love, un romanzo che ho trovato dolce in modo squisito, e che non faccio altro che consigliare a chi cerca una storia semplice, ma vera fino al midollo!
Se volete sbirciare la mia recensione cliccate qui, se volete conoscere Manuela mettetevi comodi e continuate a leggere!

* * *

1. Ciao Manuela *le punta un faro addosso* parla. Dicci chi sei. Confessati. Nome, cognome, dove vivi, con chi, che vizi hai, quante ore dormi e... hai un personal trainer?

Ahaha, no, niente personal trainer purtroppo! Vivo a Varese, la città conosciuta per il Senatur che ce l’ha duro, ti rendi conto? Mi trasferirei solo per questo. In realtà non è una brutta città, coltivo il sogno che un giorno la gente dimentichi il Senatur pensando a questo posto, e visualizzi i boschi e i laghi che ci sono da queste parti. Fondamentalmente non ho vizi, se si escludono la lettura compulsiva e la dipendenza da dolciumi vari.

2. Ovviamente la domanda sul personal trainer era decisamente mirata. Com'è nata l'idea per Training in Love?

L’idea per Training in Love è nata in modo davvero da cliché. Non credevo che mi sarei trovata a dire quello che sto per dire ma è andata davvero così: ho scritto il libro che volevo leggere. Mi spiego: un giorno, mentre ero in maternità, stavo leggendo un libro americano (disponibile solo in inglese) con protagonista sovrappeso che si innamora di un personal trainer. Durante tutto il libro non ho fatto altro che pensare “ma no”, “seh, brava”, “ma è mai stata sovrappeso questa donna?”, insomma… lo trovavo tutto sbagliato per quanto riguardava il rapporto col cibo e il problema del sovrappeso. Io ho avuto e ancora ho di questi problemi, e sono attratta da tutti i libri che hanno protagoniste in carne (ecco perché stavo leggendo quel libro), ma non avevo mai pensato fino a quel momento di creare una protagonista tale, non so perché. Forse perché per me il momento fantastico è un momento di evasione e non ho voglia di pensare ai problemi che mi assillano durante il giorno… Comunque, grazie a quel libro che non mi stava piacendo, mi è venuta l’idea di creare una protagonista sovrappeso e di farle dire e pensare tutto quello che ho sempre pensato io a riguardo. Così è nata Olly, e quando lei è entrata nella mia testa, Andrea è arrivato immediatamente dopo e mi è arrivata la trama, praticamente intera, in tipo due giorni. Cosa davvero, davvero strana per me, che di solito sguazzo in pozze melmose per giorni e settimane pensando a cosa diavolo può succedere tra il punto A e il punto F. Comunque non ho copiato nulla eh! Posso anche dire il titolo e l’autrice (anche se non mi sembra carino farlo) così puoi controllare quanto i due romanzi sono diversi al di là del “ragazza in carne si innamora di personal trainer e dimagrisce”.

3. Quanto c'è di te in Olivia? E Andrea... conosci qualcuno come lui? (Nel caso ne conoscessi più di uno ti sarei grata se fornissi i numeri di telefono.)

A Olivia ho dato di me la parte col problema del cibo, il sovrappeso e i pensieri a riguardo, purtroppo. Per fortuna però non ho mai incontrato un Donato Poggi, anche se a riportare le battute che mi hanno detto in trent’anni
potrei scrivere un libro di 1000 pagine. Il resto è tutto inventato. Per Andrea invece mi sono ispirata, caratterialmente e solo in parte, ad un paio di ragazzini che ho conosciuto alle medie: bellissimi esteriormente (quasi celebrità a scuola, non scherzo), seguitissimi, ricercatissimi, ma poi timidissimi in realtà. Ragazzi che a guardarli pensi “quello non può avere alcun problema di autostima”, e poi quando li conosci capisci che invece, incredibilmente, le insicurezze le hanno pure loro, e sono umani… Non ho numeri di telefono mi spiace, ahah, non li vedo neanche più da anni.

4. Lo sai che in giro per la rete si trova un epilogo aggiuntivo? E' opera tua vero? Confermi? E come mai non hai voluto inserirlo direttamente nel libro? (noticina: personalmente mi è piaciuto perché è narrato dal punto di vista di Andrea, ma sempre sinceramente per me il finale perfetto è in mezzo alla strada con la battuta alla Jerry Maguire ^^)

Ah, l’epilogo. Il celeberrimo epilogo! Sì, l’ho scritto io (quello disponibile su Crazy for Romance) e non l’ho inserito nel libro semplicemente perché l’ho scritto dopo. Ti dirò, anche per me il finale perfetto è in mezzo alla strada; in quel momento per me il conflitto era finito e quindi anche la storia. Poi è successo che molte ragazze mi hanno detto che lo sentivano incompleto e che mancava un epilogo. Io ero fresca della storia di Andrea e Olly, e, molto onestamente, avevo ancora voglia di stare con loro - non so se puoi capire - quindi quando hanno cominciato a chiedere un epilogo, ho immediatamente avuto un’idea (il POV di Andrea e la presentazione di sua sorella) e ho voluto farlo, ho voluto dare ad una parte di lettrici quello che volevano. Onestamente, se non avessi avuto un’idea che mi piaceva, non l’avrei fatto (meglio il nulla e scontentare gli animi piuttosto che schifezze forzate); l’epilogo che ho messo in rete lo considero un “extra”, un regalo per chi lo desiderava e un gioco. E ognuno lo fa finire dove gli va che finisca.

5. Facciamo un passo indietro. Training in Love è il tuo secondo libro, preceduto da Che Dio Me la Mandi Buona, ma esattamente, quand'è che hai capito di voler essere una scrittrice?

Ecco, ancora con un cliché devo rispondere… sembro la donna dei cliché ora, non è giusto! Dopo questa devo assolutamente dire qualcosa di trasgressivo e geniale, anche se non so cosa! Comunque… ho sempre voluto farlo. Fin da quando ero piccolissima. Ho imparato a leggere a 4 anni da autodidatta, avevo sempre penna e blocchetto in mano, prima di dormire alternavo le storie degli altri alle mie per addormentarmi… insomma, un amore viscerale fin dall’inizio. Poi ho avuto un incidente di percorso, incidente chiamatosi adolescenza, e ho accantonato questo sogno pensando di non avere talento, di non riuscire mai a fare nulla in questo paese di raccomandati, eccetera. Ho cambiato idea solo pochi anni fa, di fronte all’autobiografia di Paris Hilton, e ho rinvigorito la passione latente al motto di “si vive una volta sola” e “ma che ce frega che ce ‘mporta”.

6. Tre aggettivi per identificare Training in Love e Che Dio Me La Mandi Buona

Training in Love: dolce, introspettivo, accogliente.
Che Dio me la mandi buona: divertente, frizzante, fresco come una buona birra in una sera d’estate.

7. C'è qualcosa che accomuna i tuoi due romanzi e qualcosa che li differenzia maggiormente?

Qualcosa che accomuna i miei due romanzi… direi una certa ironia di fondo e sempre presente. Che li differenzia… direi il punto di interesse della narrazione. Ovvero, TL è una storia d’amore a tutti gli effetti, ma anche di crescita, con un punto di partenza, uno sviluppo e una conclusione; mentre CDMLMB è un romanzo un po’ particolare, un melting pot di temi, non solo una storia d’amore, anche se in piccola parte c’è. CDMLMB è tante altre cose: riflessioni semi-serie su alcune situazioni della società moderna italiana, aneddoti divertenti… Un melting pot che ho definito chick-lit, ma non so neanche se è giusto.

8. Come si concilia lo scrivere con la vita di tutti i giorni?

Non si concilia. Ahah, a parte gli scherzi è un fottutissimo dramma. È la cosa più difficile in assoluto dello scrivere, nel mio caso. Il fatto è che io non carburo subito all’inizio, cioè ho bisogno sempre di un certo momento di “riscaldamento”: cazzeggio rileggendo quello che ho scritto la volta precedente, pensando, guardando nel vuoto, poi scrivo le prime frasi con grandissima reticenza, e, dopo un po’ di tutto questo, parto come si deve. Ci metto un po’ a concentrarmi e a entrare nel mondo fantastico, quando poi ci sono entrata… va bene. Il problema è che, ora che ho fatto il “riscaldamento”, il mio bimbo (8 mesi e mezzo) si è svegliato dalla pennichella, oppure in giornate particolarmente intense non mi sono seduta neanche un quarto d’ora, eccetera. Per TL diverse volte mi sono svegliata prima di mio figlio (che si sveglia alle 6), tipo alle 4 o alle 5, e diverse volte ho scritto la sera dalle 22 in poi. Solo che queste cose non riesco a farle in pianta stabile e in modo continuo perché… beh, ho sonno ad un certo punto. :P

9. Progetti futuri? Forse non lo sai, ma le fans possono essere molto moleste e per accontentarle bisogna lavorare, lavorare, lavorare. Anzi, scrivere, scrivere, scrivere.

Vorrei procedere ad un ritmo un tantinello più serrato la storia di Nic e farla uscire per fine anno (Piccola digressione: il libro di Nic non era in previsione, giuro. Era autoconclusivo TL, e lo è; avevo altri progetti, e non volevo assolutamente fare quella che comincia a sviluppare le storie di tutti i personaggi citati… Inoltre Nic era solo un tramite, è nato come tramite tra Olly e Andrea, solo che… inaspettatamente ho iniziato ad amarlo, e mi è venuta voglia di fare qualcosa con lui. In senso letterario!).
Poi vorrei occuparmi di revisionare Training in Love e farne un cartaceo. Più in là ancora, cioè finito Nic, ho in mente una duologia di rosa contemporanei ambientata a Milano con due protagonisti un po’ particolari. Ho un sacco di idee, per cui non è detto che ora che finisca la storia di Nic non faccia qualche spostamento e non faccia passare avanti qualche altra idea che mi perseguita da anni al posto della duologia. Vedremo.


E adesso aumentiamo i watt del faro.
Botta e risposta! Ovviamente a tema culinario! E puoi citare qualsiasi libro di qualsiasi genere!

- il personaggio che ingozzeresti come un tacchino fino a farlo star male (insomma, uno che non ti sta proprio simpatico)
Luca Morli (Trent’anni e li dimostro di Amabile Giusti)

- il personaggio con cui usciresti a mangiare una pizza (questo ti deve stare molto simpatico!)
Becky Bloomwood (I love shopping di Sophie Kinsella) o Maddison (Come inciampare nel principe azzurro di Anna Premoli);

- il personaggio che metteresti dietro ai fornelli
Michael Di Bella (Ti odio con tutto il cuore di Valeria Luzi)

- il personaggio per cui cucineresti una cena al lume di candela
Mi dispiace, sarò banale, ma non posso non dire… Mr. Darcy;

- il personaggio da avvelenare (questo devi proprio odiarlo)
Ho tentato invano di pensare ad un personaggio che il pubblico italiano potesse conoscere, ma il fatto è che io rarissimamente odio dei libri o dei personaggi. L’unico personaggio che ho odiato davvero e in tempi recenti (ma anche quasi in tutta la mia vita da lettrice) è Elise, protagonista di “This song will save your life” (romanzo americano non tradotto);

- il personaggio con cui farsi una scorpacciata di panna e nutella (e se questo non è un sogno proibito dimmi che cos'è?!)
Questa è una bella domanda. Vorrei dire moltissimi personaggi, soprattutto se penso ad un’ambientazione non prettamente culinaria di questa panna e nutella, e chi ha orecchie per intendere… Il fatto è che la maggior parte dei personaggi che mi vengono
in mente sono talmente uomini tutti d’un pezzo che non ce li vedo con la panna e nutella… Comunque, per rimanere in Italia ti dirò Christopher Davenport (Lemonade di Nina Pennacchi). Sì, capisco che sia difficile immaginarsi Chris alle prese con la panna e la nutella, ma… i biscotti al cioccolato li adora e penso che, in condizioni giuste, gli piacerebbero moltissimo. ;)

* * *

Manuela, grazie mille per il tempo che mi hai dedicato, ti auguro tutto il successo che meriti, quando uscirà Training in Love in formato cartaceo sarò la prima a comprarlo, e intanto aspetto con ansia il libro su Nic!

E voi, lettrici del mondo virtuale, 
se ancora non avete scoperto Manuela... 
che aspettate a farlo?